Catania unita per Gaza. Il racconto della partecipatissima presentazione del libro “Quando il mondo dorme” di Francesca Albanese

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CATANIA – Ieri sera, venerdì 8 agosto, piazza Federico di Svevia si è trasformata in un palcoscenico di parole, emozioni e denuncia sociale. A partire dal tardo pomeriggio circa tremila persone hanno affollato ogni angolo della piazza antistante al Castello Ursino per assistere alla presentazione del libro Quando il mondo dorme – Rizzoli editore” di Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati. A moderare l’incontro è stata la giornalista Laura Silvia Battaglia, che ha condotto il dialogo intrecciando testimonianze dirette, domande e riflessioni di grande impatto.

Il primo ad intervenire è stato Alessio Mamo, giornalista del celebre quotidiano britannico “The Guardian, rientrato da Gaza appena tre giorni prima. L’inviato ha raccontato di aver partecipato ad un volo partito dalla Giordania organizzato per sorvolare la Striscia di Gaza e lanciare aiuti umanitari alle popolazioni palestinesi in difficoltà. Un’occasione più unica che rara – negata in passato anche ad altri grandi realtà come la BBC e il New York Times – fondamentale per documentare con immagini dall’alto ciò che le autorità israeliane tentano nascondere agli occhi del mondo. Portando la sua testimonianza Mamo ha anche sottolineato come dal 7 ottobre – data dell’attacco di Hamas ad Israele – siano stati uccisi oltre 200 giornalisti, e in questo senso ha anche voluto lanciare un messaggio di solidarietà ai colleghi. Infine ha chiuso con parole dure e incisive: «Da questa esperienza mi porto dietro tanta rabbia e la consapevolezza che bisogna continuare a documentare. Il genocidio c’è, e queste immagini lo documentano».

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Dopo questa testimonianza diretta si è dato il via alla vera e propria presentazione del libro, nella quale, tramite cinque domande cruciali, si è riusciti a fare un quadro completo su quale sia la situazione dei palestinesi. Per prima cosa è stata posta l’attenzione sullo stile e sullo scopo della pubblicazione: portare alla luce ciò che sta accadendo a Gaza tramite le storie di dieci persone diverse, accomunate dallo stesso senso di giustizia. In questo senso la moderatrice ha chiesto a Francesca Albanese di parlare alla platea di due dei personaggi più emblematici del libro.

L’autrice, prima di entrare nel merito di questa prima domanda, ha ringraziato di cuore la piazza, dicendo che si sarebbe anche commossa, ma ormai le è quasi impossibile perché le sue lacrime le hanno prosciugate le bombe di Gaza. Successivamente ha scelto di selezionare le storie di due persone che, almeno sulla carta, avrebbe dovuto essere state messe agli antipodi dalla storia attuale: il primo è Abu Hassan, ristoratore e guida turistica palestinese, di base a Gerusalemme; il secondo è Alon Confino, storico della cultura israeliano, direttore dell’Istituto per gli studi sull’Olocausto, il genocidio e la memoria e professore di storia e studi ebraici all’Università del Massachusetts Amherst.

Un palestinese e un israeliano, il cui operato va però esattamente nella stessa direzione: quella della verità e della giustizia. Nei suoi tour alternativi della città Abu Hassan sceglie infatti di mostrare ai visitatori la città di Hebron, dove i palestinesi vivono in case protette da grate per difendersi dal feroce lancio di oggetti da parte degli israeliani che hanno occupato le loro terre. Inoltre Abu Hassan ha dato vita ad un ristorante nel quale i camerieri sono vittime del governo isrealiano, che sono stati imprigionati essi stessi o che hanno delle vittime in famiglia; e infine è un militante contro la detenzione arbitraria di palestinesi.

Accanto a lui, sul piano simbolico, il professor Alon Confino, voce israeliana critica nei confronti dello Stato, che denunciava l’uso strumentale del termine “antisemitismo” per silenziare chi contesta le politiche governative di Netanyahu. Per lui, criticare Israele non equivale a essere antisemiti. Collaboratore di Albanese, – l’aveva difesa pubblicamente già dai tempi dell’attacco dell’On. Fassino, allora presidente della Commissione affari esteri – aveva presentato in Senato una relazione rimasta storica. Purtroppo la leucemia lo ha strappato alla vita prima di poterla accompagnare in successive iniziative internazionali a New York e Ginevra.

