Martedì scorso, a Palazzo dei Normanni, tra Sala Mattarella e La Torre, si è radunato il pubblico delle grandi occasioni: magistrati, politici, sindacalisti, esponenti del mondo associativo e semplici cittadini. Un parterre dunque qualificato, invitato dall’On. Antonello Cracolici, presidente della Commissione Antimafia Siciliana, per presentare e discutere il libro: “Leggere la mafia del territorio. Il metodo di Pio La Torre. 50 anni dalla Relazione antimafia di minoranza”.
Al convegno, introdotto e coordinato dalla giornalista Marina Turco, si sono alternati – dopo la relazione dell’On. Cracolici – il procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo Giovanni Melillo, il dottor Paolo Amenta, presidente ANCI Sicilia, l’On. Anthony Barbagallo, segretario rispettivamente del PD Siciliano e della Commissione Antimafia Nazionale, il dottor Emanuele Lauria, caporedattore di Repubblica, il dottor Emilio Miceli, presidente del Centro Pio La Torre, il presidente di sezione della Corte d’Assise di Palermo Vincenzo Terranova, magistrato e nipote del compianto On. Cesare Terranova – che contribuì alla stesura della relazione di minoranza insieme a Pio La Torre – e l’On. Luciano Violante, già presidente della Camera dei Deputati.
Noi di Hashtag Sicilia abbiamo seguito tutto l’evento, del quale vi diamo il resoconto completo, e intervistato tre dei protagonisti.
Antonello Cracolici: il metodo di La Torre come chiave per leggere la mafia oggi
Ad aprire i lavori è stato Antonello Cracolici, presidente della Commissione regionale Antimafia, che ha voluto ricordare il valore storico e politico della relazione di minoranza firmata da Pio La Torre e Cesare Terranova nel 1976. Un documento che, ha spiegato, rappresentò la prima lettura organica della mafia come sistema di potere, capace di intrecciarsi con economia, politica e amministrazione pubblica.
Cracolici ha sottolineato come quella relazione non sia soltanto una testimonianza storica, ma soprattutto un metodo di analisi ancora oggi estremamente attuale. La forza di quel lavoro stava infatti nella capacità di partire dal territorio, raccogliendo dati, nomi e relazioni concrete per comprendere il funzionamento delle organizzazioni mafiose.
Secondo il presidente della Commissione Antimafia siciliana, uno dei rischi più grandi del presente è la progressiva rimozione del tema mafioso dal dibattito pubblico. Quando la mafia non viene più percepita come emergenza, ha spiegato, si crea lo spazio per nuove forme di connivenza e normalizzazione.
Cracolici ha evidenziato come oggi la mafia continui a muoversi nei gangli dell’economia, dalla sanità al turismo, fino ai nuovi settori legati agli investimenti energetici. Allo stesso tempo rimane centrale l’interesse delle organizzazioni criminali per gli appalti pubblici, che rappresentano ancora una leva fondamentale di consenso e controllo sociale.
Un altro elemento di preoccupazione riguarda la capacità della mafia di rigenerarsi nel tempo, anche attraverso dinamiche familiari e quasi “dinastiche”, che consentono alle organizzazioni di perpetuare il proprio potere.
Per questo motivo, ha spiegato Cracolici, la Commissione Antimafia siciliana ha scelto in questi anni di lavorare soprattutto sul rapporto con gli enti locali, incontrando centinaia di amministratori e sindaci per rafforzare la cultura della vigilanza e della responsabilità nei territori.
La vera sfida, ha concluso, è quella di ricostruire un impegno civile diffuso, perché la mafia teme soprattutto l’isolamento sociale e culturale. Quando la società reagisce e prende posizione, il potere delle organizzazioni criminali si indebolisce.
Giovanni Melillo: la mafia non è un fenomeno del passato
Il procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo Giovanni Melillo ha definito la relazione di minoranza del 1976 un documento di straordinaria lucidità, capace di anticipare molte delle analisi che oggi guidano l’azione investigativa e giudiziaria contro le organizzazioni mafiose.
Secondo Melillo, uno dei meriti principali di quel lavoro fu la scelta di considerare la mafia non come semplice criminalità organizzata, ma come struttura di potere capace di condizionare istituzioni, economia e società.
