La seconda tappa di questo viaggio nel cuore dell’emigrazione siciliana in Australia non inizia sotto i buoni auspici. Non solo perché prima di partire per Melbourne – nonostante la levataccia – restiamo intrappolati per più di un’ora e mezza dentro l’aereo, senza che nessuno ci dica il motivo del ritardo; ma anche perché, proprio a causa di questo contrattempo, salta l’incontro con il Console Generale d’Italia.
L’arrivo a Melbourne e l’incontro con Giuseppe Cannata
All’aeroporto della città fondata nel 1835 da coloni provenienti dalla Tasmania, sorto sulle terre della tribù aborigena dei Kooris e cresciuta impetuosamente dopo la scoperta dell’oro nel 1850, ci accoglie il presidente del Carsi, Giuseppe Cannata: un uomo che ha trasformato il suo impegno nel mondo associativo in una vera e propria missione, profondamente orgoglioso delle sue origini contadine risalenti al Cinquecento.
Questi, dopo averci dato il benvenuto e averci comunicato che il Console ha dato la disponibilità ad incontrarci il lunedì successivo, ci rende edotti delle “regole d’ingaggio“, che prevedono prima di andare in albergo per disfare le valigie e recuperare qualche ora di sonno, e successivamente una visita agli studi di Radio Globo.

La voce dell’emigrazione ai microfoni di Radio Globo
Poiché al nostro arrivo lo studio è impegnato con una trasmissione ci viene suggerito di aspettare nel bar di fronte la redazione, dove ne approfittiamo per fare colazione. Quando usciamo per recarci nella sede del Globo veniamo investiti da una ventata d’aria fredda e schiaffeggiati da un vento gelido che ci fa ricordare con nostalgia il caldo di Sydney.
Mentre aspettiamo che preparino lo studio per l’intervista ne approfitto per inviare un messaggio a Totò, un mio compaesano che vive a Melbourne da quasi quarant’anni, un amico con il quale negli anni sessanta ho condiviso la militanza in un movimento politico di estrema sinistra (assolutamente estraneo alle velleità terroristiche del tempo) e alcune battaglie civili, come quella dell’acqua e contro l’amministrazione comunale tempo, per comunicargli il mio arrivo e che potevamo vederci l’indomani.
L’intervistatrice, una giovane e brava giornalista italiana sposata con un giovane australiano, ci chiede di illustrare in sintesi i motivi della nostra visita nel paese dei canguri e il nostro programma.

Rispondiamo io e la dottoressa Laura Bisso, dicendo che parleremo di Turismo delle Radici e dei suoi obiettivi e del valore dell’associazionismo per rafforzare il legame tra gli emigrati e la loro terra d’origine, le tradizioni e la cultura.
Melbourne, la città delle “quattro stagioni in un giorno“, e un invito inaspettato
Giuseppe Cannata, mentre ci porta in albergo, ci dice che Melbourne è una località abbracciata dalla Baia di Port Phillip, vicino alla foce del fiume Yarra, famosa per le sue bellissime spiagge e per l’estrema variabilità meteorologica, vale a dire per un clima che i suoi abitanti definiscono “four seasons in one day“, che tradotto in italiano vuol dire “quattro stagioni in un giorno”: il tempo cambia rapidamente, passando da caldo a freddo, pioggia e sole, spesso nell’arco di sole 24 ore.
Pertanto ci suggerisce che, se non vogliamo beccarci il raffreddore, dobbiamo vestirci “a cipolla”. Prima di lasciarci in albergo Giuseppe ci dice “se non avete già programmato che fare per la serata mi farebbe piacere avervi ospiti a casa mia a cena, ovviamente – aggiunse – vengo io a prendervi in macchina“.
Accettammo senza pensarci due volte, non solo perché l’invito era stato particolarmente caloroso, ma anche perché eravamo curiosi di capire come viveva una famiglia siciliana e cosa mangiava.
Una cena siciliana nel cuore dell’Australia
Maria, la moglie una donna gentile e premurosa, originaria di Giarratana in provincia di Ragusa, aveva preparato dei maccheroncini alla norma (un tipico piatto della cucina catanese) e una parmigiana a dir poco stratosferica, il tutto preceduto da olive nere al forno, formaggi e una miriade di insaccati – ci dice Giuseppe – preparati da lui stesso, che non avevano nulla da invidiare a quelli dei marchi più prestigiosi.
Conversammo amabilmente per più di due ore e apprendemmo, grazie ai loro racconti, che i loro parenti che risiedevano in Australia erano quasi tutti i siciliani, e anche loro si adoperavano a preparare spesso i vari prodotti della tradizione culinaria dell’isola: dalle olive al forno e schiacciate, alle melanzane sott’olio alla salsa e all’estratto di pomodoro.
È una sorta di rito collettivo che coinvolge i parenti e gli amici che si ritrovano per rinnovare la tradizione e celebrare il loro legame con la terra d’origine. “L’unica cosa che non riusciamo a fare – dice Maria – sono i pomodori secchi a causa dell’eccessiva umidità”.
La notte feci fatica ad addormentarmi nonostante fossi stanchissimo e avessi perso molte ore di sonno, non solo perché non avevo recuperato i postumi del fuso orario, ma anche perché non riuscivo a capire come si sarebbe sviluppata la mia permanenza a Melbourne.

