Il 25 aprile, celebrato in Italia fin dal 1946, commemora la fine dell’occupazione nazifascista e la caduta del regime fascista, avvenuta tra il luglio 1943 e l’aprile 1945.
Si tratta di una festa nazionale che segna il ritorno alla libertà e alla democrazia. Una ricorrenza fondamentale per la storia del nostro Paese, dal significato molto profondo: richiama infatti alla difesa dei principi su cui si fonda la nostra convivenza politica e civile.
La scelta di celebrare la Festa della Liberazione proprio il 25 aprile ha un valore simbolico e rappresenta una sorta di omaggio nei confronti di Milano: proprio in quella giornata venne infatti lanciato l’appello all’insurrezione armata della città. Un appello deciso il 19 aprile dal Comitato di Liberazione Nazionale e diffuso il 25 aprile da Sandro Pertini dai microfoni di Radio Milano. Quel messaggio segnò la svolta finale della Resistenza italiana, ordinando ai partigiani di attaccare i presidi nazifascisti e di liberare le principali città del Nord, tra cui Milano e Torino, prima dell’arrivo degli Alleati.
Un aspetto meno noto – e che vale la pena ricordare – è che la decisione formale di celebrare la Festa della Liberazione il 25 aprile nacque da una proposta del Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, approvata con decreto luogotenenziale da Umberto II di Savoia il 22 aprile 1946. La ricorrenza divenne poi definitiva nel 1949, con la Legge 27 maggio 1949 n. 260.
Determinante fu il contributo alla liberazione del Paese da parte di ampie componenti della società: gli operai di Milano, Torino e delle principali città del Nord; i mezzadri e i braccianti della pianura padana e di alcune aree del Centro Italia; ma anche artigiani, commercianti e piccoli proprietari terrieri. In questo quadro si inserisce, in modo emblematico, la vicenda dei Fratelli Cervi, contadini antifascisti di Campegine (Reggio Emilia), fucilati dai fascisti il 18 dicembre 1943.
Non meno rilevante fu il contributo offerto alla Resistenza da numerosi professionisti – medici, professori, avvocati, ingegneri – così come da molti sacerdoti, attivi anche in diverse aree del Sud. In una prima fase operarono in clandestinità; successivamente parteciparono direttamente alla lotta armata oppure si impegnarono nel nascondere i partigiani e nel proteggere la popolazione dai rastrellamenti.
Altrettanto significativo fu il ruolo delle donne: si contano infatti oltre 35.000 combattenti attive, a testimonianza di un impegno diffuso e determinante nella lotta di Liberazione. Un ruolo che non può essere ridotto – come talvolta suggerisce una certa pubblicistica – alla sola funzione di “staffette”, incaricate di garantire i collegamenti tra i numerosi gruppi attivi nella clandestinità.
Molte donne furono infatti protagoniste in diversi ambiti: dal recupero dei beni di prima necessità per il sostentamento dei compagni, all’attività di propaganda e raccolta fondi; dall’organizzazione dell’assistenza ai detenuti politici fino, naturalmente, alla partecipazione diretta alle operazioni militari.
E come dimenticare poi il ruolo avuto dai giovani: a dimostrazione di come la lotta di Liberazione sia stata, a tutti gli effetti, un fenomeno popolare. A questo proposito basta ricordare un episodio significativo. Tra il 1946 e il 1947 venne pubblicato a Roma Il Moschettiere, un giornale per ragazzi con fumetti italiani e francesi dedicati alle vicende di giovanissimi partigiani impegnati nella lotta contro il nazifascismo.
Una pubblicazione che raccontava le gesta del Partigiano Marco, “eroe della montagna”, pensata per trasmettere anche ai lettori più giovani i valori e il significato della Resistenza.
Alla luce di quanto ricordato possiamo affermare che l’atto di sfilare in uno dei tanti cortei, o di partecipare alle numerose manifestazioni organizzate anche nelle località più periferiche della Penisola in occasione dell’ottantesimo anniversario della nascita della democrazia, non può ridursi a un rito.
Deve rappresentare, al contrario, un momento collettivo di memoria, cultura e responsabilità civile. In una fase in cui i valori fondanti della democrazia sono messi a dura prova, significa rinnovare un impegno concreto per la libertà, la pace e lo sviluppo economico e sociale del Paese.



