Omelia dell’Arcivescovo di Catania Mons. Luigi Renna in occasione della Messa dell’Aurora
Avi du occhi ca parini du stiddi! Così cari fratelli e sorelle abbiamo salutato l’uscita del busto reliquiario dalla cammarredda: mentre sorge il sole, noi salutiamo la luce di Cristo che brilla negli occhi di sant’Agata. Oggi quegli occhi richiamano tutti, vicini e lontani, catanesi e pellegrini che vengono da ogni parte del mondo, fedeli praticanti e persone che solo oggi entrano in chiesa. Chi siamo venuti a vedere? La stessa domanda pose Gesù alle folle che gli avevano parlato di Giovanni il Battista: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Ma che cosa siete andati a vedere? Un uomo avvolto in morbide vesti? Ecco, coloro che portano vesti morbide abitano nei palazzi dei re» (Mt 11,7-8). Dobbiamo sapere chi veneriamo come santa e il cui sguardo ci illumina. Agata non è stata una canna sbattuta dal vento, piegata a chi voleva farle rinnegare la fede: è stata solida come una colonna. Non è stata una donna avvolta in morbide vesti, perché ha rifiutato ogni compromesso con chi, in cambio della fede, le prometteva una vita agiata ma in contrasto con quella sobrietà e carità che si addice a chi segue Gesù Cristo.
In questa mattina, ogni anno, noi ci rimettiamo in cammino sui passi di sant’Agata; ogni anno l’intera città ha bisogno di ritrovare la strada, ed ha la grazia di guardare a lei: io credo che il Signore Gesù abbia dato al nostro popolo la testimonianza di sant’Agata per ritrovare sempre la strada, anche quando ci smarriamo, anche quando le parole del Vangelo sembrano lontane dalla nostra cultura e dalle nostre scelte. Chi siamo venuti a vedere quest’oggi? Una donna che ci indica la strada, guardando avanti, verso Cristo e il futuro.
Da nove secoli nella nostra Cattedrale sono custodite, dietro quegli occhi, le reliquie di sant’Agata, il suo cranio, le sue membra che furono dilaniate e poi raccolte pietosamente nel giorno del suo martirio; per circa un secolo, nel tempo della dominazione araba, rimasero lontane e nascoste, ma nel 1126, Catania poté riaccogliere le reliquie della sua figlia più grande, considerata ormai come una madre perché ridonava alla città un’identità cristiana e civile. Da nove secoli quel corpo ci riunisce attorno a sé nel giorno del suo martirio, ci fa diventare da membra divise e sparse, una comunità.
Ma cos’è il corpo di una martire? È il corpo di una donna che aveva un motivo per lasciarsi uccidere. Don Pino Puglisi è stato ucciso perché era un prete antimafia, o piuttosto un prete che, vivendo fino in fondo la sua missione, dava fastidio ai mafiosi, così che essi lo hanno fatto sopprimere? È stato ucciso come i giudici Falcone e Borsellino, come Pippo Fava e Serafino Famà, uomini che stimiamo e la cui memoria onoriamo. Ma veneriamo come santi solo Pino Puglisi e Rosario Livatino, perché – già ai tempi di sant’Agostino era necessario fare questa distinzione – lo stesso vescovo di Ippona affermava in un suo discorso: «La causa, non la pena, fa i martiri di Cristo» (Discorso 306/A). Ogni anno il giorno 31 gennaio celebriamo una Santa Messa per tutte le donne vittime di violenza e con le associazioni che si prendono cura di loro, perché teniamo alla dignità della donna, esecriamo il femminicidio; ma la causa della morte di Agata è stata la fede in Cristo, la pena è stata quella che ogni donna vittima di violenza subisce. Care donne che soffrite così nel vostro cuore e nel vostro corpo, sentite Agata santa sorella nelle vostre sofferenze, ella vi sostenga però con la sua fede e faccia sì che la vostra vita affettiva sia sempre guidata da quella fortezza d’animo che lei stessa ha avuto.