Il richiamo dell’Australia: confidenze mattutine con un giovane italiano
L’indomani, mentre facevo colazione in albergo, conosco casualmente un giovane italiano, di Latina che mi parla della sua “tentazione“ di trasferirsi nel Paese dei canguri dove vivono alcuni parenti della madre. Cerco di capire cosa spinge un giovane laureato con un’occupazione – a suo dire – soddisfacente a immaginare il suo futuro in un paese che dista dall’Italia oltre quindicimila chilometri.
Con mia grande sorpresa mi confida che a spingerlo è il rispetto delle persone, a prescindere dal grado di istruzione, del titolo di studio, della razza e dalla religione, “qui – sostiene – le persone sono rispettate per il proprio lavoro“.
Inoltre aggiunge che ad “allettarlo” al trasferimento sia anche l’altissimo livello dei servizi nel paese: dai trasporti all’istruzione, passando per la sanità; e anche il fatto che nel lavoro e nella ricerca viene riconosciuto il merito, indipendentemente se sei inglese, australiano o italiano.
Il quadro che mi fa della realtà australiana mi sembra troppo idilliaco, ma poiché non conosco granché della realtà del paese non obietto nulla, mi limito a registrare il suo pensiero.
Ritrovarsi con un vecchio compagno di lotte: la storia di Totò
Dopo un poco mi raggiunge in albergo Totò La Leggia, il mio amico che nel luglio del 1976 è approdato nel Paese dei canguri, dopo un’esperienza di lavoro in Lombardia e in Germania e un periodo di impegno politico che gli procurò qualche problema con la giustizia.

