Non sono attese modifiche alla politica monetaria della Banca centrale europea nella riunione del 5 febbraio: il tasso di riferimento resterà quindi al 2%.
I dati macroeconomici diffusi nelle ultime settimane risultano coerenti con lo scenario delineato dall’Eurosistema a dicembre e non si registrano tensioni sui mercati finanziari tali da richiedere aggiustamenti dei tassi per preservare condizioni di finanziamento stabili.
Il quadro internazionale appare inoltre meno rischioso dopo la de-escalation delle tensioni tra Stati Uniti ed Europa legate alla Groenlandia, che ha ridotto il pericolo di nuovi dazi e di ricadute negative su fiducia, mercati ed export dell’area euro.
In questo contesto, è probabile che la BCE confermi un approccio prudente e data-dependent, ribadendo che le decisioni future saranno assunte riunione per riunione sulla base dei dati.
È quanto sostiene il Centro Studi di Unimpresa, secondo cui un tema destinato ad emergere è la persistente debolezza del dollaro, che riapre il dibattito sulla divergenza tra politica monetaria BCE e Fed.
Tuttavia, uno scenario di dollaro debole generalizzato riduce gli effetti deflazionistici e l’impatto negativo sulle esportazioni nette dell’area euro, rendendo meno probabile un taglio dei tassi.
Per riattivare in modo credibile l’ipotesi di una riduzione dei tassi fino all’1,75%, sarebbe necessario un deprezzamento strutturale del dollaro di circa il 10%, con un cambio euro/dollaro vicino a 1,30.
L’analisi conclude che non vi sono motivi per cui la Bce debba seguire automaticamente le mosse della Fed: divergenze prolungate tra le due politiche monetarie sono possibili e giustificate da condizioni macroeconomiche domestiche differenti.
La scelta della Bce di mantenere una linea di prudenza appare oggi coerente con un quadro macroeconomico che non presenta elementi di discontinuità tali da giustificare interventi affrettati. La stabilità delle condizioni finanziarie e l’assenza di shock esterni rilevanti consentono a Francoforte di confermare un approccio responsabile, fondato sull’analisi dei dati e sulla trasmissione di medio termine all’inflazione. La debolezza del dollaro, spesso letta come un fattore automaticamente favorevole a un allentamento monetario, in realtà riduce alcune delle pressioni deflazionistiche che in passato hanno spinto verso politiche più accomodanti. In questo contesto, inseguire meccanicamente le decisioni della Federal Reserve non sarebbe né necessario né opportuno. L’Europa deve rispondere alle proprie condizioni economiche, tutelando la stabilità dei prezzi senza compromettere la credibilità della politica monetaria. Per le imprese, in particolare per le piccole e medie, la prevedibilità delle scelte della Bce resta un valore essenziale. Più che annunci sui tassi, oggi serve continuità, chiarezza e un orizzonte di stabilità che consenta di programmare investimenti e rafforzare la fiducia. La politica monetaria non può fare tutto, ma può – e deve – evitare di aggiungere incertezza a una fase che richiede equilibrio e visione di lungo periodo commenta il vicepresidente di Unimpresa, Giuseppe Spadafora.
Secondo il Centro studi di Unimpresa, l’orientamento della politica monetaria dell’area euro appare destinato a rimanere invariato in occasione della riunione della Bxe del 5 febbraio.
Le informazioni macroeconomiche emerse nelle ultime settimane risultano sostanzialmente coerenti con lo scenario delineato dall’Eurosistema a dicembre e non segnalano scostamenti tali da richiedere una revisione dell’attuale stance monetaria.
In particolare, non si sono registrati movimenti disordinati sui mercati finanziari né tensioni sulle condizioni di finanziamento che rendano necessarie compensazioni attraverso i tassi ufficiali. Anche il contesto internazionale, pur restando complesso, ha mostrato elementi di attenuazione del rischio.
La de-escalation delle iniziative statunitensi sulla Groenlandia ha contribuito a ridurre l’eventualità di nuovi dazi nei confronti dell’area euro, evitando potenziali ricadute negative su fiducia, mercati finanziari ed esportazioni. Questo fattore ha rafforzato uno scenario di continuità, nel quale la Bce può permettersi di mantenere un approccio attendista senza compromettere la stabilità complessiva.
È pertanto plausibile che l’Eurotower ribadisca un’impostazione fortemente data-dependent, confermando che le decisioni future saranno assunte riunione per riunione, sulla base dell’evoluzione dei dati macroeconomici e delle prospettive di inflazione di medio termine, evitando indicazioni preventive sull’andamento dei tassi. Tale prudenza riflette la consapevolezza che il meccanismo di trasmissione della politica monetaria opera con ritardi significativi e che interventi prematuri rischierebbero di risultare poco efficaci o controproducenti.
Un tema che potrebbe ricevere attenzione nella conferenza stampa è la persistente debolezza del dollaro. Questo elemento riapre il dibattito sulla possibilità che i tassi BCE divergano in modo significativo da quelli della Federal Reserve. Tuttavia, lo scenario attuale – caratterizzato da una debolezza generalizzata del dollaro, prevalente dall’autunno 2025 – è, paradossalmente, quello che riduce la probabilità di tagli dei tassi nell’area euro. In presenza di un dollaro debole a 360 gradi, infatti, si attenuano sia gli effetti negativi sulle esportazioni nette dell’area euro sia le pressioni deflazionistiche veicolate dai prezzi all’importazione.
Ben diverso sarebbe il caso in cui la debolezza del dollaro si accompagnasse a deprezzamenti significativi di altre valute, in particolare di quelle dei principali esportatori globali. È quanto avvenuto nel corso del 2024 e nella prima metà del 2025, quando la combinazione di un dollaro debole e di valute concorrenti in discesa ha amplificato gli impulsi deflazionistici sull’economia europea. In tale contesto, le soglie per un allentamento monetario diventerebbero più basse.
Per riattivare in modo credibile l’ipotesi di un taglio dei tassi Bce fino all’1,75% sarebbe necessario un deprezzamento del dollaro non effimero e di ampia portata, nell’ordine del 10%, tale da spingere il cambio euro/dollaro verso quota 1,30. Solo uno shock valutario di questa entità, e percepito come strutturale, sarebbe in grado di incidere in modo significativo sulle prospettive di inflazione di medio termine dell’area euro.
Infine, l’esperienza degli ultimi anni conferma che divergenze anche prolungate tra la politica monetaria della Fed e quella della BCE sono non solo possibili, ma talvolta inevitabili. Le condizioni macroeconomiche domestiche, la struttura dei mercati del lavoro e le dinamiche inflazionistiche differiscono in modo sostanziale tra Stati Uniti ed area euro. I tagli dei tassi americani tendono ad avere effetti negativi nel breve periodo ma espansivi nel medio termine sull’economia statunitense; tali dinamiche non giustificano automaticamente mosse di pari segno da parte della Bce.