Il procuratore ha poi ricordato che Cosa nostra non può essere considerata un fenomeno del passato: l’organizzazione continua a esistere, adattandosi ai mutamenti economici e sociali.
Oggi la mafia si muove sempre più come una costellazione di imprese, capace di investire capitali, partecipare ai mercati e infiltrarsi nei circuiti economici legali. In questo contesto, strumenti come la corruzione e la frode fiscale diventano centrali per il mantenimento del potere mafioso.
Melillo ha inoltre evidenziato come le organizzazioni criminali operino ormai in un contesto globale, intrecciando relazioni con altre reti illegali e sfruttando le opportunità offerte dai mercati internazionali e dalle nuove tecnologie.
Per questo motivo la lotta alla mafia, ha concluso, non può limitarsi alla repressione giudiziaria ma deve coinvolgere l’intero sistema democratico, rafforzando la partecipazione civile e la consapevolezza collettiva.
Paolo Amenta: i comuni come frontiera dell’antimafia
Il presidente di ANCI Sicilia Paolo Amenta ha portato al convegno il punto di vista degli amministratori locali, sottolineando il ruolo cruciale dei comuni nel contrasto alle infiltrazioni mafiose.
Amenta ha ricordato come la relazione di minoranza abbia contribuito a cambiare il modo di interpretare il fenomeno mafioso, superando l’idea di una criminalità limitata a episodi violenti e mettendo in luce la sua capacità di penetrare nelle istituzioni.
Il presidente di ANCI SIcilia ha inoltre evidenziato l’importanza di rafforzare gli strumenti di prevenzione e controllo nei territori. I comuni, ha osservato, rappresentano il primo presidio istituzionale nella difesa della legalità.
Proprio per questo, ha spiegato, negli anni si è arrivati anche all’introduzione dello scioglimento dei consigli comunali per infiltrazioni mafiose, strumento che testimonia quanto il livello locale rappresenti uno snodo fondamentale.
Gli enti locali sono infatti la prima interfaccia dello Stato con i cittadini e, proprio per questo, anche uno dei punti più esposti ai tentativi di condizionamento.
Per Amenta è quindi fondamentale rafforzare gli strumenti di prevenzione e accompagnare gli amministratori con formazione, supporto istituzionale e cultura della legalità.
Anthony Barbagallo: memoria e responsabilità politica
Il segretario regionale del Partito Democratico Anthony Barbagallo ha sottolineato l’importanza di mantenere viva la memoria del lavoro di Pio La Torre e Cesare Terranova.
Secondo Barbagallo, la relazione di minoranza rappresenta ancora oggi un esempio di coraggio politico e capacità di analisi, perché seppe denunciare con chiarezza i legami tra mafia, affari e potere politico.
Il segretario regionale del PD ha richiamato anche la responsabilità della politica nel mantenere alta l’attenzione sul tema della legalità. Per il segretario regionale del Pd, la lotta alla mafia deve restare un impegno quotidiano delle istituzioni e non solo un richiamo simbolico.
Ricordare quella stagione significa anche interrogarsi sulle responsabilità della politica contemporanea nel mantenere alta l’attenzione sul fenomeno mafioso.
Per questo, ha affermato, il contrasto alla criminalità organizzata deve restare una priorità dell’azione pubblica, soprattutto in un contesto economico e sociale in continua trasformazione.
Emanuele Lauria: il ruolo dell’informazione
Il caporedattore di Repubblica Palermo, Emanuele Lauria, ha evidenziato il ruolo fondamentale dell’informazione nella costruzione di una consapevolezza collettiva sul fenomeno mafioso.
Il giornalismo, ha spiegato, ha il compito di raccontare la mafia non soltanto come fatto criminale ma come sistema di potere che attraversa la società.
Lauria ha ricordato come proprio la relazione di minoranza del 1976 rappresentò anche un momento di svolta nel modo di raccontare la mafia, contribuendo a rompere molti silenzi e reticenze dell’epoca.
Ancora oggi, ha aggiunto, il lavoro dei giornalisti resta essenziale per portare alla luce dinamiche che spesso rimangono invisibili.