Dopo esserci abbracciati calorosamente, Totò mi parla del fratello Angelo e del suo primo lavoro nella muratura, della scelta di lasciare la ditta del fratello per andare a lavorare come meccanico nella Spencer motors Victoria (un distributore Fiat – Lancia), della sua attività in proprio e della sua fabbrica.
Mi parla della sua famiglia e dei figli di cui è particolarmente orgoglioso (io ovviamente faccio altrettanto), accenna alla sua esperienza nell’associazionismo, prima nell’associazione “Figli d’Italia“, all’interno della quale è stato direttore del movimento giovanile, e poi nel Knox Italian Community Club, dove ha ricoperto per due volte la carica di presidente.
Accenna ai nostri paesani che risiedono in Australia, in particolare ai fratelli Milazzo Salvatore e Giuseppe (quest’ultimo sposato con una paesana) che vivono a Lanceston, in Tasmania, con i quali – sostiene – è ancora in contatto.
Dai suoi racconti capisco che lui è già in pensione e che il fratello Angelo e gli altri paesani, dopo tanti anni di lavoro e impegno, sono benestanti e che non manca loro niente, e che possono permettersi di girare il mondo in lungo e in largo, come fa spesso Totò.
Alla scoperta di Melbourne, capitale culturale e mosaico di comunità
Verso le undici ci raggiunge Giuseppe che ci propone, sollecitato anche dalla dottoressa Bisso, di fare “shopping”, ovvero di intraprendere un giro nel cuore di Melbourne, che è la capitale culturale del Continente, grazie al fatto che nel suo seno si sono sviluppate la maggior parte delle correnti artistiche australiane, dalla musica alla letteratura.
Melbourne, aggiunge Giuseppe, è la città più vivibile al mondo, secondo la classifica stilata da The Economist.
Giriamo per Chapel Street e Toorak Road, strade dove si pratica il cosiddetto shopping di lusso, e per i famosi vicoli (il più stretto Corrs Lane, è largo abbastanza per una persona), poi ci spostiamo a Flinder e Swanston Street, le due strade che sono considerate il cuore pulsante della città, e infine visitiamo la Royal Arcade, una storica galleria commerciale in stile vittoriano.

Alle due dopo mezzogiorno siamo sfiniti dalla stanchezza e ci fermiamo un pò sulla Great Ocean Road, famosa per il suo panorama costiero; infine sostiamo per pochi minuti all’esterno delle due cattedrali, quella cattolica e quella anglicana.

Dopo quasi quattro ore di girovagare, inframmezzato da un panino preso al volo da un piccolissimo locale, mi sono fatto l’idea (giusta o sbagliata che sia) che Melbourne è un grande mondo in cui si inseriscono tanti piccoli microcosmi diversi uno dall’altro, comunque tutti da esplorare. Piccoli universi come: il quartiere Greco, quello Vietnamita, Chinatown, Lygon Street, conosciuta come Little Italy, famosa per i suoi ristoranti e l’atmosfera vibrante.
Tra esitazione e curiosità: un invito nel cuore di una famiglia
Poco dopo le quattro del pomeriggio Totò ci dice che deve andare a prendere la macchina perché gli scade l’orario del parcheggio, ci saluta dicendoci che ci avrebbe raggiunto il pomeriggio del giorno dopo per partecipare al convegno sul Turismo delle Radici.
Rimasti soli Giuseppe ci comunica che lui la sera ha un impegno familiare a cui non può assolutamente mancare, ci chiede se abbiamo bisogno di qualcosa, di qualche suggerimento. Rispondiamo all’unisono – io e la dottoressa Bisso – di non preoccuparsi e che non avevamo bisogno di nulla.
Dopo qualche istante Giuseppe però ritorna sui suoi passi dicendoci che gli avrebbe fatto piacere se ci fossimo aggregati ai suoi parenti che festeggiavano il diploma di un suo pronipote. Lì per lì ci sembrò un invito da non accettare perché ritenevamo che ci saremmo sentiti come due pesci fuori dall’acqua, considerato che era una festa esclusivamente familiare; alla fine però accettammo quell’invito perché – pensai – scaturiva certamente dalla voglia di farci vedere come concretamente si siano sviluppate le famiglie dei siciliani e in cosa consisteva la vita all’estero delle comunità familiari.

