Dazi, tanto tuonò che piovve, e le Stelle stanno a guardare – Così è (se vi pare) #37

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Salve a tutti e ben ritrovati nella rubrica di Hashtag Sicilia “Così è (se vi pare)“.

Questa sera sono molto tentato di occuparmi della scelta, scritta nero su bianco da parte del ministero (e quindi del governo), di accompagnare a un percorso di declino e invecchiamento i comuni delle aree interne del Paese, che per la Sicilia riguarda una popolazione di circa 2 milioni di persone. Tutto questo in barba agli appelli del presidente della Repubblica, di tanti vescovi e di molte forze sociali.

Di questa questione, contenuta a pagina 45 del piano nazionale, non mi occuperò adesso ma la prossima settimana con un reportage specifico.

Oggi invece approfondirò la questione dei dazi al 30 per cento imposti da Trump, soprattutto perché i dazi possono avere un impatto devastante sull’economia italiana e, in particolare su quella meridionale.

Ritorno su una questione già affrontata perché a questi dazi vanno sommati quelli già in essere, che sono: del 50 per cento per acciaio e alluminio, del 25 per cento per auto e sue componenti, del 10 per cento per gli altri prodotti; nonché la svalutazione del dollaro.

L’insieme di questi tre fattori equivale a un conto salatissimo, che potrebbe costare all’export dell’Unione europea 55 miliardi di euro.

Una mazzata che colpirebbe maggiormente i settori dei macchinari e degli impianti, l’automotive, il farmaceutico, il tessile abbigliamento e l’agroalimentare.

Per darvi un’idea di quello che può essere l’impatto dei dazi su alcuni prodotti simbolo del Made in Italy vi dico solo che sui formaggi graverebbero dazi del 45 per cento, sul vino del 35 per cento, sul pomodoro trasformato e sulla pasta del 42 per cento.

Facendo una simulazione sui formaggi DOP il prezzo al consumo per effetto dei tre fattori anzidetti potrebbe costare 50 dollari al chilogrammo, contro i 38 dollari attuali.

Ma gli effetti non sono solo quelli legati al possibile calo dei consumi degli americani, ma anche quelli connessi a una possibile delocalizzazione delle aziende, che potrebbero decidere per aggirare i dazi di localizzarsi negli Stati Uniti.

Ma di fronte a questi effetti devastanti e ai rischi futuri le reazioni dei governi europei sono state di due tipi: la prima è stata quella di reagire con calma e sangue freddo, dicendo ai quattro venti che occorre trattare ad oltranza perché – sostengono i fautori di questa tesi – occorre evitare una guerra commerciale con gli Stati Uniti.

L’altra reazione è stata quella di rispondere subito invocando l’adozione di misure di ritorsione contro i prodotti americani, insomma applicare il concetto biblico: occhio per occhio dente per dente, o per meglio dire la legge del taglione.

Semplificando si potrebbe dire che la nostra presidente del consiglio, l’onorevole Giorgia Meloni rappresenta le colombe – vale a dire coloro i quali pensano che la trattativa sia l’unica strada percorribile; mentre il presidente francese Emanuel Macron rappresenta, invece, i falchi; ovvero quelli che teorizzano di applicare la legge del taglione.

In attesa di decidere quale di queste due strade percorrere stanno tutti a braccia conserte, a guardar le stelle, sperando che Trump ci ripensi, che sia più indulgente, accontentandosi magari del 15 per cento, visto che i paesi europei sono sempre stati alleati fedeli dell’America, che non si sono mai discostati (tranne qualche recente eccezione) dai desiderata provenienti da oltreoceano.

Mi rendo conto che non è semplice scegliere quale di queste due strade percorrere, anche perché per quando concerne l’Europa il commercio estero vale il 68 per cento del PIL, mentre per gli Stati Uniti solo il 27 per cento (neanche un terzo del PIL americano è legato al commercio con il resto del mondo).

Pertanto, a bocce ferme, è vero che una guerra ad oltranza del tipo “occhio per occhio, dente per dente” non considera il fatto che il danno che l’America può infliggere all’Italia e agli altri paesi europei è molto superiore al danno che l’Europa può causare agli Stati Uniti, ma se muoviamo le bocce la musica può cambiare.

Dico questo perché aver introdotto i dazi al 30 per cento – che ripeto si aggiungono a quelli preesistenti – è una mossa che si configura non come una normale manovra di un competitore sul mercato globale, ma come l’azione di un nemico che intende sbarazzarsi della concorrenza europea.

Un pugno terribile nello stomaco che può tramortire seriamente il competitore, quindi se è ovvio che occorre trattare, dovrebbe essere altrettanto ovvio che ci sono due modi di farlo: uno è quello di presentarsi alla trattativa con il piattino in mano come sembra stia facendo l’Europa, e è l’altro sedersi al tavolo della trattativa con un bastone nodoso nascosto dietro la schiena pronto, all’occorrenza, ad essere usato.

Dico questo perché “noi” – visti come Europa – frecce al nostro arco (vale a dire armi economiche per fare male all’America) ne abbiamo tante: non solo quelle di inasprire la tassazione per i prodotti americani che entrano in Europa come i jeans, le moto Harley Davidson; ma anche, ad esempio quelle:

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  • di mettere un limite all’importazione di gas liquefatto americano rifornendoci da altri produttori alternativi;
  • di fissare un tetto all’acquisto di armi americane, acquistandoli in altri Paesi;
  • di riprendere la misura che prevedeva la global minimum tax per i proprietari dei servizi digitali, una tassa che colpirebbe i suoi amici, quelli che hanno finanziato la sua campagna elettorale.

Non so se hanno un qualche fondamento alcune teorie suggestive che girano sul web, del tipo che dietro le mosse di Donald Trump ci sia la volontà di distruggere l’Europa e di farne una colonia o la volontà di smembrare l’Unione europea e sostituirla con la NATO, o con qualcosa di simile.

Quello che so è che i dazi oggi rappresentano lo strumento che Trump intende utilizzare per convincere i singoli Paesi europei a trattare, uno ad uno, con il governo americano nella speranza di strappare condizioni di favore.

Un pò come è stato con la Gran Bretagna. L’idea dalla quale parte il presidente americano, tutt’altro che peregrina, è che i vari paesi europei non possono fare a meno della loro quota di esportazione verso il mercato americano, e se a questo si aggiunge il fatto che i governi europei non si decidono di spostare il proprio baricentro verso Est e Sud: Asia, Africa, Sud America e hanno chiuso le possibilità di mercato verso la Cina, ne deduce che sia molto probabile che ogni paese, per ottenere delle deroghe per le proprie produzioni, mandi alle ortiche qualsiasi tenuta unitaria dell’Unione e dell’Eurozona.

Se la mia analisi è corretta ne consegue che il disegno di Trump non è solo quello di sbarazzarsi della concorrenza dell’Europa, ma anche quella in prospettiva di attrarre sia le industrie italiane ed europei negli Stati Uniti e di intercettare i potenziali investitori esteri a scapito dell’Italia e del Mezzogiorno, sia quello di conquistare il risparmio dei cittadini europei.

Ma, alla luce di quanto abbiamo detto, quali strade dovrebbero percorrere l’Italia e l’Europa per non soccombere alla situazione? Lo scopriremo insieme questa sera! Non ci resta che darvi appuntamento alle ore 20.00 con la nostra prima visione trasmessa sulla nostra pagina Facebook, sul nostro canale Youtube, e sui nostri altri canali social. Non mancate!

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