Regione tra scandali e giochi di potere: solo cambiando le regole e la qualità della classe politica si può sperare in un futuro diverso – Così è (se vi pare)

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Salve a tutti e ben ritrovati nella rubrica di Hashtag Sicilia “Così è (se vi pare)”.

Dopo l’ennesimo scandalo che ha coinvolto l’ex presidente della Regione Salvatore Cuffaro e travolto la sua creatura, la democrazia cristiana, sorprende non solo il fatto che neppure il carcere è riuscito a redimere un uomo che ha trascorso nelle patrie galere quattro anni e undici mesi, ma anche l’espressione sempre più corrucciata, sconsolata, quasi rassegnata del presidente della Regione Renato Schifani.

Un’espressione, quella del presidente Schifani, che ha suscitato in me un sentimento di tenerezza e comprensione, salvo poi ricredermi, dopo la decisione di mettere fuori dal governo regionale prima i burocrati coinvolti nello scandalo, e poi gli assessori della democrazia cristiana.

Come se fosse sufficiente, per riacquistare legittimità, mettere fuori dalla giunta i sodali di Totò Cuffaro quando, invece, la lista degli indagati, degli accusati di gravi fatti di corruzione e di reati contro la pubblica amministrazione, oltre ad essere lunga coinvolge quasi tutti i partiti, compreso il presidente dell’Ars Gaetano Galvagno e l’assessore Amata, tutt’ora in carica.

A voler pensar male viene da dire che il presidente e gli esponenti di altri partiti di maggioranza con questo “atto di responsabilità“ hanno colto la palla al balzo per fare gol, vale a dire per spartirsi quel che resta del partito di Cuffaro.

Sembra paradossale, ma l’unica voce fuori dal coro dei partiti della maggioranza, per un attimo e, solo per un attimo, è sembrata quella del leader del Mpa (Movimento per l’Autonomia), dell’onorevole Raffaele Lombardo, che in un momento di “smarrimento“ si era spinto a chiedere l’azzeramento, fare cioè tabula rasa di tutti i componenti della giunta, salvo poi ricredersi dichiarando che era stato tutto un equivoco.

I partiti e i movimenti collocati all’opposizione, e un pezzo significativo del sindacato, hanno chiesto, invece, le dimissioni del presidente della Regione e di conseguenza lo scioglimento anticipato dell’Assemblea regionale per ritornare subito al voto.

Claudio Fava, già parlamentare europeo e presidente della commissione regionale antimafia ha tuonato sostenendo che nessun partito, neppure quelli di opposizione, hanno le carte in regola per chiedere le dimissioni di chicchessia.

Un modo, dicono i maligni, per sostenere che l’unico di specchiata moralità è lui, e quindi solo lui può essere lo sfidante del candidato del centrodestra nelle future elezioni regionali.

Non so se corrisponde alla realtà la massima di Andreotti “a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca“, quello che so, per quando mi riguarda, è che comunque – fermo restando la stima personale – neppure una sua candidatura a presidente della regione mi sembra risolutiva del cancro che corrode la Sicilia.

Lo dico con una battuta: si possono cambiare i musicanti, ma se lo spartito resta lo stesso la musica è destinata a restare sempre uguale, al di là delle buone intenzioni di chi verrà dopo Schifani.

Fuor di metafora: se si vuole estirpare per davvero il cancro della corruzione non basta cambiare il manovratore, ma occorre cambiare prima le regole delle nomine nella sanità e negli altri enti controllati dalla Regione; e nel contempo individuare bene i soggetti preposti ai controlli, che devono essere personalità al di sopra di ogni sospetto e totalmente sganciate dalla politica.

Che fare dunque di fronte a questo spettacolo indecente e desolante, agli scandali che si susseguono quasi senza interruzione di continuità, coinvolgendo alti e medi burocrati ed esponenti di primo e secondo piano di quasi tutti i partiti?

Se andiamo indietro nel tempo forse una soluzione si riesce a trovare, a condizione, ovviamente, che si voglia davvero estirpare il bubbone e cambiare registro.

E andando a ritroso si può rintracciare la chiave per provare a scardinare il problema: nel 1975 gli onorevoli Achille Occhetto, allora segretario regionale PCI, e Piersanti Mattarella, fratello del presidente della Repubblica sottoscrivono un accordo.

Un accordo siglato nella Sicilia di Lima, Gioia, Ciancimino dove la mafia deteneva un rapporto con la politica che non esisteva in nessun’altra area del paese; e che scoperchia il cuore del sistema mafioso palermitano nel momento in cui irrompe sulla scena l’ispezione al comune di Palermo per gli appalti. Un accordo storico, definito “l’Accordo di Fine Legislatura“.

Presidente della Regione all’epoca era l’onorevole Angelo Bonfiglio, ma era Piersanti Mattarella l’anima della svolta.

L’intesa, incoraggiata anche dagli onorevoli Moro e Berlinguer, consisteva nel l’impegno di entrambi i contendenti a “deporre le armi“ per un certo periodo e varare di comune accordo alcune leggi in grado di far fare alla Sicilia una svolta, sia sul piano economico-sociale sia sul piano etico morale.

Quella scelta, che fu innanzitutto un atto di coraggio e di responsabilità verso la Sicilia e i siciliani e la volontà di proseguire nella intesa con il PCI, fu pagata purtroppo con la vita, prima dall’onorevole Aldo Moro e poi dall’onorevole Piersanti Matterella.

Avanzo questa idea perché ritengo che la soluzione non risieda nel solito dibattito d’aula, proposto da qualche esponente politico e da qualche movimento, dove tutti per un momento e solo per momento, dichiarano la propria indignazione per ciò che è accaduto e si dicono d’accordo per una svolta etica, salvo poi dimenticarsene dopo qualche giorno.

Non risiede neppure nell’idea partorita dalle opposizioni nel conclave svoltosi nell’Abbazia di S.Martino delle Scale, che consiste nella decisione di presentare una mozione di sfiducia nei confronti del governo Schifani.

Non è una soluzione per due ragioni:
1) la prima: le opposizioni, anche se unite, non hanno i numeri per sfiduciare il governo;
2) la seconda: è utopia pensare che ci siano 13 deputati disposti a voltare le spalle al governo Schifani e ripresentarsi subito dopo agli elettori con il rischio di non essere rieletti, perdendo così tutte le prebende di cui godono.

Dispiace dirlo, ma tutte le proposte messe in campo sia dalla maggioranza (che è quella di serrare le fila e continuare come se nulla fosse), sia quella delle opposizioni – fermo restando la buona fede – mi sembrano operazioni gattopardesche.

Perché il degrado morale e le logiche affaristiche affermatesi alla Regione sono tali che non sono sufficienti le dichiarazioni di buona volontà, né la qualità degli uomini per estirparli.

Occorre un accordo e una legge da approvare prima del voto che modifichi le regole delle nomine e il sistema dei controlli, quindi, un atto di coraggio e di responsabilità verso la Sicilia e i siciliani, in un sussulto di orgoglio e di dignità da parte di tutte le forze politiche siciliane.

Insomma se si vuole cambiare davvero registro occorre agire come agirono nel 1975 l’onorevole Piersanti Mattarella e l’onorevole Achille Occhetto, che concordarono prima le leggi da varare e le regole da cambiare.

Non so se l’attuale classe politica sia in grado di agire in questo senso, ma poiché la speranza è l’ultima a morire, per quando mi riguarda non mi resta che sperare.

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