La guerra degli altri e il conto per l’Europa: il vero prezzo che paghiamo per il conflitto in Medio Oriente – Così è (se vi pare)

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Salve a tutti e ben ritrovati nella rubrica di Hashtag Sicilia “Così è (se vi pare)“.

Questa sera affronterò il problema che da quindici giorni preoccupa i cittadini di ogni angolo del mondo, vale a dire della guerra; tralasciando alcuni problemi, primo tra tutti quello connesso all’ennesimo scandalo sulla sanità, che ha coinvolto settori significativi della burocrazia regionale e pezzi del centro destra.

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Uno scandalo che si aggiunge a quello sui costi della degenza ospedaliera, che in Sicilia sono quasi il doppio di quelli di altre Regioni del Nord, a fronte di un servizio spesso assolutamente scadente.

Veniamo quindi al tema della guerra. È acclarato che il regime degli ayatollah è repressivo e liberticida. È acclarato pure che l’Iran, sotto la guida degli ayatollah, non si è rivelato né un Paese pacifico né tantomeno un modello di democrazia.

È altrettanto certo – come hanno scritto in tanti – che l’Iran non voleva la guerra, né rappresentava una minaccia reale per gli Stati Uniti e per l’Europa.

Ciò nonostante il duo Trump-Netanyahu ha deciso – senza neppure consultare altri Stati – di bombardare ugualmente, causando centinaia di morti e feriti, ed estendendo il conflitto in tutto il Medio Oriente.

Un’area che, a distanza di poco più di dieci giorni dall’inizio delle ostilità, oggi si presenta come una grande polveriera, i cui “botti” si cominciano ad avvertire, con tutte le conseguenze del caso, in termini di altri morti e di un’ulteriore instabilità di tutta l’area medio orientale.

Una azione, quella portata avanti dal presidente degli Stati Uniti e dal capo di governo di Israele, che rappresenta, dopo quella della Russia nei confronti dell’Ucraina, un’altra chiara violazione del diritto internazionale, ovvero dell’ordinamento giuridico che regola i rapporti tra Stati sovrani e organizzazioni internazionali, basandosi su consuetudini e trattati.

Disciplina settori chiave come diritti umani, commercio, uso della forza e del diritto del mare, puntando alla cooperazione e alla stabilità globale.

L’unica differenza tra le due azioni dissennate è che l’una è stata condannata dalla quasi totalità della comunità internazionale, mentre l’altra è passata quasi sotto silenzio.

L’unica voce di condanna è stata quella del leader spagnolo Pedro Sanchez, tutti gli altri capi di governo europei (compreso la presidente Meloni) si sono limitati a dire che occorre arginare l’irruenza di Trump, senza però opporsi all’utilizzo delle basi Nato ubicate nei loro paesi.

Che deve fare quindi l’Italia di fronte a una guerra che non è la sua guerra e un nemico che non è il suo nemico?

E che dovrebbe fare l’Europa, visto che non è neppure la guerra dell’Europa e l’Iran non è il suo nemico?

Una guerra il cui unico risultato sinora è stato la morte di centinaia di persone – tra cui anche bambini, l’instabilità di un’area cruciale per gli equilibri mondiali, e l’impennata del prezzo dei carburanti e dei prodotti alimentari, le cui conseguenze ricadono su chi utilizza l’auto per recarsi nel posto di lavoro, sugli autotrasportatori e sui consumatori.

Uno scenario destinato a cambiare in peggio, anche perché il fronte di guerra piuttosto che restringersi si allarga a causa della ripresa dei bombardamenti americani e della reazione dell’Iran, che per cercare di sfuggire alla morsa a cui è sottoposta cerca di allargare il conflitto.

Di fronte a tutto questo in tanti sostengono che gli Stati Uniti non sono più la nazione che contribuì a liberare l’Europa dal nazismo e che aiutò la ricostruzione dell’Italia con il Piano Marshall.

Sono il Paese che ci ha sempre trascinato nelle sue guerre (a partire dal conflitto nel Vietnam iniziato sotto la presidenza Lyndon Johnson, passando per Clinton contro la Serbia, Bush junior contro l’Afghanistan e l’Iraq, Obama e Biden con il sostegno alle primavere arabe e all’Ucraina).

Conflitti conclusi tutti con una sconfitta per l’America, ad eccezione di quello dell’Ucraina per il quale la parola fine non è stata ancora scritta.

A prescindere se hanno ragione o torto i sostenitori di questa tesi, quello che è certo e che l’Europa – e in particolare l’Italia – ha pagato un prezzo salatissimo con ondate di terrorismo, con la messa in discussione della sicurezza energetica e con consistenti flussi di migranti.

