Il post che accende la miccia
Ad accendere il dibattito pubblico sullo sgombero di Piazza Lupo è stato il post del sindaco su Facebook. Il taglio scelto è stato netto: mettere in primo piano scritte e disegni interni al centro sociale, gravi e sbagliate, presentare lo sgombero come una risposta necessaria a un problema di ordine pubblico e a un potenziale clima di violenza. Le scritte contro la polizia, in particolare, vanno condannate con nettezza e senza ambiguità. Il punto, però, è che insistere in modo unilaterale su questo aspetto finisce per proporre una lettura parziale dell’intera vicenda: si prende il dettaglio più esibibile e lo si usa per liquidare un’esperienza di aggregazione giovanile, offrendone un volto deformato.
Un’idea singolare di dialogo
Nello stesso post il sindaco affaccia un’idea piuttosto singolare di dialogo: prima lo sgombero, poi eventualmente la disponibilità a individuare un luogo in cui “dibattere civilmente”. Ma in una città complessa il dialogo non può essere una concessione successiva: deve essere una condizione preliminare delle decisioni. Ed è tanto più necessario ricordarlo se si vuole evitare che un’intera esperienza venga ridotta ai suoi eccessi: per molti giovani, infatti, la Palestra Lupo è stata anche uno spazio di socialità concreta, fatto di proiezioni di film e documentari, concerti e incontri con artisti catanesi, laboratori sportivi e tecnologici, cene di condivisione, iniziative di beneficenza ed esperienze di welfare. Un luogo, insomma, attraversato da persone di tutte le età e di ogni ceto sociale e che, proprio per questo, non può essere liquidato soltanto attraverso le sue immagini peggiori. È da questo rovesciamento, all’insegna di una retorica di legge e ordine, che si accende la miccia di un dibattito pubblico rapidamente degenerato, come mostra bene il comunicato del cosiddetto comitato dei residenti di Corso Sicilia.
Le parole del comitato
Le espressioni usate in quel comunicato — dal “bubbone cancerogeno” alla “bonifica”, fino ai toni apertamente punitivi — oltrepassano il limite della critica legittima e introducono nel discorso pubblico un lessico di disumanizzazione che dovrebbe preoccupare tutti.
Il caso Panzarella
Nelle stesse ore, il dibattito si è ulteriormente abbassato con la richiesta di dimissioni rivolta alla consigliera del I Municipio Florinda Panzarella, sulla base di un’immagine pubblicata sui social e letta come “simbolo evocativo della morte contro la Polizia”. Panzarella ha respinto l’accusa, spiegando che il simbolo richiamava l’immaginario di One Piece. Anche ammesso che vi sia stata un’ingenuità, il punto politico resta un altro: ci si aggrappa a simboli e pretesti pur di non affrontare le questioni vere che lo sgombero di Piazza Lupo ha aperto.
L’urgenza amministrativa e il nodo politico
In pochi giorni attorno a Piazza Lupo si è prodotto un dibattito pubblico segnato da rissa, violenza verbale e continue forzature. Eppure, nelle ultime ore, è emerso con maggiore chiarezza un punto molto semplice: l’urgenza dello sgombero è legata soprattutto a una scadenza amministrativa, quella dei fondi del PNRR. Proprio per questo non si sentiva il bisogno di caricare la vicenda di toni securitari, di richiami all’ordine pubblico e di allusioni a un rischio di violenza. Il sindaco ha scelto invece di darne una rappresentazione muscolare, quando sarebbe stato più utile spiegare con chiarezza quale idea di città e di trasformazione urbana l’amministrazione intende perseguire.
Una rigenerazione urbana senza società
È questo, in fondo, il punto politico che la vicenda di Piazza Lupo solleva. Invece di trasformare tutto in una questione di ordine pubblico, bisognerebbe discutere del tipo di riqualificazione che si sta realizzando a Catania: una riqualificazione attenta al decoro, ai marciapiedi, alle piazze e alla valorizzazione turistica, ma troppo spesso sorda ai bisogni concreti di chi vive la città ogni giorno. In una città attraversata da fragilità sociali profonde, la riqualificazione è davvero tale solo se sa tenere insieme la trasformazione degli spazi e la vita che li abita. Altrimenti non rigenera: rimuove.



