I dati diffusi da Save the Children sul primo semestre 2025 consegnano a Catania un primato allarmante: è la città con il numero più alto in Italia di minori denunciati o arrestati per associazione mafiosa, con 15 casi, contro i 3 del 2024. È un dato grave, che impone una riflessione seria e che non può essere ridotto a semplice emergenza giudiziaria.
Un dato da leggere con attenzione
Quel numero, però, va anche interpretato correttamente. La contestazione di associazione mafiosa può infatti risentire della qualità e della tempistica delle indagini, perché emerge soprattutto all’interno di inchieste particolarmente complesse, capaci di ricostruire in modo pieno legami, ruoli e appartenenze. Questo significa che il numero registrato in un determinato periodo può anche variare sensibilmente negli anni successivi.
Il nodo strutturale
Ma questa possibile oscillazione nel tempo non autorizza affatto a ridimensionare il fenomeno. Resta, infatti, il nesso strutturale tra devianza minorile ed economie mafiose. Anche quando l’imputazione riguarda reati come spaccio, porto d’armi o associazione per delinquere, molti di questi ragazzi non operano come soggetti autonomi: si muovono dentro economie illegali che ricevono risorse, protezione e direzione da contesti mafiosi. Sono spesso l’ultimo anello visibile di una catena criminale molto più ampia. A Catania la criminalità minorile segue come un’ombra quella mafiosa.
La specificità di Catania
A Catania questo intreccio non è nuovo. Da decenni la criminalità minorile si riproduce negli stessi quartieri e negli stessi contesti urbani, dentro territori segnati da fragilità sociali, povertà educativa e radicamento criminale. Non siamo dunque davanti a una fiammata improvvisa, ma a un fenomeno stabile e profondo. Lo conferma anche un dato di lungo periodo: Catania continua a misurarsi, per numero di minori coinvolti nel circuito della giustizia minorile, con città e distretti molto più grandi. È una sproporzione che dice molto della consistenza del problema nella realtà etnea.
Non si parte da zero
Proprio per questo, la risposta non può fermarsi all’allarme. E non si parte da zero. Catania dispone di un patrimonio importante di esperienze educative e sociali, di presìdi territoriali, scuole, soggetti del terzo settore e pratiche di accompagnamento che in questi anni hanno continuato a lavorare nei quartieri più difficili. Ma il punto, oggi, è riuscire finalmente a metterle a sistema dentro una strategia pubblica stabile e riconoscibile. Anche perché questa trama di esperienze continua a misurarsi con indicatori strutturalmente critici: bassa partecipazione ai nidi e al tempo pieno, alta dispersione scolastica, quote elevate di Neet e livelli ancora troppo deboli di successo formativo. È dentro questo squilibrio che si misura la necessità di una discontinuità forte nell’azione politica e amministrativa, che assuma davvero la questione educativa e quella minorile come una priorità cittadina.
Il ruolo dell’Osservatorio
In questa direzione anche l’Osservatorio metropolitano sulla devianza giovanile può svolgere un ruolo importante di impulso, raccordo e proposta, contribuendo a orientare le politiche pubbliche verso un obiettivo decisivo: incrementare sensibilmente il numero di bambini e ragazzi che fruiscono dei servizi educativi per la prima infanzia e del tempo pieno nella scuola primaria. Dentro questo stesso orizzonte si colloca anche il ciclo di approfondimento avviato da Hashtag, “Che ne faremo dei nostri ragazzi”, nato per riportare al centro della discussione pubblica il nesso tra condizione minorile, diseguaglianze territoriali e risposte educative. A Catania, la questione minorile misura oggi la qualità delle politiche pubbliche e la capacità della città di assumere finalmente questa sfida come una priorità.
Perché a Catania la questione chiama in causa la sicurezza, la dimensione educativa e sociale del fenomeno e la capacità della città di costruire risposte all’altezza della sua profondità.



