La produzione di energia elettrica è entrata da più di decennio nella realtà di molte aziende agricole, grazie ai molti punti di forza che porta con sé: abbattimento dei costi di approvvigionamento dell’energia; accesso a una fonte di reddito aggiuntiva; calore per allevamenti ed altri processi aziendali; economia circolare ed immagine aziendale green. Ma prima di arrivare a godere dei benefici, di quali difficoltà occorre tenere conto? E soprattutto, quali sono le tempistiche? Come in molti altri aspetti della vita di un imprenditore, anche le energie rinnovabili scontano ritardi causati da incertezza normativa e iter lunghi e spesso, complessi. Ciò porta ad avere un gran numero di progetti (superiore a quanto realizzabile nella realtà) e di richieste di connessione alla rete.
Le tempistiche di connessione sono stabilite da Arera attraverso il Testo Integrato Connessioni Attive (Tica), e variano in base alla potenza dell’impianto che si vuole allacciare alla rete. Il primo passaggio per l’impresa agricola è la richiesta di preventivo, il cui tempo massimo varia al variare delle dimensioni dell’impianto: venti giorni per quelli di piccole dimensioni; sessanta giorni per gli impianti oltre i oltre 1000 kW. È necessario, però, tenere conto che spesso il preventivo arriva a ridosso della scadenza dei termini, i quali sono facilmente destinati ad aumentare. Infatti, nel caso siano necessarie modifiche o integrazioni, il conteggio dei giorni riparte da zero.
Una volta superato lo scoglio del preventivo, serve definire i tempi complessivi di allaccio. Questi possono andare molto oltre i novanta giorni previsti nel caso in cui si scelga l’iter ordinario e non il semplificato – più frequente per impianti di maggiori dimensioni, che richiedono autorizzazioni di enti terzi e lavori di adeguamento della rete.
La capacità di convogliare e distribuire elettricità non è uguale in tutta Italia. Ci sono aree più congestionate e altre – come alcune zone rurali – non adatte ad accogliere grandi quantità di energia. Una disomogeneità che dipende molto da come le reti sono state pensate e realizzate in passato, ossia per il trasporto unidirezionale di energia elettrica, dai grandi centri di produzione verso le aree di consumo. Le necessità sono, però, cambiate con il tempo: sempre più spesso viene richiesto che l’energia viaggi in modo bidirezionale, dalle periferie alle città, servendo case ed industrie.
Purtroppo, è stato fatto poco per adattare la struttura della distribuzione di energia sul territorio alle nuove esigenze. Questo ritardo comporta maggiore complessità burocratica e maggiori costi sulle spalle delle imprese. Ad esempio, se al momento della candidatura dell’impianto la rete risulta satura, i lavori di adeguamento sono a carico parziale (ma a volte anche totale) del soggetto privato proponente. Il quale si trova ad affrontare, oltre ad un preventivo più costoso, ritardi tali da rischiare di vedere il proprio progetto arenarsi perché non più conveniente dal punto di vista economico.
Anche il carattere discontinuo e a termine delle politiche di settore (incentivi e contributi a fondo perduto) non aiuta. Si innesca, infatti, un effetto “corsa” da parte delle aziende e un fiorire di richieste di connessione che, da un lato, attirano un forte interesse da parte di costruttori e sviluppatori, ma dall’altro, aumentano la mole di lavoro per i proponenti, in difficoltà nell’approvvigionamento di materiali costruttivi e di manodopera. Inoltre, la storia ci insegna che questo complicato meccanismo si trova ciclicamente ad affrontare bolle economiche e finanziarie che lasciano sul campo progetti irrealizzati e repentini cali di lavoro per l’intera filiera.
È evidente la necessità di una pianificazione a lungo termine dei lavori di adeguamento delle reti di distribuzione, e un piano di sostegni importante e duraturo per le aziende agricole impegnate nella propria transizione energetica – settore strategico del Paese anche per gli obiettivi di decarbonizzazione fissati dall’Ue.
Altro nodo è il fenomeno del Not in my backyard (NIMBY) che sempre più di frequente si traduce in resistenze e opposizioni da parte dell’opinione pubblica alla realizzazione degli impianti. Un controsenso, rispetto alla diffusa consapevolezza della necessità di in vestire nell’indipendenza energetica e nelle energie rinnovabili. La transizione energetica è una necessità, non un’opzione. Il suo successo nel settore agricolo dipende anche dalla capacità di superare l’attuale frammentazione. Anche promuovendo l’integrazione degli impianti nel tessuto sociale attraverso strumenti come le Comunità energetiche rinnovabili (Cer).



