Anno giudiziario. A Catania, devianza minorile da primato: l’allarme, i limiti delle risposte e il salto necessario

Minori sempre più coinvolti nello spaccio e nel consumo di stupefacenti. Dsipersione scolastica record. Bambini sui motorini e scuole chiuse nel pomeriggio: l’immagine di una città che fatica a offrire continuità educativa ai suoi ragazzi. La necessità di un cambio di passo

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La relazione inaugurale dell’anno giudiziario nel distretto di Catania, illustrata dal presidente facente funzioni della Corte d’Appello Giovanni Dipietro, ha lanciato un grido d’allarme che chiede di essere raccolto fino in fondo. I dati richiamati nella relazione parlano di un “primato nazionale”, persino “da Guinness”, per quanto riguarda la devianza minorile. Un primato amaro, che colloca il territorio ai vertici italiani in un intreccio ormai strutturale tra povertà educativa, dispersione scolastica, criminalità organizzata e traffico di sostanze stupefacenti.

La relazione insiste, in particolare, sul coinvolgimento sempre più precoce dei minori nel traffico di sostanze stupefacenti e sulla diffusione del consumo di droga tra gli adolescenti, ormai accessibile a costi bassi e capace di intercettare fasce sempre più ampie di giovanissimi.

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Si è di fronte a un sistema che coinvolge minori sempre più giovani, spesso impiegati come manodopera nello spaccio secondo consapevoli strategie criminali. In alcuni contesti urbani – afferma la relazione – l’economia della droga è divenuta la principale fonte di sostentamento per intere famiglie. In questo scenario si consolida un rapporto organico tra devianza minorile e mafia.

Accanto alla denuncia, la relazione valorizza con chiarezza il lavoro svolto dal Tribunale per i minorenni e, più in generale, dalla giustizia minorile nel distretto. Negli ultimi anni sono stati attivati strumenti nuovi di prevenzione e tutela: interventi sulla responsabilità genitoriale, allontanamenti protettivi dai contesti criminali, protocolli interistituzionali contro la dispersione scolastica, fino a esperienze di rilievo nazionale come il progetto Liberi di scegliere. Un lavoro che ha consentito a diversi ragazzi e a diverse donne di sottrarsi a destini segnati e che dimostra come la giustizia minorile svolga una funzione positiva di protezione e di cambiamento.

Ma proprio la forza di questo impegno rende evidente un punto che non può essere eluso: la risposta alla devianza minorile non può essere delegata alla magistratura. La giustizia può segnalare, intervenire, supplire in situazioni estreme; non può, né deve, farsi carico di ciò che è innanzitutto una questione sociale ed educativa. Quando l’emergenza diventa strutturale, la supplenza rischia di trasformarsi in normalità, segnalando un limite dell’intero sistema.

I dati sulla condizione dei minori a Catania parlano con crudezza e collocano il territorio in fondo alle classifiche nazionali. Il tempo pieno nella scuola primaria raggiunge appena il 13,1% degli alunni; i servizi per la prima infanzia coprono circa il 7% dei bambini tra 0 e 3 anni. Oltre il 50% degli studenti di terza media non raggiunge livelli adeguati in Italiano e più del 60% non li raggiunge in Matematica, con punte che in alcune aree della provincia sfiorano il 70% di dispersione implicita. A valle di questo percorso, solo il 73,7% dei giovani consegue un diploma, contro una media nazionale dell’89%, e appena il 22,6% arriva alla laurea, a fronte del 31,6% del dato nazionale.

Questi numeri non preparano solo la devianza. Preparano destini incerti, lavori discontinui, condizioni di vita marginali di intere generazioni.

È un vuoto che si percepisce chiaramente nei quartieri: scuole chiuse nel primo pomeriggio, come alle Salette o a San Cristoforo; strade che diventano l’unico spazio di crescita; bambini piccolissimi in motorino, senza adulti di riferimento, senza luoghi, senza alternative. Per quanto tempo si può continuare ad assistere a tutto questo come a una scena ordinaria e inevitabile?

In questo quadro si colloca il ruolo dell’Osservatorio prefettizio sulla devianza giovanile, richiamato nella relazione inaugurale. La sua istituzione è stata una scelta giusta e necessaria, ma oggi non può restare ciò che è. Se l’analisi è così chiara e i dati così allarmanti, l’Osservatorio deve compiere un salto di qualità: da luogo di coordinamento e rappresentazione a leva di orientamento delle politiche educative e sociali.

In questo quadro, un ruolo decisivo può essere svolto dalla mappatura dell’indice di fragilità sociale ed economica elaborata dal Tavolo Rigenerazione Urbana dell’Osservatorio, coordinato dal professor Carlo Colloca. Rendere questo strumento pubblico e condiviso consentirebbe di orientare interventi mirati e coordinati nei territori più fragili.

Allo stesso modo, il lavoro del Tavolo sul contrasto alla dispersione scolastica, coordinato dalla professoressa Agata Pappalardo, ha costruito una conoscenza preziosa delle risorse attive nel territorio, che oggi chiede di essere tradotta in azione strutturale.

Esiste uno spazio nuovo e concreto di intervento dell’Osservatorio prefettizio. Promuovere un piano condiviso per l’incremento del tempo pieno nella scuola primaria, con l’obiettivo di raggiungere almeno il 30% di copertura nel prossimo biennio, significa intervenire a monte dei processi di esclusione. Rafforzare i servizi per la prima infanzia non è una misura accessoria, ma una condizione di base per contrastare la povertà educativa. Sostenere la nascita di vere comunità educanti, radicate nei territori più fragili, significa riconoscere che nessuna scuola e nessuna istituzione possono farcela da sole.

La relazione inaugurale ha indicato con chiarezza la gravità del fenomeno e ha valorizzato l’impegno della giustizia. Ora la domanda riguarda il resto del sistema. Se sappiamo dove nasce la devianza, è ancora sufficiente limitarsi all’intervento a valle dei processi di esclusione? Progetti come Liberi di scegliere continueranno, meritoriamente, a salvare singoli ragazzi e singole madri. Ma senza un cambio di passo, il rischio è di non riuscire a fare molto di più. E di ritrovarci, nel prossimo anno giudiziario, a leggere parole simili a quelle già ascoltate oggi.

Antonio Fisichella

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