Crisi globale, caos politico e rincari: la tempesta perfetta. E il conto lo stanno già pagando famiglie e imprese

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Salve a tutti e ben ritrovati ad una nuova puntata di Così è (se vi pare).

Orientarsi nel guazzabuglio della politica e dei tanti messaggi, spesso contraddittori, che arrivano sia da chi pretende di tenere le redini del mondo, sia da chi governa i singoli Paesi, diventa, giorno dopo giorno, sempre più difficile

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Se a queste difficoltà si aggiungono le tensioni geopolitiche internazionali, che hanno già provocato un’impennata dei prezzi dell’energia e delle materie prime, con conseguenze immediate su imprese e famiglie, il quadro si fa completo.

I dati più recenti parlano chiaro: aumenti del 45,6% per il gas, del 20% per l’energia elettrica e del 18,1% per il gasolio rispetto al mese di febbraio, con rincari che proseguono da oltre un mese e mezzo.

Si tratta di un impatto devastante, che colpisce trasversalmente tutto il tessuto produttivo del Paese. Ne risentono quasi tutti i comparti, dal metalmeccanico alla ceramica, dalla moda al legno-arredamento, alla pesca  fino all’agroalimentare. 

A questo scenario, già complesso, si aggiungono i segnali provenienti dall’export manifatturiero verso i Paesi più esposti alle tensioni globali: nel 2024 si registra un calo del 7,5% verso la Russia e dell’11,5% verso la Cina.

Anche il Medio Oriente, area verso cui esportiamo per oltre 3 miliardi, appare oggi fortemente a rischio.

Pesano, dunque, due fattori: da un lato l’aumento dei costi, dall’altro il rallentamento della domanda.

Non a caso, a marzo si è registrato un calo della fiducia dei consumatori quasi del 5% rispetto a febbraio, un dato così marcato che non si osservava dallo scoppio della guerra in Ucraina.

Ma, se Sparta piange, Atene non ride. Il quadro delineato incide infatti anche su settori fondamentali del Made in Italy e sull’autotrasporto, in particolare quello siciliano e sardo, penalizzato non solo dall’aumento del prezzo del gasolio, ma anche dall’incremento delle polizze di imbarco, che, secondo alcuni dirigenti del settore, sono aumentate fino a 600 euro.

A queste criticità si aggiungono quelle del comparto agricolo:  difficoltà nell’approvvigionamento dei fertilizzanti e prezzi alle stelle, aumenti fino al 100% del costo del gasolio agricolo e dell’energia, due voci che incidono direttamente anche sugli investimenti.

Si sommano inoltre le problematiche legate alla catena di approvvigionamento, che, in termini concreti, vuol dire  rincari dei materiali di imballaggio e servizi di movimentazione merci, più costosi e non sempre disponibili.

Tutto questo non mette in difficoltà soltanto i settori produttivi della Sicilia, ma coinvolge anche lavoratori e famiglie.

Gli effetti si vedono negli aumenti diffusi sui prodotti alimentari e sui carburanti, ma anche nella vita quotidiana: per chi deve spostarsi con la propria auto per raggiungere il luogo di lavoro, muoversi è diventata un’odissea destinata ad aggravarsi, anche alla luce del protrarsi della guerra in Medio Oriente.

Di fronte a un quadro così complesso che mette a rischio la prosecuzione di tante attività ci si aspetterebbe un sussulto di responsabilità, sia da parte di chi ambisce a guidare gli equilibri globali, sia da parte dei governi nazionali.

Invece si susseguono dichiarazioni tra loro contraddittorie, come quelle del presidente Donald Trump, sull’imminenza della fine della guerra, che però non finisce, ma prosegue; accompagnate anche da attacchi sconsiderati nei confronti del Pontefice, rispetto ai quali la Presidente Meloni ha preso giustamente le distanze, difendendo nel contempo gli interessi nazionali.