Una serata particolare
Così, alla fine, arrivammo alla festa di famiglia: nella casa di uno dei pronipoti di Giuseppe trovammo più di trenta persone, perlopiù giovani e qualche bambino che scorrazzava felice tra le gambe della parentela.
Sulla lunga tavolata erano allineati, come soldati, tantissimi piatti di gustose pietanze delle tradizioni culinarie di diversi paesi, preparate con cura dalle donne di casa: americane, australiane, inglesi e, ovviamente siciliane che furono ingurgitate in un battibaleno.
Dopo si formarono dei gruppi che cominciarono a discutere del più e del meno: era un vero e proprio festival di dialetti e di idiomi, che rallegravano il cuore e che spaventavano.
Ci rallegravano perché ci facevano sentire tutti come figli dello stesso Dio e ci spaventavano perché nonostante alcuni masticavano l’inglese e altri si destreggiavano con un po’ di francese scolastico aleggiava in tutti il timore di non capirci.
Io e la mia compagna di viaggio capitammo in un gruppo del quale facevano parte Giuseppe, la moglie, la sorella e la cognata, a cui di tanto in tanto si aggregavano alla conversazione uno dei figli con relativa consorte e qualche nipote o pronipote.
Le più anziane raccontavano le difficoltà ad integrarsi non conoscendo la lingua, gli equivoci e le situazioni buffe al limite del grottesco che avevano vissuto. Una nipote di Giuseppe ci raccontò, facendoci sbellicare delle risate, di quando era ancora a Catania con la madre. Questa era talmente stanca del lavoro domestico e di quello che faceva fuori di casa che ogni mattina – nonostante la figlia l’avvisasse per tempo che alla fermata successiva dovevano scendere dall’autobus -, rispondeva serafica che stesse buona perché ancora c’era tempo. Con la conseguenza però che ogni mattina, puntuale come la morte, scendevano al capolinea.
Il Museo dell’emigrazione e il convegno all’Istituto Italiano di Cultura
L’indomani, dopo aver fatto una colazione abbondante decidiamo, nonostante fuori piova, di visitare il Museo dell’emigrazione e di girovagare un po’ per il centro città. Poiché il tempo non è per nulla clemente, usciti dal museo decidiamo di rientrare in albergo, anche perché la domenica mattina la città è deserta.
Nel pomeriggio arriviamo all’istituto di Cultura Italiano insieme a Giuseppe, accolti dal direttore Paolo Baracchi. Questi, dopo averci fatto visitare il carretto siciliano (omaggio della nostra comunità e simbolo dell’arte pittorica su legno e del lavoro artigiano), ci introduce in una saletta dove ci attendono alcune persone, tra le quali il presidente del Comites Ubaldo Aglianò, un catanese di Cibali che incarna la autenticità, la schiettezza, la genuinità e l’essenza del modo d’essere della sua città.

Subito dopo inizia il convegno al quale partecipano una cinquantina di corregionali, alcuni dei quali in rappresentanza di una decina di associazioni e club, e tre giornalisti della stampa italiana all’estero.
Dopo l’incontro, molto apprezzato da tutti gli astanti per la qualità degli interventi, mi attardo più del necessario a conversare con una collega del Globo che vuole sapere maggiori informazioni sul grado di attuazione del progetto denominato “Turismo delle Radici“, mentre gli altri consumano tutto quel ben di Dio che impreziosisce il buffet, senza porsi il problema di lasciare qualcosa all’affamato.

Dopo aver salutato tutti, compreso ovviamente il mio amico e compaesano Totò, con la macchina di Giuseppe passiamo davanti al monumento dedicato agli operai scalpellini che nel 1856 ottennero il diritto alla giornata lavorativa di otto ore, costeggiamo il quartiere italiano che pullulava di centinaia di persone per poi dirigerci alla torre, da dove si gode una vista notturna della città assolutamente imperdibile.
Le opportunità dell’Italia nel mercato australiano
Prima di lasciare Melbourne incontriamo il Console Generale d’Italia che ci offre la possibilità di capire quali e quante opportunità potrebbero aprirsi per il nostro paese perché – ci dice la dottoressa Chiara Mauri – i prodotti italiani sono molto apprezzati: dall’abbigliamento, agli accessori di moda, ai componenti d’arredo, ai tanti prodotti dell’agroalimentare.
Siamo un’eccellenza, è da sciocchi – diciamo insieme alla nostra autorevole interlocutrice – non cogliere le opportunità che oggi potrebbero fare la differenza in materia di export.




