Salve a tutti e ben ritrovati nella rubrica di Hashtag Sicilia “Così è (se vi pare“).
Sono tante le questioni che affollano i miei pensieri, ma questa sera mi occuperò di un problema che da qualche anno cattura l’attenzione, oltre che degli addetti ai lavori, anche di quei cittadini che prediligono fare la spesa, vestirsi o comprare servizi nei cosiddetti negozi di vicinato.
Faccio questa scelta perché mi capita sempre più spesso di imbattermi in titolari di attività commerciali e in dirigenti di associazioni che mi dicono che tanti negozi sono costretti a chiudere a causa dell’E-Commerce, vale a dire degli acquisti online e dei grandi centri commerciali.
Infatti, anche se l’Italia occupa il penultimo posto della graduatoria degli Stati europei dell’E-Commerce (seguita solo dalla Bulgaria), mettendo a confronto il dato del 2024 con quello del 2014 si nota nel decennio un incremento pari al 31,31 per cento (un valore che si ottiene facendo appunto la differenza della statistica riferita all’anno 2024 – ovvero 53,60 – e quella riferita al 2024 – cioè 22,29 per cento).
Guardando però i dati sulla nati mortalità delle imprese emerge che il comparto vive di alti e bassi: ci sono alcuni settori come quelli legati alla ristorazione, ai bar e al turismo che fanno registrare un trend positivo; e altri, come quelli connessi alla vendita dei prodotti alimentari, dell’abbigliamento, del calzaturiero, degli accessori di moda, degli articoli per la casa, dell’elettronica e di determinati servizi che evidenziano, invece, grandi difficoltà.
Approfondendo la questione viene fuori che se è vero che negli ultimi anni il commercio elettronico abbia fatto registrare tassi di crescita molto significativi (nel 2024 secondo la CGIA di Mestre ha toccato 58,8 miliardi di volume d’affari, di cui 38,2 miliardi per gli acquisti di prodotti e 20,6 miliardi per quello di servizi), è anche vero che dati recentissimi ci dicono che il 90 per cento di vendite al dettaglio continua ad effettuarsi nelle attività commerciali in sede fissa, vale a dire nelle cosiddette botteghe e negozi di vicinato.
Se guardiamo poi il dato del 2024 dell’E-Commerce riferito alla Sicilia notiamo che l’Isola occupa il penultimo posto della graduatoria delle regioni italiane, con il 30,7 per cento di residenti (ovvero 1 siciliano su 3) che hanno effettuato acquisti online, seguita dalla Calabria che si attesta al 27,6 per cento.
Pertanto, se è vero – come sostiene Eurostat – che un italiano su due acquista online contro una media europea che si attesta al 71,8 per cento, è anche vero che conseguentemente i piccoli negozi commerciali e le botteghe artigiane sono destinate a perdere terreno, a meno che non vengano adeguatamente sostenute.
L’aumento dell’E-Commerce è certamente un dato strutturale suscettibile di ulteriore crescita, ma non è scritto da nessuna parte che il suo sviluppo determinerà la scomparsa dei negozi di prossimità.
La riduzione dei tempi di acquisto, la possibilità di confrontare i prezzi, la comodità di acquistare 24 ore su 24 ore, la possibilità di fare il reso del prodotto e l’ampiezza dell’offerta sono certamente punti di forza dell’online, ma quello che fa la differenza risiede in due fatti.
- Il primo: l’E-Commerce operando su scala globale con piattaforme centralizzate può permettersi di fare politiche di prezzo più aggressive
- Il secondo: poiché molti operatori sono delle multinazionali pagano le tasse nei Paesi a fiscalità di vantaggio e non in quelli dove realizzano gli utili.
Considerato quindi che i piccoli negozi e le botteghe artigiane, oltre a dare lavoro nei luoghi dove esercitano l’attività, creano socialità, coesione, contribuiscono a rendere più attrattive e più sicure le città, migliorando anche la qualità della vita, ne consegue che occorre sostenere sia i piccoli negozi che le botteghe artigiane.
Ma che fare nel concreto per sostenere queste attività?
Innanzitutto occorre prendere atto di queste realtà, non per una sorta di nostalgia, ma per il grande contributo che danno a frenare lo spopolamento di quartieri e paesi, a creare sviluppo e a migliorare la qualità della vita dei cittadini.
Poi occorre:
- Primo: varare politiche urbanistiche e fiscali in grado di abbassare il costo degli affitti, le tasse locali e di favorire gli investimenti nei centri storici e nei quartieri;
- Secondo: incentivare gli strumenti di trasformazione digitale delle piccole attività non con iniziative episodiche, ma in modo strutturale;
- Terzo: fissare regole fiscali che costringono le multinazionali a pagare le tasse dove fanno gli utili e non nei paradisi fiscali.
Questo tipo di risposte chiamano in causa tutti i livelli istituzionali: Stato, Regioni, Comuni.
Da questo punto di vista lo Stato – o per meglio dire il governo – agendo in solitudine come ha fatto sinora difficilmente riuscirà a far pagare le tasse alle multinazionali in Italia. Dal canto suo la Regione ha avuto il merito di aver destinato 13 milioni di euro per il commercio (si tratta adesso di capire se verranno utilizzate nelle direzioni anzidette o per sostenere grande distribuzione e centri commerciali). Infine i comuni, nella stragrande maggioranza (Catania compresa) continuano a non battere colpo, ciò nonostante siano quelli che hanno più interesse a difendere i negozi di vicinato e le botteghe artigiane.
Per tutti questi temi, e molti altri ancora, non ci resta che darvi appuntamento questa sera, alle ore 20.00 con la nostra prima visione trasmessa sulla pagina Facebook, sul canale Youtube, e su tutti gli altri canali social del giornale. Non mancate!



