Dopo le elezioni presidenziali, della Camera dei deputati e di metà del Senato, i risultati sono i seguenti: Jeannette Jara, la candidata di centro-sinistra (partiti di governo più Democrazia Cristiana) ha ottenuto il primo posto con il 26,85%; José Antonio Kast del Partito Repubblicano con il 23,92% è al secondo posto. Entrambi si contenderanno il ballottaggio il 16 dicembre. Il terzo posto è andato a Franco Parisi del Partito del Popolo con il 19,71%; seguono Johanes Kaiser del Partito Nazionale Libertario con il 13,94% ed Evelin Matthei della coalizione della destra tradizionale con il 12,46%. A questi si aggiungono i voti marginali di tre candidati che totalizzano il 3,12% e che probabilmente sosterranno Jara.
Al Senato si è registrato un pareggio, mentre alla Camera dei Deputati la destra ha ottenuto 76 seggi su un totale di 155. Non ha ottenuto la maggioranza semplice e non raggiunge il quorum di 4/7 necessario per riformare le leggi di rango costituzionale e le riforme costituzionali che richiedono un quorum qualificato. Il centro-sinistra è sceso a 61 parlamentari e aggiunge, sicuramente, altri tre seggi di gruppi affini che non facevano parte dello stesso patto. Il Partido de la Gente ne ha 14 ed è stato eletto un indipendente.
Questa è la situazione attuale. In termini generali possiamo sottolineare alcuni aspetti rilevanti: in primo luogo, un’alta affluenza alle urne, pari all’85,44% su un totale di 15,7 milioni di elettori. Il voto è obbligatorio; in secondo luogo, un centro-sinistra molto al di sotto delle sue prestazioni storiche, che rivela una perdita di connessione e sintonia socio-politica e culturale; in terzo luogo, una destra divisa e in tensione, sebbene tutte appartenenti al tronco comune del pinochetismo e che, sommate, ottengono il 50,3%. Si tratta di una destra egemonizzata da due gruppi (Kast e Kaiser) di estrema destra che totalizzano il 37,86%, contro il 12,46% di Matthei. A livello parlamentare anche i “libertari” hanno fatto progressi; 4°, l’ascesa di un nuovo tipo di populismo che media con un certo tecnocratismo e dove convergono elementi propri dei cosiddetti partiti dell’individualismo post-democratico. Sebbene con alcune varianti rispetto alla destra, essi apprezzano il mercato e si considerano privi di ideologie, critici nei confronti delle élite, con un discorso semplice ed efficace che accoglie i disillusi e sottolinea la condizione di individui autonomi e responsabilizzati. La loro importanza è accresciuta dalla presenza, oltre al 20% dei voti al ballottaggio, di 14 deputati, che li rende un fattore chiave in sede legislativa; 5° il consolidamento della tendenza alla disseminazione del centro politico.
Stando così le cose, anche se la destra avesse elevate probabilità di vincere, non avrebbe campo libero per attuare trasformazioni conservatrici regressive e autoritarie, né margini istituzionali e politici assicurati per implementarle. Sicuramente Kast insisterà sul discorso della paura, dell’insicurezza, dell’ordine e dell’anti-immigrazione.
Ciò dovrà essere realizzato nel quadro delle sue ben note proposte neoliberiste di ridurre le tasse senza alcun riferimento all’evasione e all’elusione fiscale (circa il 7-8% del PIL), abbassare i salari e la spesa pubblica (propone di ridurla di 6 miliardi di dollari in 18 mesi) come misure fallimentari per aumentare il gettito fiscale, gli investimenti e creare più posti di lavoro. In un contesto di dibattiti e scambi discorsivi, concentrati su due proposte, aumentano ovviamente le richieste di chiarezza e coerenza delle motivazioni e dei fondamenti delle proposte, nonché dei requisiti e delle modalità per attuarle. Naturalmente cercherà di evitare questo scenario, ma è difficile evitarlo.
Jeannette Jara ha un compito difficile. Tra le altre questioni fondamentali, dovrà rafforzare la correlazione tra titolo e sottotitoli programmatici e gli impatti diretti sulla vita delle persone e delle famiglie. Nel delicato equilibrio tra continuità e cambiamento, ha al suo attivo una serie di risultati positivi, come le riforme pensionistiche e i milioni di persone che ne hanno beneficiato, i maggiori contributi alle comunità più povere derivanti dai diritti minerari, approvati durante questo governo, che raccolgono oltre 1,5 miliardi di dollari all’anno per lo Stato cileno. A ciò si aggiungono l’aumento del salario da 350.000 pesos nel 2022 agli attuali 539.000 (da circa 325 euro a circa 500) e la riduzione dell’orario di lavoro a 40 ore.
Questi grandi progressi, tra gli altri, dovranno essere collegati alle proposte di miglioramento delle condizioni di negoziazione del lavoro, alla semplificazione burocratica statale, all’orizzonte di un reddito vitale di 750 mila pesos (circa 700 euro), gli investimenti produttivi, la correzione delle inadempienze fiscali e una concezione della sicurezza dei cittadini che colleghi l’azione istituzionale rafforzata contro ogni tipo di crimine e delinquenza, comprese le rotte del denaro, al raggiungimento di condizioni socioeconomiche dignitose. Il confronto politico al ballottaggio deve superare i termini della logora ricetta neoliberista.
Nella lotta per accorciare le distanze e vincere, bisognerà sempre essere consapevoli dell’importanza di consolidare un blocco politico e programmatico in cui convergano, assumendo sfumature e approcci diversi, le forze dell’ampio spettro umanista, democratico, popolare e nazionale. Questo è una garanzia per il futuro del Cile e della sua democrazia.
Luciano Valle Acevedo – Politologo.
Santiago del Cile.



