Salve a tutti e ben ritrovati nella rubrica di Hashtag Sicilia “Così è (se vi pare)“.
Anche quest’anno le banche italiane hanno fatto registrare un utile di oltre 26 miliardi di euro, più 14 per cento rispetto al 2024.
Anche quest’anno le prime pagine dei principali quotidiani hanno celebrato l’ottimo stato di salute del sistema bancario, presentandolo come il presupposto per una riapertura dei rubinetti del credito alle imprese.
Stando ai fatti e non alle favole, non posso, però, non rilevare che se è vero che sono stati riaperti i cordoni della borsa alle medie e grandi imprese, è anche vero che i piccoli (artigiani, commercianti, piccoli operatori economici) sono rimasti a bocca asciutta.
Anzi, l’erogazione del credito diretta ai piccoli, si è addirittura ridotta.
Infatti tra il mese di novembre del 2024 e lo stesso mese del 2025 il credito erogato dalle banche a tutta la platea delle imprese è aumentato di 5 miliardi di euro, ma a beneficiare di questa ritrovata generosità sono state solo le medio e le grandi aziende; mentre quelle imprese con meno di 20 dipendenti hanno subito una ulteriore decurtazione dei prestiti, pari a – 5 miliardi di euro (- 0,5%).
Banalizzando si potrebbe dire che i 5 miliardi sottratti ai piccoli sono andati ad arricchire la dote delle medio e grandi imprese; o meglio, forse sarebbe più giusto dire che se non si fossero sottratti i 5 miliardi ai piccoli, anche le medio e grandi imprese sarebbero rimaste a bocca asciutta.
Tutto ciò in barba al fatto che le imprese con meno di 20 dipendenti rappresentano oltre il 98 per cento del totale delle imprese italiane, danno lavoro al 52 per cento dei lavoratori italiani – al netto dei dipendenti della Pubblica amministrazione, dell’agricoltura e dei servizi finanziari e amministrativi.
Perché allora le banche tengono a stomaco vuoto i piccoli imprenditori?
A detta degli esperti della CGIA di Mestre i motivi sono soprattutto tre:
- i piccoli presentano mediamente una maggiore volatilità dei ricavi, una minore capitalizzazione e una dipendenza maggiore dell’andamento del ciclo economico;
- in base alle regole di Basilea III le banche devono stanziare più capitale a fronte di prestiti considerati più rischiosi;
- i costi connessi all’istruttoria, al monitoraggio e alla gestione di un prestito sono costi fissi. Ne consegue che per una microimpresa l’importo del finanziamento è spesso limitato, ma il lavoro della banca è lo stesso di quello richiesto per una pratica di una grande azienda.
Il calo degli impieghi delle banche nei confronti delle aziende con meno di 20 addetti, vale a dire artigiani, commercianti, operatori economici e del turismo, non risparmia nessun territorio: riguarda tutte le regioni e anche le province autonome.
Gli impieghi riferiti alla totalità delle imprese passano da 639.517,2 milioni di euro (novembre 2024) a 644.574,6 milioni di euro (novembre 2025), mentre quelli diretti ai piccoli nello stesso periodo sono diminuiti, passando da 99.517,9 milioni di euro a 94.524,3 milioni di euro.
Le Regioni dove il calo è più marcato sono nell’ordine: Lombardia, Veneto, Toscana, Campania, Lazio. In Sicilia gli impieghi nei confronti delle aziende con meno di 20 addetti si sono ridotti di 144,3 milioni di euro.
Relativamente alle province, a guidare la classifica in valore assoluti è Messina seguita da Ragusa, Agrigento, Catania, Palermo e Trapani. Le province dove la decurtazione è stata minore, invece, sono Siracusa, Caltanisetta ed Enna.
Intendiamoci, personalmente trovo giusto che gli istituti di credito continuino a prestare i soldi alle medio e grandi aziende italiane, non solo per il contributo che danno alla creazione di ricchezza e all’occupazione, ma anche perché tante piccole aziende vivono e si sviluppano grazie a loro.
Quello che trovo assolutamente ingiusto e deprecabile è l’atteggiamento nei confronti dei piccoli, come se fossero figli di un Dio minore.
Lo trovo ingiusto e deprecabile anche perché tante medio e grandi aziende, che sono il fiore all’occhiello del cosiddetto Made in Italy, senza l’apporto di tanti artigiani e piccoli imprenditori sarebbero con la canna del gas.
Ma se Atene piange, Sparta non ride. Fuor di metafora: i prestiti non vengono negati solo ai piccoli, ma anche ai giovani, a chi decide di intraprendere, a chi vuole mettersi in proprio, a chi decide di scommettere sul proprio talento e sulla propria professionalità.
Che fare dunque difronte a questa vergogna nazionale che condanna tanti artigiani, commercianti, operatori turistici a rischiare di abbassare definitivamente la saracinesca o a restare “nani” per sempre?
I governi farebbero bene, nei convegni dove vengono invitati dalle associazioni di categoria, a parlare meno del ruolo insostituibile della piccola impresa e ad agire di più.
A loro volta le associazioni di categoria, pur avendo avuto il merito di istituire i consorzi fidi di garanzia – che restano una leva importante per le piccole imprese -, farebbero altrettanto bene a non cullarsi eccessivamente davanti ai complimenti dei governi.
A questo punto vediamo cosa è possibile fare. A mio parere, poiché a soffrire meno la mancanza di credito sono quelle realtà imprenditoriali che possono contare ancora sulle banche territoriali (più predisposte a valutazioni qualitative e a relazioni basate sulla fiducia reciproca) e su un sistema di consorzi fidi di garanzia i governi (nazionali e regionali) farebbero bene a sostenere queste realtà, piuttosto che continuare a enfatizzare il ruolo delle grandi banche.
Pertanto, per garantire prestiti e finanziamenti ai piccoli – (ossigeno assolutamente indispensabile per innovare, crescere e incrementare l’occupazione) – e ai giovani occorre, da parte dei governi, fare meno chiacchiere e più fatti concreti.
E con riferimento alle banche vorrei dire che la selezione del rischio non può trasformarsi in un sistema attraverso il quale negare il credito ai piccoli e ai giovani.
E se posso permettermi un suggerimento ai partiti di opposizione dico loro: non esistono solo le medio e grandi imprese, esistono anche le piccole imprese, esistono anche gli artigiani, i commercianti, i piccoli operatori economici del turismo e ovviamente gli agricoltori e i giovani.
Esistono anche tanti giovani che non vogliono emigrare e vogliono restare nella loro terra, scommettere sulle proprie capacità e puntare sulle risorse del territorio. Giovani che vanno assolutamente sostenuti.
Che, detto senza enfasi, i piccoli operatori economici sono davvero coloro i quali tengono in piedi il Paese; e i giovani rappresentano il futuro.



