Con la campagna elettorale cilena giunta ufficialmente al termine, il Paese si è avviato verso uno dei momenti più decisivi e polarizzati della sua storia recente. Ieri, domenica 16 novembre, i cittadini cileni sono infatti stati chiamati a votare per eleggere il prossimo presidente, e dato che probabilmente – come già si evince dagli exit poll – nessun candidato è riuscito a conquistare più del 50% dei voti, si arriverà al ballottaggio il 14 dicembre.
Le consultazioni hanno visto inoltre un ritorno al voto obbligatorio dopo una riforma del governo Bachelet del 2012 che lo aveva trasformato in volontario ma che aveva anche causato un forte astensionismo ed una ridotta partecipazione (il voto è diventato di nuovo obbligatorio nel dicembre 2022 per le elezioni referendarie n.d.r.).
Il governo uscente capitanato dal quasi quarantenne Gabriel Boric (Frente Amplio), alla fine del suo mandato è oggetto di analisi politico- economiche controverse.
Di sicuro Boric durante il suo mandato ha guidato un governo con una forte componente progressista, puntando su riforme sociali e su una maggiore giustizia redistributiva, in particolare una storica riforma delle pensioni: un punto centrale del suo programma che prevede un aumento dei contributi dei datori di lavoro, meccanismi per colmare disuguaglianze di genere, e incentivi per una maggiore concorrenza tra i fondi pensione. Ha promosso politiche per rafforzare il welfare: sanità, pensioni, politiche abitative, cura e sostegno. Parallelamente ha ricevuto forti critiche per non aver potuto fermare definitivamente l’inflazione, il lavoro informale e l’aumento della criminalità e dell’immigrazione e l’aumento del debito pubblico (anche a causa dell’ennesimo fallimento dell’altra storica riforma, quella tributaria).
Insomma nonostante le più nere previsioni da parte dei suoi oppositori il paese non è “crollato” (secondo i dati del FMI) riportando comunque una crescita, seppur limitata, dell’economia, una situazione macro-economica stabile e l’aumento di investimenti esteri.
C’è anche da dire che, a livello internazionale, la sua amministrazione è stata vista con un misto di speranza e cautela: un esempio di sinistra progressista che non spaventa completamente i mercati se accompagnata da credibilità fiscale, ma con il monitoraggio attento di ogni passo radicale da parte degli investitori. Tornando alla campagna elettorale, la corsa presidenziale è risultata molto frammentata, ed in questo primo turno è emersa la mancanza di un favorito netto. Un dato di fatto è che esiste una polarizzazione crescente: da un lato la sinistra, che si presenta con una colazione unita (con Jeanette Jara, ex ministro del lavoro del governo Boric, militante del Partito Comunista e la destra radicale (Jose Antonio Kast e Johannes Kaiser). Un po’ più indietro nei sondaggi risulta essere una coalizione di destra “moderata” (Evelin Matthei).
Sicurezza e delinquenza sono tra i principali problemi percepiti dagli elettori. Secondo dati, una larga parte della popolazione considera l’insicurezza come il problema più urgente. I candidati di destra (soprattutto Kast e Kaiser) stanno capitalizzando questa preoccupazione con promesse di politiche molto dure. L’immigrazione è un tema centrale nella campagna: è citata frequentemente come uno dei problemi che bisogna affrontare in modo prioritario. La destra utilizza il tema immigrazione non solo per la sicurezza, ma anche per richiamare elettorato nazionalista o conservatore. La bassa partecipazione alle primarie del blocco di sinistra è vista come un segnale di debolezza o disaffezione di una parte dell’elettorato progressista. Inoltre una parte dell’elettorato (e dell’opinione pubblica) è preoccupata per l’etichetta comunista: il PC porta con sé un peso storico, e alcuni avversari elettorali (e anche alleati) temono che Jara non riesca a “dissociarsi” abbastanza da visioni radicali. Alcuni dirigenti del suo stesso partito, o osservatori esterni, suggeriscono che potrebbe valutare di rinunciare formalmente alla militanza per “sdrammatizzare” e affrontare il voto anticomunista.
La destra punta fortemente su messaggi di paura (“sicurezza”, “criminalità”, “immigrazione”) per mobilitare il proprio elettorato, e le proposte dei suoi candidati vanno dalle posizioni autoritarie, libertarie e revisioniste (riaprire il dibattito istituzionale e legale sulla dittatura) di Kaiser; a quelle dure con un forte uso dello Stato e delle forze dell’ordine per ristabilire il “controllo” della legalità di Kast; per finire con un programma moderato di destra tradizionale di Matthei, più pragmatico su sicurezza ed immigrazione e tipicamente liberale dal punto di vista economico.
L’obbligo di voto potenzialmente ha sicuramente cambiato la demografia dell’elettorato attivo: elettori meno politicamente coinvolti o più “disinteressati” hanno potuto influire in modo diverso rispetto alle elezioni precedenti.
Davide Piacenti