E adesso, con quello che accade nel Medio Oriente, per l’UE arriveranno ulteriori e insopportabili rincari dei prezzi dei carburanti e di conseguenza dei prodotti alimentari e delle polizze assicurative, nonché con altri e più consistenti flussi di migranti e rischi di nuove azioni terroristiche.

Mettendo da parte i termini soft ed eleganti, e guardando la cruda realtà in una battuta si potrebbe dire: gli altri (l’America) dichiarano le guerre e noi (Italia ed Europa) paghiamo il conto.

Un conto, quello che deriva dal conflitto attualmente in atto, che a causa della quasi totale chiusura dello Stretto di Hormuz, il budello attraverso il quale – secondo Intesa Sanpaolo –  passa il 32,1% del greggio mondiale, il 13,4% dei prodotti raffinati, il 24,9 % del gas e il 18,9 % del gas metano allo stato liquido – causa e determina questi aumenti dei prezzi.

Ecco perché il costo del barile è schizzato a circa 100 dollari, determinando un aumento di 25-30 centesimi litro del prezzo del gasolio (quello agricolo addirittura di 45 centesimi) e di 15-20 centesimi del prezzo del gas.

Una situazione, detto per inciso, rispetto alla quale il governo Meloni resta ancora a braccia conserte, dopo aver pensato (insieme alla leader del PD) di intervenire sulla cosiddetta accisa mobile, a una sorta cioè di pannicello caldo.

Questo perché l’accisa mobile è una misura che destina la maggiore IVA incassata dallo Stato quando salgono i prezzi della benzina e del gasolio a favore, in teoria, dei consumatori.

Una misura rispetto alla quale non sono tutti d’accordo, perché produrrebbe una notevole sottrazione di risorse allo Stato, a fronte di pochi spiccioli per automobilisti e autotrasportatori, due tre centesimi.

Una situazione che, se la guerra non si ferma, è destinata a peggiorare ulteriormente con il costo a barile del petrolio che può raggiungere anche i 200 dollari, con la conseguenza di fare aumentare l’inflazione e di ridurre drasticamente i già deboli segnali di crescita.

Che fare dunque di fronte a questa situazione?

Con riferimento all’Europa da più parti si sostiene che occorre mandare a quel paese Trump e investire di più sul ruolo dell’Europa.

A spingere in questa direzione abbiamo registrato anche l’intervento dell’onorevole Walter Veltroni, già vice presidente del consiglio dei ministri nel primo governo Prodi e segretario del PDS.

Un pensiero per certi versi condivisile, se ci fosse però in Europa una classe dirigente autorevole e capace di prendere di petto il presidente degli Stati Uniti e di investire, nel contempo, in una forte azione diplomatica, cosa della quale al momento dubito.

Mentre per quando riguarda l’Italia penso che, governo e opposizione, piuttosto che rinfacciarsi – come hanno fatto l’altro giorno in Parlamento – le reciproche responsabilità per le posizioni assunte di fronte alle innumerevoli azioni belliche degli Stati Uniti farebbero bene a sedersi attorno a un tavolo, ovviamente dopo le elezioni, per ricercare insieme un punto di incontro.

Devono farlo, a mio giudizio, non solo per risparmiare agli italiani questo ulteriore salasso, ma anche per contribuire alla ricerca della pace e rilanciare una politica di disarmo, che è l’unica strada che può assicurare all’umanità un futuro di pace e di benessere, per tutti.

Devono cimentarsi in questa impresa non solo perché è assurdo che tutte le decisioni della politica mondiale dipendano quasi esclusivamente dai problemi interni americani e dalle bizze di Trump, ma anche perché l’Italia è fortemente dipendente dall’importazione di petrolio e gas. Come del resto la Germania, si salvano in parte solo la Francia e la Spegna grazie all’energia nucleare.

Per far vincere a Trump le elezioni di medio termine di novembre l’Italia e l’Europa non possono immolarsi, pena un serio arretramento delle condizioni di vita delle famiglie, ulteriori difficoltà per il sistema economico e il rischio concreto di avvicinarci a un terzo conflitto mondiale.

Una prospettiva che l’Italia ha il dovere di debellare, o quantomeno di allontanare il più possibile.

Per tutti questi temi, e molti altri ancora, non ci resta che darvi appuntamento questa sera, alle ore 20.00 con la nostra prima visione trasmessa sulla pagina Facebook, sul canale Youtube, e su tutti gli altri canali social del giornale. Non mancate!

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