Ieri l’anniversario dell’uccisione di Alberto Giacomelli, l’unico magistrato in pensione ucciso dalla mafia. Il ricordo del CNDDU

- Pubblicità -

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani ricorda oggi Alberto Giacomelli, magistrato trapanese assassinato da Cosa Nostra il 14 settembre 1988.

La sua è una storia particolare, diversa da tutte le altre, e forse per questo ancora più significativa: Giacomelli è infatti l’unico magistrato in pensione ucciso dalla mafia.

Dopo oltre quarant’anni di servizio, aveva lasciato la toga il 1° maggio 1987, tra la stima e l’affetto dei colleghi. Sembrava l’inizio di una nuova fase della sua vita. Ma due anni prima aveva firmato un provvedimento destinato a segnare il suo destino: il sequestro dei beni di Gaetano Riina, fratello del capo dei Corleonesi. Un atto semplice nella forma, ma dirompente nella sostanza. Totò Riina non lo dimenticò e, quando decise di aprire la sua guerra contro lo Stato, scelse di colpire proprio quel giudice che aveva avuto il coraggio di privare la sua famiglia di un bene.

- Pubblicità -

La mattina del 14 settembre 1988, a Locogrande, Giacomelli fu assassinato. Aveva 69 anni. Morì da ex magistrato, ma per la mafia rimaneva ancora un nemico. Quell’omicidio segnò un passaggio inquietante: per la prima volta un giudice giudicante veniva ucciso, a dimostrazione che nessuno, neppure chi aveva terminato il proprio servizio, poteva considerarsi al riparo.

Chi era Giacomelli? Non un uomo di ribalta, ma un magistrato silenzioso e rigoroso. Entrato in carriera nel 1946, aveva attraversato decenni complessi con discrezione e coerenza. La sua forza stava nella normalità: serviva lo Stato senza clamore, con la convinzione che la giustizia si costruisca ogni giorno, nelle scelte più semplici ma decisive. Ed è proprio questo che rende la sua vicenda tanto preziosa: la mafia temeva non solo i grandi processi e i nomi noti, ma anche chi, nell’ordinarietà del lavoro, dimostrava che la legge vale per tutti.

Qui entra in gioco la scuola. Raccontare la vita di Giacomelli agli studenti significa far capire che la memoria non è fatta solo di figure celebri, ma anche di storie meno conosciute che hanno lo stesso valore. È nelle aule che queste vicende diventano esempi concreti, capaci di far riflettere sul senso della giustizia, sul coraggio di chi ha servito lo Stato senza cercare gloria, e sull’importanza di non piegarsi mai alla prepotenza. Ogni studente che oggi conosce Giacomelli scopre che la cittadinanza attiva nasce da gesti di coerenza e che la legalità si difende anche lontano dai riflettori.

Il suo messaggio è chiaro: la giustizia non va mai in pensione. La toga può essere deposta, ma i valori che essa rappresenta restano vivi e continuano a fare paura a chi vuole imporre la legge del più forte. È questa l’eredità che la scuola deve raccogliere e trasmettere: non solo ricordare, ma trasformare la memoria in impegno quotidiano.

Il CNDDU invita dunque insegnanti, studenti e cittadini a fare propria la testimonianza di Alberto Giacomelli. Perché il 14 settembre non sia soltanto una data, ma un’occasione per riaffermare la forza del diritto e la responsabilità che appartiene a ciascuno di noi.

- Pubblicità -