Cosa è quel corpo nel busto reliquiario? È il corpo di una donna che ha saputo dire «no» a chi le chiedeva di rinnegare la fede offrendole in cambio piaceri illeciti: «Chi ama la propria vita la perde e chi odia la propria in questo mondo, la conserverà per la vita eterna» (Gv 12,25). Nella Passione di Agata, abbiamo il suo rifiuto delle ricchezze e dei piaceri che una madame che aveva una casa di prostituzione a Catania, Afrodisia, le proponeva. È stata tentata di lasciarsi andare, ma si è dimostrata più dura dei sassi. Un corpo, il suo, che rimane integro; un corpo che conserva la sua dignità. Quanti corpi la vedono invece compromessa: quelli delle donne che si vendono e si comprano ancora oggi nelle strade, soprattutto delle vittime della tratta; quelli di giovani che si lasciano andare a relazioni in cui la sessualità è un gioco senza amore per sé e per la vita nascente; i corpi degli embrioni non nati e dei bambini violati; quelli degli anziani trascurati e dei poveri non curati perché non hanno sufficienti risorse; quelli di chi inebria il suo corpo di alcool e di cocaina. In quelle ossa e in quel cranio che sono nel busto reliquiario, sant’Agata ci invita a dare dignità ai corpi degli esseri umani, a non trattarli da merce, a saperli guardare nell’ottica del rispetto e dell’amore. Ma c’è una violenza più grande che si avventa contro le persone, ed è quella della guerra e quelle delle armi che anche a Catania molti posseggono in maniera illecita: quelle tenaglie, quei ferri incandescenti che hanno torturato Agata, sono simili alle armi che oggi vediamo usare nei confronti di intere popolazioni, sono come gli armamenti che tornano a riempire gli arsenali e preparare stoltamente la pace con la guerra. Non puoi amare le armi, e dirti cristiano; non puoi tenerle illecitamente e dirti devoto, perché tu offendi sant’Agata; non puoi indossare il sacco e tenere un tirapugni: vai prima a distruggerlo e poi vieni qui da sant’Agata; non puoi seguire colei il cui corpo ha subito violenza se sei un uomo o una donna violenta. Il corpo di sant’Agata è quello di una donna mite, in quel busto reliquiario ci sono le spoglie di chi è stato oggetto di ricatti e di violenza. Per noi diventa un monito.
Cos’è infine il corpo di sant’Agata? Quella di una donna che ha detto di «no» a chi voleva farle rinnegare la fede. Ma perché si può dire un «no»? Perché oggi facciamo fatica a dire di «no» e la nostra vita non segue i passi dei santi martiri come Agata? Perché non abbiamo il coraggio di dire dei «sì» veri e duraturi. Lei ha detto «sì» a Cristo nel giorno del suo battesimo, che ha vissuto come il suo ingresso nella vita in Dio e nella Chiesa, non come una festa in cui fare alleanza con qualche padrino o madrina che, in quanto a fede e coerenza di vita, forse ha poco da insegnare, inquinando il lavacro di Cristo, o con una festa con carrozze e petardi. Il battesimo per sant’Agata è stata una cosa seria, il momento in cui ha detto il «sì» a Cristo. Ed ogni giorno lo ha ripetuto: «Scelgo te, non altro; scelgo la pace, non la violenza; scelgo tutto ciò che è nel Vangelo, la verità di Cristo». Oggi sant’Agata ci chiede non solo di dire dei «no», ma di verificare a chi abbiamo detto quei «sì» che edificano la nostra vita. Vi dico che ci sono tre «sì» importanti nella vita. Il primo, per il cristiano, è quello del battesimo: rinuncia a satana e alle sue opere, adesione a Cristo. Poi c’è il «sì» a chi decidiamo di amare: marito, moglie, figli, per noi presbiteri la famiglia di Dio che è la Chiesa. C’è un terzo «sì»: è quello alle tue responsabilità ecclesiali e civili, cioè ad una comunità, perché nessuno può vivere senza l’altro. È il «sì» al bene comune, che secondo l’insegnamento