Successivamente, nel corso della presentazione, Francesca Albanese ha spiegato il metodo con cui verifica i fatti e confermato l’intento genocidario dello Stato di Israele. Ha ricordato episodi recenti, come la distruzione della banca dei semi autoctoni a Hebron da parte dei militari israeliani, interpretata come “cancellazione coloniale”: il seme, radice della vita, diventa simbolo della volontà di sradicare un popolo dalla propria terra. Lei stessa, già il 14 ottobre 2023 aveva messo in guardia la comunità internazionale sul rischio di una pulizia etnica, rimanendo però inascoltata.

Inevitabilmente la discussione ha toccato Hamas. Albanese ha detto che, se pur una frangia di Hamas si è resa responsabile dell’attacco del 7 ottobre e di atti inaccettabili come negare i cambi scuola ai bambini, Hamas non è solo “organizzazione terroristica”: nel 2005 ha vinto le elezioni, riconosciute a tutti gli effetti come pienamente democratiche dagli osservatori internazionali. Il rifiuto di quel voto da parte di Israele e dell’Occidente ha alimentato fratture interne e una guerra fratricida. Ha aggiunto che l’occupazione isrealiana ha assimilato a “terroristi” anche medici, insegnanti e funzionari semplicemente perché saliti in carica sotto quell’amministrazione. Ha definito la fase attuale «finale» per il popolo palestinese a Gaza, ribadendo l’illegalità dell’occupazione e la necessità del ritiro delle truppe isrealiane. Inoltre, a suo avviso, anche se la Corte di Giustizia non si è ancora espressa sul genocidio, vale la clausola sulla prevenzione del crimine, che impone azioni prima della sentenza definitiva.

Da qui il focus si è allargato a una mappa di responsabilità economiche. Albanese ha sottolineato come l’economia dell’occupazione israeliana dei territori rubati ai palestinesi si fondi su tre pilastri: su appropriazione culturale e rimpiazzo, su aziende private e sui facilitatori (realtà che aiutano Israele, più o meno indirettamente). In questo senso ha citato banche, fondi pensione, università e grandi aziende come facilitatori diretti o indiretti dell’occupazione; ha fatto i nomi di colossi tecnologici e industriali – come Google, Amazon, Airbnb, Booking – fino al caso di un’app (creata a partire dalla piattaforma Azure di Microsoft) usata per localizzare e uccidere uomini palestinesi, e all’impiego di mezzi industriali forniti da Volvo e Hyundai per “ridurre Gaza in un’unica piatta rovina di macerie”.

Ha aggiunto che alcune importanti realtà della Borsa israeliana sono cresciute anche del 200% dall’inizio del conflitto mentre il resto della popolazione si trova a dover tirare la cinghia per via dello spostamento dei fondi verso le spese militari. «Gli israeliani potenti si sono arricchiti e fanno parte dell’1% del pianeta detiene il 50% delle risorse», a questa frase di Albanese è seguita la domanda della moderatrice: «Di fronte a questo che cosa possiamo fare noi, persone comuni?». La risposta della relatrice dell’ONU è stata, ancora una volta, netta: «Da soli si viene schiacciati, insieme no», e la via indicata è stata quella degli acquisti e degli investimenti etici.

Infine, su Israele “unica democrazia del Medio Oriente”, Albanese ha risposto che la democrazia non può esaurirsi nel voto se non è accompagnata da uguaglianza sostanziale. Ha ricordato che dal 2018 una legge del governo Israeliano ha sancito la “piena cittadinanza” solo per gli ebrei israeliani e che, fin dalla nascita della situazione attuale, da 57 anni a questa parte, i palestinesi non hanno mai vissuto un giorno di vera parità, essendo trattati come cittadini di serie B. «I palestinesi hanno diritto di esistere come popolo, non solo come individui», ha detto, definendo «ipocrita» l’uso dell’autodifesa per giustificare l’occupazione.

Nel finale Albanese ha detto di non sentirsi “coraggiosa” ma “indignata dal genocidio”. «I palestinesi di oggi sono gli ebrei di un tempo», ha affermato, definendo Gaza come «la tragedia del nostro tempo».

A chiudere la serata, Angela Lombardo, collaboratrice di Francesca Albanese durante la realizzazione il libro, è stata invitata a salire sul palco per ricordare che “apocalisse” significa “rivelazione della verità”, cioè esattamente il lavoro che l’autrice sta tentando di fare. Subito dopo, il sindaco di Aci Sant’Antonio, Quintino Rocco, ha conferito a Francesca Albanese la cittadinanza onoraria per i suoi meriti.

A chiudere l’evento sono stati i diversi minuti di applausi, misti a commozione, di tutti i presenti.

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