Dopo la netta prevalenza dei “No” nel referendum costituzionale sulla giustizia, sostenuta anche dal ritorno alle urne di circa cinque milioni di italiani, né il centrodestra né il cosiddetto campo largo sembrano aver colto fino in fondo il significato del voto.
Lo dico perché la presidente Meloni — forse ancora scossa dal risultato — sembra essersi convinta che, per rilanciare il percorso interrotto dal voto e ritrovare lo slancio che l’ha portata alla guida del Paese, basti semplicemente fare a meno di alcune figure ormai ingombranti.
Anche Forza Italia sembra illudersi di poter tornare ai fasti del passato con una semplice operazione di “maquillage”, sostituendo il senatore Gasparri, guida del gruppo al Senato, con la senatrice Stefania Craxi.
Quanto al cosiddetto campo largo, se da un lato – stando alle dichiarazioni dei suoi principali esponenti – sembra aver acquisito la consapevolezza che tutti questi “NO” non si trasformino automaticamente in consenso al loro al loro schieramento; resta anche evidente che, su come costruire un’alternativa credibile al governo Meloni, sia pervaso ancora da una certa confusione.
In questi giorni, infatti, su questo versante politico si registra un forte attivismo dell’onorevole Conte che, nel tentativo di tornare protagonista, spinge per le primarie; la segretaria del Pd, pur dichiarandosi favorevole a questo metodo per la scelta del candidato premier, prende tempo e frena, sostenendo che prima sia necessario elaborare un programma condiviso.
Questa sua posizione forse deriva dal fatto che si sia convinta che sia sufficiente declinare alcune questioni come salario minimo, sanità, scuola, lavoro, industria; e al contempo promuovere qualche agorà, al fine di sentire il polso della gente per strappare Palazzo Chigi all’onorevole Meloni.
Sbaglierò, ma sono convinto, a bocce ferme, che entrambi gli schieramenti stiano facendo i conti senza l’oste.
Dico questo perché ho l’impressione che il centrodestra ritenga che le ragioni del “No” siano riconducibili esclusivamente al metodo adottato per modificare la Costituzione e al merito del provvedimento.
Non sembra invece cogliere che quel voto affonda le sue radici in motivazioni più profonde: dalla condanna della condotta del governo Meloni sul piano internazionale — in particolare rispetto alle azioni di Netanyahu a Gaza — fino alle politiche economiche e sociali adottate in questi anni, soprattutto nei confronti del Mezzogiorno.
Non si spiegherebbero altrimenti il voto dei giovani, nonché il ritorno massiccio al voto di una parte molto significativa dell’elettorato, che non aveva votato nelle precedenti consultazioni elettorali.
Così come non si spiegherebbe diversamente la “rivolta“ del Sud, dove il “NO” in molte zone ha sbancato più di quanto abbia fatto in tante zone del Centro nord; in quei territori considerati dal centrodestra una sorta di forzieri, dei fortini elettorali inespugnabili.
Pertanto, o il centrodestra si libera rapidamente dei tanti pesi che ancora si porta dietro e cambia in modo netto le proprie politiche — a partire da quelle verso il Sud e dalle posizioni assunte nei confronti di Netanyahu, di Trump e del conflitto in Iran — oppure la risalita appare decisamente complicata.
Con riferimento, invece, al cosiddetto campo largo, a guardare le prime mosse di alcuni dei suoi esponenti mi sembra che siano convinti che basti consolidare l’alleanza tra PD/M5S/AVS e trovare un qualche accordo con gli onorevoli Renzi e Calenda e il gioco è fatto.
Altri esponenti dello schieramento di centro sinistra, forse un po’ più lungimiranti o più furbi, si spingono un po’ oltre, sostenendo che occorre prima dotarsi di un programma e poi decidere chi deve guidare la coalizione.
Convinti forse che per vincere sia sufficiente elencare solo le urgenze del paese, senza specificare – per affrontarle e risolverle davvero – come e dove prendere i soldi occorrenti. Come se fosse possibile cantar messa senza soldi.
A quanti pensano che un tale accordo sia sufficiente per competere con il centrodestra faccio osservare che, ammesso e non concesso che possano vincere, nella migliore delle ipotesi sarebbe una vittoria molto risicata che li esporrebbe ai condizionamenti del duo Renzi-Calenda.
A coloro i quali ritengono che per riportare i giovani a votare per il campo largo basti qualche generico riferimento al disarmo e alla pace, dico che si sbagliano di grosso, che fanno i conti senza l’oste.
Se penso poi a disoccupati, ceti popolari soffocati dal caro vita, giovani professionisti costretti a lavorare a partita IVA, artigiani, commercianti e agricoltori stretti nella morsa dell’aumento dei prezzi (di carburanti, fertilizzanti e materie prime); mi convinco ancor di più che entrambi i contendenti – se vogliono davvero correre per vincere – debbano darsi una mossa.
Dotarsi cioè di programmi seri in grado di essere percepiti come strumenti capaci di difendere gli interessi generali del paese e di rispondere alle esigenze delle persone in carne e ossa.
Ultimo avviso ai naviganti, il referendum della scorsa settimana ha lanciato un messaggio forte e chiaro: gli elettori partecipano e votano quando sono messi in condizione di decidere.
Se, invece, lor signori pensano che tutto possa tornare come prima del voto, continuando cioè con la solita solfa, sbagliano di grosso.
Quindi, per fare un solo esempio, se si pensa di approvare una legge elettorale che non permetta ai cittadini di scegliere da chi farsi rappresentare e governare in Parlamento “si va a sbattere”.
Si rischia, per dirla in una battuta, di far tornare l’astensionismo, l’indifferenza e l’ostilità nei confronti della politica. E questo, un paese democratico come il nostro, che fonda la sua legittimità sul voto degli italiani, non se lo può permettere.