sociale della Chiesa non è la semplice somma dei beni particolari di ciascun soggetto del corpo sociale, ma poiché è di tutti e di ciascuno rimane comune, perché indivisibile e perché soltanto insieme è possibile raggiungerlo, accrescerlo e custodirlo, anche in vista del futuro (cfr. Compendio della Dottrina sociale della Chiesa 164). Dire il proprio «sì» al bene comune richiede diverse responsabilità. Oggi mi rivolgo agli imprenditori: sappiate condurre le vostre aziende in maniera virtuosa, pensando allo sviluppo del territorio, tenendovi lontani dalla malapolitica che imperversa ancora in alcuni ambienti. E a voi politici della nostra città: la vostra responsabilità è la forma più alta di carità, perché molto del bene comune dipende anche da voi: amate la responsabilità che vi è stata affidata, non disertate mai gli scranni del consiglio per cui siete stati eletti, perché rischiate di perdere la vostra credibilità; non sottraetevi al dialogo con la gente, sottraetevi piuttosto dallo stile di chi promette soldi e non progetti, perché i soldi senza progetti non portano a niente. A volte può capitare di sbagliare: abbiate allora l’umiltà di chiedere scusa e di ricominciare umilmente a ricostruire il vostro ruolo per il bene comune.
Non strumentalizzate mai la fede, e a chi vi invita a farlo dite che il Vangelo è sempre di più di ogni programma politico.
Ecco il corpo di Agata di Catania, unito a Cristo nel battesimo, martirizzato, appartenuto a Cristo sposo nella castità del dono di sé, il corpo destinato alla risurrezione, ci aiuta ad essere una comunità ecclesiale e civile. Oggi anche per Agata si sono avverate le parole di Cristo: «Se il chicco di grano invece muore, porta molto frutto» (Gv 12,24). Oggi noi siamo il frutto di quel primo chicco di grano che è Cristo, e di coloro che con lui, come Agata, hanno lavato le vesti nel sangue del martirio: che possiamo essere tutti degni di portare per le strade di Catania questo sacro corpo, di seguire ogni giorno dell’anno i passi di sant’Agata e dirgli che i suoi occhi sono come stelle!
Discorso all’inizio del giro esterno delle Sacre Reliquie di Sant’Agata V. M. patrona della Città e dell’Arcidiocesi mons. Barbaro Scionti parroco della Cattedrale
Carissimi devoti e voi tutti fedeli che gremite questa piazza per l’annuale, attesissimo, incontro con Sant’Agata, ci disponiamo ad iniziare un cammino carico di gioia e speranza anche se lungo e faticoso.
Sant’Agata vuole camminare con noi e anche noi con lei, sui suoi passi, guardando a lei e facendo memoria della sua testimonianza: così vogliamo camminare per le strade della nostra amata Città.
Lasciamo però che Sant’Agata, nel cammino, parli al nostro cuore, bisognoso di conforto e di ritrovata speranza: lasciamola parlare!
Sembra a volte che la nostra festa sia riempita di iniziative, le più svariate, che nulla hanno a che fare col messaggio cristiano di Sant’Agata; come se i proponenti volessero vendere il proprio prodotto “usando” Sant’Agata per giustificare idee e proposte personali, poiché ben conoscono quanto sia amata da tutti. Per una volta lasciamo parlare Sant’Agata!
Riascoltiamo le importanti espressioni che Agata pronuncia e che la bella nostra tradizione custodisce e trasmette: “la mia persona è saldamente legata a Cristo”… “sono serva di Cristo”… “la massima libertà e nobiltà sta qui: nel dimostrare di essere servi di Cristo”… “la vostra libertà vi trascina a schiavitù che non solo vi fa servi del peccato, ma schiavi”… “la mia salvezza è Cristo”… “ho per salvatore il Signore Gesù Cristo, con la sola parola cura ogni ferita, la sola sua voce tutto ristora”… “io confesso Cristo con le labbra e con il cuore, non smetto giammai di invocarlo”.