Emilio Miceli: l’Italia e le sue stragi dimenticate
Il presidente del Centro Pio La Torre Emilio Miceli ha invitato a riflettere sulla lunga stagione di violenza e stragi che ha attraversato la storia italiana dal dopoguerra ad oggi.
Secondo Miceli, il rischio più grande è quello di normalizzare o rimuovere questi eventi, considerandoli incidenti isolati invece che parte di un processo storico più complesso.
Miceli ha inoltre sottolineato come la memoria delle stragi e delle stagioni più buie della storia repubblicana non possa essere archiviata come una parentesi del passato. Solo attraverso una riflessione critica e collettiva, ha spiegato, è possibile comprendere fino in fondo le dinamiche che hanno segnato il Paese.
La relazione di minoranza, ha spiegato, ebbe il merito di indicare chiaramente le responsabilità e le dinamiche profonde che stavano dietro a quel sistema di violenza.
Per questo motivo, ha concluso, il lavoro di analisi e memoria resta fondamentale per comprendere il presente.
Vincenzo Terranova: la forza della collaborazione tra istituzioni
Il presidente di sezione della Corte d’Assise di Palermo Vincenzo Terranova ha offerto anche un ricordo personale della figura dello zio Cesare Terranova, magistrato e parlamentare assassinato dalla mafia nel 1979.
Terranova ha sottolineato come il lavoro di suo nonno e di Pio La Torre rappresentasse un esempio di collaborazione tra magistratura, politica e società civile nella lotta alla mafia.
Il presidente di sezione della Corte d’Assise di Palermo ha inoltre ricordato il valore della cultura giuridica e della ricerca come strumenti fondamentali per comprendere e contrastare il fenomeno mafioso. Un lavoro che richiede, ha osservato, competenze diverse e una costante collaborazione tra istituzioni.
La capacità di analisi e la profondità delle indagini condotte da Terranova dimostrano, secondo il magistrato, quanto fosse necessario un approccio scientifico e multidisciplinare per comprendere il fenomeno mafioso.
Un metodo che resta ancora oggi fondamentale per affrontare organizzazioni criminali sempre più complesse e globalizzate.
Luciano Violante: il metodo di La Torre per comprendere i processi sociali
A chiudere i lavori è stato Luciano Violante, già presidente della Camera dei Deputati, che ha invitato a rileggere la relazione di minoranza soprattutto come strumento per interpretare i processi sociali ed economici.
Violante ha spiegato che il metodo di Pio La Torre partiva dall’analisi delle trasformazioni della società: dallo spostamento delle popolazioni dalle campagne alle città, alla crescita dei mercati urbani e dei nuovi interessi economici.
In questi cambiamenti, la mafia trovò nuovi spazi per organizzarsi e rafforzarsi, adattando le proprie strutture alle trasformazioni della società.
Per questo motivo, ha sottolineato Violante, il contrasto alla mafia non può limitarsi alla repressione giudiziaria, ma deve partire dalla comprensione dei processi economici e sociali in corso.
Un altro elemento centrale del pensiero di La Torre era la capacità di costruire alleanze democratiche ampie, coinvolgendo partiti, istituzioni e società civile nella lotta al potere mafioso.
Violante ha poi ricordato la figura umana e politica di La Torre, figlio di braccianti e protagonista di un lungo percorso di impegno sociale e sindacale prima ancora che politico.
La sua battaglia contro la mafia fu sempre legata alla questione sociale e alla difesa dei diritti dei lavoratori e dei contadini.
Il dirigente comunista fu tra i primi a comprendere che colpire la mafia significava anche colpirne i patrimoni, togliendo alle organizzazioni criminali la loro principale fonte di potere economico.
Da questa intuizione nacque la legge sulla confisca dei beni mafiosi, approvata dopo il suo assassinio nel 1982.
Secondo Violante, il valore più grande dell’eredità di Pio La Torre è proprio questo: aver dimostrato che la mafia può essere combattuta solo attraverso una visione politica e culturale ampia, capace di unire analisi, mobilitazione civile e azione istituzionale.
Ricordare oggi quella stagione, ha concluso, non significa soltanto rendere omaggio alla memoria, ma individuare il metodo più efficace per affrontare le sfide del presente.