Una presa di posizione, quella della premier, che è stata apprezzata anche dalla leader del partito democratico, dall’onorevole Elly Schlein.

Dall’altro lato, emerge una situazione di smarrimento da parte di chi governa, dovuta in parte agli effetti delle sconfitte elettorali e in parte alla difficoltà oggettiva di assumere decisioni efficaci in un contesto così complesso. Decisioni che potrebbero comunque contribuire ad affrontare e risolvere le problematiche in atto.

Che fare, dunque, di fronte a queste difficoltà che coinvolgono imprese, lavoratori e famiglie?

In primo luogo, di fronte alla corsa dei costi energetici, che sta mettendo in ginocchio anche il settore della pesca, appare evidente come non siano più sufficienti interventi tampone. Servono misure straordinarie e strutturali.

In questo senso torna nel dibattito anche l’ipotesi – sostenuta, oltre che da Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni (un personaggio che non può essere considerato amico di Putin), anche da Confindustria  – di riaprire, se necessario, canali di approvvigionamento più convenienti, come quelli legati al gas russo, storicamente meno costoso rispetto ad altre fonti.

In secondo luogo, è fondamentale introdurre meccanismi di compensazione a favore di artigiani, agricoltori e piccole e medie imprese, oggi stretti tra l’aumento dei costi di produzione e il rallentamento della domanda.

Terzo punto, sostenere la liquidità delle imprese, facilitando l’accesso al credito agevolato, per evitare che l’incremento dei costi si traduca in una contrazione della produzione e dell’occupazione.

Accanto a questo, nelle realtà in cui è possibile, può rappresentare un’opportunità il ricorso al lavoro da remoto, il cosiddetto smart working, per alleggerire i costi e le difficoltà legate agli spostamenti quotidiani dei lavoratori.

Infine, è necessario rafforzare il potere d’acquisto delle famiglie, oggi fortemente eroso dall’aumento generalizzato dei prezzi.

Non si tratta di proposte del tutto  nuove, ma di interventi concreti e immediatamente attuabili, che possono contribuire ad affrontare una fase complessa in cui imprese, lavoratori e cittadini continuano a muoversi in un equilibrio sempre più fragile.

Il Governo farebbe bene, piuttosto che affidarsi a logiche emergenziali e a interventi tampone, a superare lo smarrimento e la delusione conseguenti alla recente sconfitta elettorale e a promuovere un confronto serio e responsabile con le forze di opposizione, convocando un tavolo condiviso per individuare le misure più efficaci.

Se questo tavolo non lo propone il governo siano le forze di opposizione a proporlo, uscendo dall’euforia della vittoria ottenuta nel referendum e dalle divisioni sulla scelta del candidato premier, per concentrarsi sui problemi del paese.

Perché la situazione richiede risposte immediate e coordinate: imprese, lavoratori e famiglie non possono più subire ritardi e incertezze da parte di chi governa o contrapposizioni sterili da parte delle forze di opposizione.

Serve ora e subito un’assunzione di responsabilità collettiva, che deve tradursi in interventi concreti e condivisi.

Anche perché, ammesso che domani si riapra lo Stretto di Hormuz e che la guerra finisca – come tutti ci auguriamo – le conseguenze non finiranno dall’oggi al domani.

Parliamo delle tensioni provocate in Medio Oriente dagli Stati Uniti e da Israele e dell’altalena delle decisioni del regime iraniano.

Tensioni e decisioni che hanno interessato quel collo di bottiglia rappresentato dallo Stretto di Hormuz.

Anzi secondo alcuni degli analisti più accreditati gli attriti tra i vari stati si protrarranno ancora per qualche anno.

Pertanto, se non vogliamo compromettere e archiviare in maniera definitiva il tenore di vita che ci siamo faticosamente conquistati in tanti decenni è indispensabile che per qualche tempo tutti i contendenti sotterrino l’ascia di guerra e concentrino i loro sforzi per trovare le soluzioni più adeguate ai problemi dell’Italia.

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