In vista della quarta edizione del Festival delle Parrocchie, che si terrà al Teatro Metropolitan di Catania il 14 novembre alle ore 21:00, abbiamo intervistato il paleontologo Alessandro Chiarenza, figura che ben si inserisce nel contesto della manifestazione, quest’anno dedicata al tema del Giubileo.
Il tema dell’intervista è quello della dedizione al proprio mestiere e al rapporto tra uomo e natura, che trova nel percorso e nelle riflessioni del dottor Chiarenza un esempio concreto e ispirante. La paleontologia, come lui stesso spiega, non è soltanto uno sguardo al passato remoto, ma una lente preziosa attraverso cui comprendere il presente e costruire un futuro più consapevole e sostenibile.
Cosa ti ha spinto a diventare paleontologo e che senso attribuisci al tuo lavoro per il futuro della società?
Da bambino rimasi incantato dagli speciali di Piero e Alberto Angela sui dinosauri: per me fu una rivelazione, il momento in cui immaginai un futuro da paleontologo. Quella curiosità non si è più spenta: prima i giochi, poi i libri, quindi gli studi in Scienze Naturali a Catania, la laurea magistrale a Bologna in Biodiversità ed Evoluzione e infine il dottorato in Paleontologia a Londra. Anni dopo ho avuto anche il piacere di incontrare Alberto Angela e lavorare con lui e la sua squadra: un cerchio che si chiude. Oggi attribuisco al mio lavoro un significato che va oltre il passato: la paleontologia è la memoria profonda del pianeta. Ci offre prospettiva, misura i tempi dei grandi cambiamenti e ci ricorda che siamo parte di una storia naturale molto più lunga di noi. Questo sguardo lungo aiuta la società a prendere decisioni più informate su clima, biodiversità e uso delle risorse, e alimenta un senso di responsabilità verso ciò che possiamo ancora proteggere.
Come pensi che lo studio dei fossili e della storia della vita possa aiutarci a vedere il rapporto tra l’essere umano e le altre specie sentendoci parte di una grande rete naturale piuttosto che superiori ad essa?
La storia della vita sul nostro pianeta ci insegna innanzitutto l’umiltà. In poco più di mezzo miliardo di anni di evoluzione delle forme pluricellulari, e in circa 3,5 miliardi di anni dalle prime tracce di vita, la natura ha prodotto “infinite forme, bellissime e meravigliose”, per citare Darwin. Collocare l’umanità nella dimensione del tempo profondo — che non si misura negli 80 anni di una vita umana ma in centinaia di milioni, se non miliardi, di anni — significa riconoscere scale temporali che hanno visto vivere ed estinguersi miliardi di specie e un’infinità di ambienti. Questo ridimensiona l’idea di eccezionalità umana e mette al centro la relazione con la natura che ci circonda. Un po’ come le scoperte di Galileo hanno spostato la Terra dal centro dell’Universo, la storia naturale ci sposta dal centro della creazione a uno dei tanti nodi interconnessi dell’immensa rete che è la biosfera del nostro pianeta. I fossili mostrano che la varietà di specie odierne è solo una piccolissima frazione di tutte quelle che sono esistite: si stima che oltre il 99% delle specie del passato sia oggi estinto. Senza i fossili, immagineremmo le possibilità della vita basandoci solo su quell’1%. E nessuna specie vive isolata: ogni organismo esiste grazie a reti ecologiche di cui è al tempo stesso prodotto e ingranaggio. Comprendere questa parentela universale non ci sminuisce; al contrario, accresce meraviglia e senso di cura, anche perché da queste connessioni dipendiamo intimamente: basti pensare al nostro sostentamento — se venissero meno le piante da cui ricaviamo i cereali, la nostra specie sarebbe in seria difficoltà. In un cosmo di circa 13,8 miliardi di anni, sapere di essere parte di questa continuità è un invito alla responsabilità.
Come la paleontologia può aiutarci oggi ad affrontare gli attuali problemi come il cambiamento climatico e altro?
Il passato è un laboratorio naturale di crisi e adattamenti, di cui troviamo traccia nei fossili e nelle rocce che li preservano. Studiando estinzioni, migrazioni, riorganizzazioni degli ecosistemi ed episodi antichi di riscaldamento climatico, la paleontologia ci insegna tre cose fondamentali: primo, contano i ritmi oltre alle magnitudini; anche quando il pianeta ha vissuto climi più caldi o vaste glaciazioni, i cambiamenti sono avvenuti spesso più lentamente di oggi, mentre l’attuale velocità del riscaldamento rischia di superare la capacità di risposta di organismi ed ecosistemi. Secondo, esistono regolarità e soglie critiche da conoscere e comprendere: le crisi non colpiscono tutte le specie allo stesso modo, e capire nel passato chi ha “vinto o perso” nella corsa all’adattamento aiuta a progettare conservazione e ripristino degli ecosistemi con priorità chiare, tutelando in modo mirato i gruppi più vulnerabili. Terzo, il tempo è la valuta dell’evoluzione: rallentare il cambiamento offre alla biodiversità margini per adattarsi o spostarsi; ogni scelta che riduce emissioni, frammentazione degli habitat e pressioni cumulative sulle specie e sui loro ambienti “compra tempo” alla vita. Per questo dico spesso che la paleontologia non parla solo di fossili: parla del nostro presente e di ciò che possiamo ancora salvare, collegando memoria e futuro.
È importante capire che senza rispetto dell’ambiente e del sistema naturale in cui viviamo non può esserci rispetto per l’altro né giustizia sociale. Ecco perché la preservazione di ambienti ed ecosistemi per le generazioni future è un tema fondamentale per la nostra sopravvivenza e, soprattutto, per garantire l’uguaglianza e il miglioramento delle condizioni di tutti, in particolare delle popolazioni — o delle frange più esposte di esse — che vivono a contatto con ecosistemi e risorse fragili, già oggi sensibili ai cambiamenti climatici che stiamo causando negli ultimi due secoli, dalla seconda rivoluzione industriale in poi. Aggiungo che, per questo motivo, il lavoro spesso bistrattato di chi studia la natura è fondamentale. Chi si impegna davvero a comprenderla e a farla comprendere, mettendo a disposizione di tutti strumenti per capirla, amarla e proteggerla, offre un servizio prezioso non solo a se stesso (per piacere di conoscenza) ma anche al prossimo. Nel mio piccolo, cerco di restituire questo debito con l’insegnamento e la divulgazione. E trovo nelle parole finali di Darwin in L’origine delle specie un orientamento etico oltre che scientifico: “Vi è qualcosa di grandioso in questa concezione della vita, con le sue diverse forze, originariamente impresse dal Creatore in poche forme o in una forma sola; e nel fatto che, mentre il nostro pianeta ha continuato a ruotare secondo l’immutabile legge della gravità, da un così semplice inizio infinite forme, bellissime e meravigliose, si sono evolute e continuano a evolversi.” Da un inizio semplice, la vita ha generato “infinite forme, bellissime e meravigliose”. Custodirne l’esistenza è, oggi, parte del nostro compito.