Il racconto della passione di Agata ci narra, poi, che mentre viene eseguito l’ordine del perfido Quinziano ed Agata è distesa sui cocci taglienti ed i carboni ardenti, tutta la città di Catania fu scossa dalla veemenza del terremoto. Quinziano cercò di scappare e i suoi consiglieri di scelleratezze restarono sepolti.
Il “Si” della fede di Agata vince la ferocia brutale del carnefice.
Il “Si” di Agata a Cristo nella Chiesa è come un terremoto che restituisce alla Città giustizia e verità mentre distrugge e seppellisce empietà, violenza e cattiveria: un terremoto che proclama la centralità di Gesù Cristo crocifisso e risorto.
Agata è la donna del “Si” a Cristo nella Chiesa!
Mi spiace che qualcuno in questi giorni abbia sottolineato che Agata è grande perché ha detto “No”. Attenzione!
Senza il “Si” della fede di Agata noi non avremmo ragione di stare qui né oggi né mai.
È la forza potente della fede di Agata che sconfigge Quinziano ed i suoi progetti di male.
È il “Si” della fede che rende Agata forte e capace di Bontà: la Bontà sconfigge il male!
Il “Si” della fede, che rende Agata “Buona”, è la grande lezione che vogliamo raccogliere alla scuola della nostra Santa Patrona.
Il male si vince col Bene… e il Bene è Cristo; chi è amico di Cristo vince sempre!
L’amicizia con Cristo è il segreto che Agata ci svela perché permette la vittoria del Bene sul male, della giustizia sull’ingiustizia, la vittoria dell’amore e della fede sulla violenza e sulla cattiveria umana.
Il “Si” a Cristo rende ogni persona forte perché libera e coraggiosa.
A questo punto mi piace anche ricordare le parole che San Giovanni Paolo II ci ha rivolto quando, nel 1994, venne a Catania e poté venerare il Busto reliquiario di Sant’Agata: «State in piedi concittadini della martire Agata… avete Sant’Agata dalla vostra parte, lei vi aiuterà» ed ancora «se domandiamo alla vostra giovanissima Patrona: spiegaci come hai potuto… essere già così forte… così matura… lei ci risponde: “non è merito mio se sono stata Buona, è stato Gesù a farmi Buona, è Lui il segreto del mio nome e della mia vita. Io sono stata semplicemente come un tralcio attaccato alla vite”. Ecco, questo è il segreto di Agata e di tanti come lei».
Sant’Agata, non solo ci svela il suo segreto, ma intende e desidera ardentemente condividerlo con tutti noi, in particolare con i suoi devoti e con quanti indossano il suo “sacco votivo”, che non è un’antica camicia da notte (con buona pace di tanti), ma piuttosto un “voto”, un segno che deve ritornare ad essere impegnativo per vivere sui passi di Sant’Agata ed essere come lei amici di Gesù lasciando che la sua Parola illumini le scelte di vita ogni giorno.
Da novecento anni (1126 – 17 agosto – 2026) nella nostra Cattedrale custodiamo non solo le reliquie ma soprattutto la memoria di una testimonianza che tanto ha da dire a tutti noi ed in particolare ai nostri giovani.
Nei giorni scorsi tanti giovani abbiamo incontrato nelle scuole e abbiamo notato un grande interesse al messaggio e alla testimonianza di Agata, libera e coraggiosa; spesso però mostravano perplessità su come questo messaggio si traduca nei gesti, nelle parole, nelle iniziative della festa e nei suoi rituali.
Lasciamo dunque che Sant’Agata ci parli, lasciamola parlare, il suo “Si” della fede darà al nostro cuore speranza e l’occasione unica per allearci con Colui che vince il male e la morte: Gesù Cristo nostro Signore al quale sia lode e gloria nei secoli dei secoli.
Così e solo così possiamo gridare e sempre grideremo, nella gioia e con verità: Cittadini, viva Sant’Agata!



