Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani ritiene doveroso intervenire pubblicamente su quanto sta accadendo nel cantiere del lotto 3 del raddoppio della Ragusa–Catania, non per sovrapporsi alle legittime rivendicazioni sindacali, ma per richiamare l’attenzione su una questione più ampia: il rispetto dei diritti fondamentali all’interno delle opere pubbliche.
Il mancato pagamento degli stipendi da tre mesi a oltre sessanta lavoratrici e lavoratori non è soltanto un problema contrattuale o aziendale. È un fatto che interroga la tenuta dello Stato di diritto e la credibilità delle istituzioni pubbliche coinvolte nella realizzazione dell’opera. Quando il lavoro diventa gratuito per necessità, e non per scelta, siamo di fronte a una soglia che non dovrebbe mai essere oltrepassata.
I sindacati svolgono il loro ruolo naturale nel porre obiettivi chiari e prioritari sul piano occupazionale e retributivo. Il nostro sguardo, invece, si colloca su un piano diverso e complementare: quello della responsabilità pubblica. Un’opera finanziata con risorse pubbliche non può procedere in assenza di garanzie minime sui diritti di chi la costruisce. La legalità dell’appalto non si misura solo dal rispetto dei cronoprogrammi, ma dalla tutela effettiva delle persone coinvolte.
L’ordinamento vigente offre strumenti per evitare che le complessità societarie e i ritardi amministrativi si traducano in una sospensione dei diritti. La possibilità di interventi sostitutivi in caso di inadempienze retributive, il controllo sulla regolarità contributiva e il condizionamento dei pagamenti pubblici al rispetto degli obblighi verso i lavoratori non sono eccezioni, ma presìdi di civiltà giuridica. Il loro utilizzo non rappresenta un atto di conflitto, bensì l’esercizio responsabile delle funzioni pubbliche.
Ciò che oggi appare in discussione non è soltanto il destino di un singolo lotto, ma il modello con cui si governano le grandi opere. Ogni ritardo non affrontato, ogni responsabilità diluita, ogni silenzio istituzionale rischia di normalizzare l’idea che i diritti possano essere temporaneamente messi tra parentesi in nome dell’urgenza o della complessità. Questo è un messaggio educativo profondamente sbagliato, soprattutto in territori che hanno bisogno di fiducia nelle istituzioni.
Come docenti di Diritti Umani, non possiamo ignorare il valore simbolico di ciò che accade fuori dalle aule. Non possiamo spiegare alle nuove generazioni che il lavoro è fondamento della Repubblica e, allo stesso tempo, accettare che in un’opera pubblica si lavori per mesi senza salario. La coerenza tra ciò che si insegna e ciò che si pratica è parte integrante dell’educazione civica.
Rilanciare i lavori è certamente un obiettivo necessario, ma non può avvenire prescindendo dal rispetto delle persone. Un’opera strategica non si misura solo in chilometri di strada realizzati, ma nella capacità dello Stato di dimostrare che sviluppo, legalità e diritti possono e devono procedere insieme.
Il tempo della distinzione dei ruoli non è il tempo dell’indifferenza. È, al contrario, il tempo in cui ciascun soggetto – sindacale, istituzionale, educativo – è chiamato ad assumersi la propria responsabilità, senza deleghe improprie e senza alibi.



