Autonomia differenziata, una polpetta avvelenata per il Sud e la Sicilia. E le "stelle" stanno a guardare

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Lo scontro in atto all’interno del Governo giallo-verde sulla autonomia regionale differenziata si spiega solo con la natura radicale delle richieste avanzate dalle Regioni Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, a cui sono pronte ad aggiungersi il Piemonte e la Liguria. Richieste oltranziste sotto il profilo dei contenuti, perché le tre Regioni (con qualche eccezione per l’Emilia Romagna) pretendono tutte le competenze previste dall’articolo 116 della Costituzione, senza che tali richieste siano giustificate da particolari specificità regionali.

Un progetto, quello che emerge leggendo le bozze circolate in queste settimane (il Governo e le tre Regioni non hanno sinora consentito di conoscere i testi delle possibili intese di merito), che ridisegna il funzionamento di molti fondamentali servizi pubblici. Senza che prima o nel contempo si definiscano i fabbisogni standard, i Lep (livelli essenziali delle prestazioni da erogare su tutto il territorio nazionale) e un piano perequativo che recuperi il gap infrastrutturale esistente tra il Sud e il Nord del Paese.

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Per evitare di appesantire oltre il necessario questa nota e far comprendere meglio la natura estrema delle richieste delle tre Regioni non elencherò le ventitré materie per le quali si pretende il trasferimento dei poteri, mi limiterò solo a esplicitare ciò che potrebbe accadere nell’Istruzione, nella Sanità, in tema di Infrastrutture (porti e aeroporti civili, grandi reti di trasporto e navigazione) e dei rapporti internazionali e con l’Unione europea e il commercio estero.

Per la scuola, Lombardia e Veneto vogliono il passaggio immediato nei ruoli regionali dei dirigenti scolastici e del personale degli uffici regionali del Miur; concorsi regionali per il nuovo personale; poteri assoluti per il riconoscimento delle scuole paritarie e per la concessione dei relativi contributi. Su questa materia – a detta dei Cinque Stelle – si era riusciti a raggiungere un compromesso: il mantenimento del controllo statale sulle assunzioni degli insegnanti, smentito però dal ministro degli Affari Regionali Erika Stefani. Questa ha dichiarato che lei “non ha avallato nessun compromesso, ha solo preso atto delle richieste del vice premier Di Maio”.

Per la sanità – secondo le bozze di intesa sulle autonomie regionali – Veneto e Lombardia potranno avere mano libera in materia di accesso alle scuole di di specializzazione e potranno stipulare specifici accordi con le università del territorio regionale. Il Veneto, inoltre, potrà redigere contratti a tempo determinato di specializzazione lavoro per medici, alternativi al percorso delle scuole di specializzazione.

Per quando riguarda le infrastrutture, realizzate con i soldi di tutti gli italiani, Veneto e Lombardia chiedono il passaggio della proprietà alle Regioni, con i relativi incassi derivanti dalle concessioni. Nonché il potere di veto sulla realizzazione di nuove infrastrutture. Insomma vogliono decidere loro se fare o non fare alcune opere che riguardano il Mezzogiorno.

Infine, relativamente ai rapporti internazionali e con l’Unione europea e sul commercio estero chiedono che la titolarità di questi rapporti passi dallo Stato a queste Regioni, sic et simpliciter.

Regioni che non si limitano a chiedere il trasferimento di funzioni, poteri e risorse sulle ventitré materie di cui si è già accennato (l’Emilia Romagna lo chiede “solo” per 16 materie), ma pretendono anche di incamerare le tasse riscosse dalle regioni più ricche del Nord che oggi vengono versate in parte come extragettito in un fondo perequativo finalizzato ad alimentare le regioni più svantaggiate del Sud, e quindi anche della Sicilia.

Di fronte a un progetto che rischia di spaccare l’Italia, allargando ulteriormente il gap tra Nord e Sud, assisto basito al silenzio umiliante delle opposizioni. Oggi non c’è opposizione all’autonomia differenziata; da un anno manca la posizione del PD sul tema più importante della politica italiana, forse perché condizionato dall’attivismo dell’ Emilia-Romagna, guidata da un suo esponente. Solo che la rinuncia di sposare questa causa nella campagna elettorale per le Europee ha aperto spazi enormi alla Lega al Centro – Sud. Ma il PD – dispiace dirlo – con questo atteggiamento non ha rinunciato solo alla rappresentanza del Mezzogiorno, ma anche a quella di larghe fasce di cittadini del Nord che sono contrari all’autonomia differenziata, così come si profila, perché capiscono il pericolo per il Paese e per l’unità nazionale.

Gli unici che stanno opponendo una certa resistenza alle pretese delle regioni del Nord sono i Grillini; una resistenza che sembra però destinata ad affievolirsi – terrorizzati come sono delle possibili elezioni anticipate – come è avvenuto su altri temi identitari del movimento.

Stupisce non poco anche l’atteggiamento di sostanziale acquiescenza dei governatori del Sud. I soli a dire qualcosa sono stati gli onorevoli De Luca e Musumeci. Uno ha inviato al ministro degli Affari Regionali un documento predisposto dalla regione Campania con il quale, oltre a sottolineare l’impegno per una battaglia dell’efficienza, chiede una corretta tutela degli interessi delle comunità meridionali così come previsto dalla Carta costituzionale. L’altro, il presidente della nostra Regione, ha dichiarato che l’autonomia differenziata è un tema che divide e che ancora nessuno gli ha detto come sarà alimentato il Fondo di Solidarietà.

Ha manifestato preoccupazione rispetto ai rischi che corrono istruzione e sanità ed ha chiesto – per l’ ennesima volta – al Governo centrale l’istituzione di un tavolo con tutte le Regioni e la possibilità di partecipare alle riunioni del Consiglio dei ministri (diritto previsto dal comma 3 dell’articolo 21 dello Statuto siciliano) che verranno convocate su questo tema. Non ha aggiunto altro sull’atteggiamento che terrà qualora questa sua proposta – come avvenuto in passato – non venga accolta.

Naturalmente gli esponenti della Lega – con in testa i governatori Zaia e Fontana, rispettivamente presidenti di Veneto e Lombardia – e il vice premier Salvini dichiarano urbi et orbi che non è un progetto contro il Sud e che anzi – a loro dire – il Mezzogiorno ci guadagnerebbe. Se è così, però, non si capisce perché i testi vengono tenuti segreti e perché si stia combattendo da parte loro una battaglia accanita per evitare che il Parlamento ne possa discutere ed eventualmente emendare i testi ed avanzare proposte.

Evidentemente qualcuno bara e per quando mi ė dato capire i bari sono quelli che hanno preparato una polpetta avvelenata per il Sud.

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