Buonasera e ben ritrovati nella rubrica di Hashtag Sicilia “Così è (se vi pare)“.
In questa puntata mi occuperò di Pubblica amministrazione, un tema di straordinaria importanza in considerazione del fatto che i dipendenti pubblici si interfacciano quotidianamente con cittadini e imprese.
Nello specifico mi soffermerò sulle possibilità che offre a tanti giovani diplomati e laureati di potervi accedere e degli ostacoli che si frappongono, di cui però non parla nessuno, o si parla troppo poco.
Lo farò riportando subito un dato: nell’ultimo triennio sono entrati nei ranghi della Pubblica amministrazione oltre 600 mila persone.
Nuove assunzioni che sono state facilitate dalla riforma dei concorsi, che ha abbattuto in modo molto significativo i tempi delle procedure: 4 mesi contro i due anni di prima.
Queste nuove assunzioni hanno contribuito ad abbassare la carta di identità del dipendente pubblico, vale a dire che i nuovi assunti hanno un’età media di 39 anni.
Dati certamente importanti, ma non ancora sufficienti a portare il nostro paese sugli stessi livelli degli altri paesi europei.
L’Italia infatti conta poco meno di 5,8 dipendenti pubblici ogni 100 abitanti, contro i 7,3 della Germania, gli 8,3 della Francia e gli 8,5 del Regno Unito.
Le cause di questo ritardo sono riconducibili al fatto che per molti anni ha operato un vero e proprio blocco delle assunzioni – o comunque delle forti limitazioni -, soprattutto negli Enti Locali.
Basti pensare che la stessa Legge di Bilancio 2025 prevedeva un taglio delle assunzioni nella Pubblica amministrazione. In concreto questa misura contenuta nella manovra faceva sì che per ogni 4 dipendenti pubblici che lasciavano il lavoro, potevano essere assunte solo 3 persone. Preciso però che da questa tagliola erano esclusi gli Enti locali (comuni, province).
Ma dal 2026 gli enti pubblici potranno sostituire integralmente (100%) il personale andato in quiescenza o dimessosi, superando così il turnover al 75% prima accennato.
Pertanto il biennio 2026-2027 dovrebbe registrare un forte piano di reclutamento nella Pubblica amministrazione; basti pensare che solo nell’Agenzia delle Entrate, all’INPS e in alcuni ministeri dovrebbero esseri immessi oltre 24 mila nuovi assunti.
Concorsi a cui possono partecipare diplomati e laureati senza limite d’età, che come è risaputo sono stati aboliti, ad eccezione però per le Forze armate e la Polizia, il cui limite di età è fissato a 30 anni e a 26 anni per i Vigili del Fuoco.
Conforta quello che si legge in alcuni organi di stampa che ci informano del fatto che “nei primi giorni del 2026 sono piovuti 410 mila candidati per i 10 mila posti messi a bando dalle varie pubbliche amministrazioni”.
Nessuno però scrive della fuga dagli uffici pubblici e delle difficoltà a trovare personale da adibire in settori strategici come quelli tecnici, dei servizi sociali e degli stessi corpi dei vigili urbani.
Tutto ciò, nonostante per decenni e per intere generazioni il posto fisso in comune, alla provincia e in altri enti pubblici è stato un traguardo ambitissimo perché, oltre ad essere garanzia di stabilità, c’erano orari regolari e un ambiente protetto. Un miraggio che sembra essersi completamente dissolto, sparito.
Ma perché le graduatorie di alcuni concorsi si assottigliano? Perché alcuni bandi degli Enti locali non attirano più candidati? Perché tanti vincitori di concorsi si dimettono prima di prendere servizio e perché molti professionisti scelgono il settore privato e non gli uffici tecnici?
La risposta a questi interrogativi è prevalentemente di natura economica e non solo: gli stipendi della pubblica amministrazione, in particolare dei piccoli e medi comuni sono assolutamente modesti e le responsabilità che si devono assumere aumentano, anche per effetto di normative sempre più articolate e di una burocrazia che non accenna a diminuire.
Lo stipendio lordo di un posto per il quale è richiesto il diploma di maturità oscilla tra i 1.500 e i 1.900 euro, – ribadisco lordo non netto -, mentre quello per posto per il quale è richiesta la laurea oscilla tra i 1.845 e i 2.250 euro lordi.
Detratte tasse e ritenute un dipendente comunale alle prime armi può portare a casa poco più di 1.200-1.450 euro al mese, mentre un ingegnere di un ufficio tecnico comunale tra i 1.450 e i 1.650 euro netti.
Ecco perché il posto fisso non attrae più come prima e perché tanti professionisti preferiscono impiegarsi nel privato.
Un discorso diverso va fatto per i comuni che dispongono di risorse economiche maggiori, derivanti da entrate riconducibili alle floride condizioni di vita degli abitanti e all’alto tasso di turismo.
Grazie a queste specificità tanti grandi centri possono permettersi di integrare gli stipendi dei propri dipendenti con diversi incentivi, cosa che invece non possono fare la generalità degli altri comuni.
Se si pensa poi che oggi i comuni sono chiamati a rispondere ad una vasta gamma di bisogni connessi ai minori, agli anziani, ai disabili, alle emergenze abitative, alle nuove povertà, si comprende che la fuga dal posto fisso non può essere assolutamente sottovalutata.
Pertanto, se non si vuole continuare a penalizzare i piccoli comuni – che, ricordo a messo stesso, sono quasi il 70 per cento della totalità dei comuni – e privare i soggetti più deboli di assistenza e servizi essenziali, occorre prendere di petto la questione degli stipendi.
Poiché è risaputo che gli stipendi della Pubblica amministrazione italiana sono inferiori del 33% rispetto alla media europea (1.978 contro i 2.973 euro), penalizzati da anni di blocco contrattuale e inflazione, urge affrontare questa questione, senza se e senza ma.
Non si tratta ovviamente di mettere qualche pannicello caldo sulla ferita, occorre aumentare almeno del 20% nell’arco di un biennio gli stipendi degli impiegati pubblici, in particolare dei dipendenti degli enti locali.
Mi rendo conto che non è un problema di facile soluzione, anche perché il medesimo problema tocca anche chi lavora nel privato; ma va comunque affrontato.
Anche perché, se non si affronta si indebolisce il ruolo della pubblica amministrazione e si incoraggiano i giovani a continuare a partire, a lasciare l’Italia, e ad arricchire altre nazioni, che per altro nulla hanno fatto per la loro crescita.
Ma per affrontare seriamente questo problema occorre rifuggire da proposte demagogiche e propagandistiche, e fare in modo che governo, opposizioni e sindacati si siedano insieme allo stesso tavolo; mettendo da parte le divergenze.
Solo così, e con uno sforzo comune, si può dare una risposta a questo annoso problema.
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