«Valori occidentali»: supremazia e dominio, o apertura e incontro?

Continua la nostra collaborazione dal Cile con il politologo Luciano Valle Acevedo con questa sua ulteriore riflessione in merito ai valori occidentali

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Il ricorso persistente al concetto di “civiltà e cultura cristiano-occidentale”, come strumento narrativo e il suo uso abusivo e strumentale in funzione degli interessi di determinati blocchi politici e alleanze militari, tende a rendere sfocati i contenuti e i precedenti che costituirebbero tale identità, i suoi limiti e la sua portata. È necessario e rilevante offrire approcci e opinioni sul tema.

Il “contenuto” della civiltà cristiano-occidentale non è un’essenza pura. È una tradizione viva, plurale e in costante cambiamento. Si tratta di una costruzione storico-politico-sociale composta da molteplici correnti.

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Queste vanno dalle radici greco-romane e dai loro contributi decisivi alla filosofia, al diritto, alla democrazia, alla repubblica, al concetto chiave di cittadino, fino ad arrivare al Rinascimento, alla Riforma protestante, all’Illuminismo e alle rivoluzioni scientifico-tecnologiche.

Il cristianesimo, nelle sue diverse manifestazioni, influisce in modo decisivo sulle varie costruzioni e sugli apporti di idee, concetti, discipline e istituzioni politiche. Il cristianesimo formula una visione dell’essere umano creato a immagine e somiglianza di Dio, dotato di una dignità intrinseca alla sua esistenza.

A tale concezione dell’essere umano si associa l’idea di un messaggio rivolto a tutti i popoli e, con essa, la dimensione dell’universalismo e la sua espressione secolare nei diritti umani.

Fin dalle sue origini, nel cristianesimo si è incorporata una salutare tensione nella separazione dei poteri tra Chiesa e Stato. Attraverso un processo dialettico, tale tensione conduce al paradosso per cui i processi di secolarizzazione, promossi dall’Illuminismo, e perfino le prospettive critiche verso la stessa religione, così come la consacrazione di valori quali i diritti individuali, l’etica del lavoro, il razionalismo, l’uguaglianza, l’universalità e l’umanesimo, trovano radici e riferimenti nella teologia.

Sebbene flessibili, i limiti si distorcono nella loro essenza quando si pretende di sussumere una tradizione culturale ricca e diversificata in un’entità geopolitica come la NATO e in tutto l’apparato economico, politico e militare che essa rappresenta, per contrapporsi a qualsiasi “altro”: che si tratti del “comunismo ateo” come durante la Guerra Fredda, del mondo musulmano, della Cina, della Russia — paradossalmente legata da vincoli cristiani indissolubili — così come di tutto il cosiddetto Sud globale non subordinato. Si tratta, senza dubbio, di un abuso.

In questo modo, i valori occidentali vengono strumentalizzati per giustificare aggressioni, demonizzare gli altri e negare le legittime e arricchenti diversità della nostra civiltà. In tali prospettive, per esempio, si concretizzano approcci nei quali la sicurezza dell’“Occidente” ignora i limiti che contano per la sicurezza degli altri. Da ciò si deduce che l’egemonia dell’“Occidente” venga presentata come unica base per la pace, la stabilità e lo sviluppo nel mondo.

Il ricorso a questo concetto come ideologia di potere nega l’essenza stessa dell’umanesimo e dell’universalismo, che sono connaturati allo spirito dell’incontro e della costruzione di relazioni di fiducia, piuttosto che allo “scontro di civiltà” proposto dal signor Huntington, il quale, più che offrire un approccio scientifico, mira a stabilire un quadro teorico per giustificare guerre di aggressione, l’eliminazione degli “altri” e una prospettiva inevitabile di conflitti e guerre.

Questa identità politica escludente viene utilizzata come risorsa narrativa per giustificare genocidi, come quelli attribuiti a Netanyahu contro i popoli palestinese e libanese, e la condotta abietta e criminale del governo degli Stati Uniti, il cui presidente, in un classico stato di intemperanza, minaccia “l’estinzione di una civiltà”. Tali richiami, lungi dall’essere espressione della cultura e civiltà cristiano-occidentale, ne rappresentano un tradimento.

Allo stesso modo, è un tradimento dei valori della nostra cultura pretendere di uniformarla e, così facendo, cancellare la ricchezza delle sue diversità, la sua apertura — invece di muri — verso altre tradizioni e realtà storico-culturali, e il dialogo interreligioso promosso con forza dalla Chiesa cattolica, dalla Chiesa ortodossa, dalle chiese protestanti, dai musulmani, dall’ebraismo e da altre espressioni religiose.

La civiltà e la cultura cristiano-occidentale sono fondamentalmente inclusive e prive di limiti geografici. Prendendo come riferimento San Paolo, il quale afferma: “Non c’è più giudeo né greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio né femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù”, dovremmo affermare che non ci sono neppure inglesi né persiani, iraniani, né neri né bianchi, né europei né asiatici o arabi. Siamo tutti, nella nostra diversità, uguali nei diritti e nella dignità.

Dal punto di vista delle sue proiezioni e della sua portata, è chiaro che aspetti essenziali della cultura cristiano-occidentale sono l’universalismo, il rispetto per ogni essere umano e il riconoscimento di diritti essenziali e trascendenti. Essa rifiuta ogni esclusione e ha come elementi costitutivi l’incontro e la costruzione di relazioni di fiducia tra le persone, le nazioni e le diverse costruzioni storico-culturali.

In questo spirito, superando la trappola della violenza e richiamandosi allo spirito dell’Illuminismo, è opportuno — parafrasando Mitterrand — rilanciare con grande energia “la forza serena della ragione”.

Luciano Valle Acevedo
Politologo
Santiago del Cile, aprile 2026

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