Sono 76 gli atenei italiani che hanno aderito all’iniziativa “Le Università per Giulio Regeni“, promossa dalla senatrice a vita e scienziata Elena Cattaneo con l’obiettivo di sensibilizzare studenti, ricercatori e cittadini sui valori della conoscenza, della verità e della tutela dei diritti fondamentali. Ieri mattina, lunedì 11 maggio, è stata la volta di Unict: nell’aula magna del dipartimento di Agricoltura, Alimentazione e Ambiente si è tenuta la proiezione del documentario “Giulio Regeni – Tutto il male del mondo“, prodotto da Fandango e Ganesh Produzioni per la regia di Simone Manetti.
La scelta delle università come sede delle proiezioni non è casuale: gli atenei rappresentano il contesto naturale per riflettere su cosa significhi fare ricerca in sicurezza, trasformando la commemorazione in un’occasione educativa e ribadendo la responsabilità collettiva di difendere il lavoro accademico. «Catania ha aderito con slancio ed entusiasmo, trasformando l’iniziativa in un vero evento d’ateneo – ha sottolineato la prorettrice Lina Scalisi, che ha portato i saluti istituzionali insieme al direttore del Di3A Mario D’Amico -. Non si tratta solo di un dovere della memoria, ma dell’occasione per riaffermare il ruolo sociale delle università nel promuovere la libertà di coscienza e la formazione critica. Esiste un legame profondo tra sapere e libertà, e la storia di Regeni ci ricorda che comprendere significa innanzitutto ascoltare, osservare, interrogare — soprattutto saper interrogare il presente, facendo dello studio uno strumento di cittadinanza consapevole. La sua vicenda continuerà a parlare alle giovani generazioni ancora per molto tempo».
“Giulio Regeni – Tutto il male del mondo” è il primo documentario a ricostruire la verità giudiziaria sul sequestro, le torture e l’omicidio del ricercatore triestino ritrovato ucciso nei pressi del Cairo il 3 febbraio 2016. A raccontare la sua storia, per la prima volta, sono i genitori Claudio Regeni e Paola Deffendi: un padre e una madre che, per arrivare alla verità, hanno sfidato la dittatura militare di Abdel Fattah al-Sisi. Accanto a loro, la testimonianza esclusiva dell’avvocata Alessandra Ballerini, che li ha assistiti nella lunga battaglia legale culminata nel processo contro quattro agenti della National Security egiziana, atteso a sentenza entro la fine del 2026.
Manetti costruisce il film attorno alle immagini del dibattimento, trasformando l’aula di tribunale in uno spazio narrativo centrale: non un luogo di spettacolarizzazione, ma un punto di convergenza tra la dimensione privata del lutto e quella pubblica della responsabilità istituzionale. Attraverso materiali d’archivio, interviste e testimonianze dirette, il documentario esplora il “male del mondo” che si è accanito su Giulio, analizzando non solo le responsabilità degli apparati di sicurezza egiziani, ma anche le omissioni delle istituzioni italiane e la battaglia implacabile della famiglia per ottenere giustizia. La proiezione è stata preceduta da un videomessaggio dei genitori di Giulio e dell’avvocata Ballerini, e si è conclusa con un dibattito sui temi della libertà di studio e di ricerca, moderata dal giornalista Giorgio Romeo, con la partecipazione dell’autore Emanuele Cava e della giovane ricercatrice Valentina Gruarin, dottoranda in Scienze politiche, impegnata in una ricerca su temi vicini a quelli studiati da Giulio Regeni.
Chi era Giulio Regeni? Laureato in Arabic and Politics a Leeds, con studi anche negli Stati Uniti, aveva conseguito un master in Development Studies a Cambridge, dove stava avviando un dottorato. Nel 2015 si trasferisce al Cairo per una ricerca sui sindacati indipendenti egiziani. L’Egitto che trova, però, non è quello delle speranze della Primavera Araba: dopo il colpo di Stato del 2013, il regime militare di al-Sisi ha consolidato un controllo capillare sulla società civile. Si incontrano così due sistemi di riferimento incompatibili — una cultura accademica occidentale che presuppone autonomia e libertà di pensiero, e un regime ‘paranoico’, come ha rimarcato la madre di Giulio, che percepisce entrambe come minacce. In questo cortocircuito, Giulio– rigoroso, impegnato, esigente con gli altri ma soprattutto con se stesso, a detta degli stessi genitori – diventa una figura emblematica e, per questo, un bersaglio: un uomo solo che non è stato adeguatamente protetto, anzi piuttosto tradito da molti.
Il film ripercorre l’intera vicenda con rigore e linearità: dai primi giorni di incertezza, quando il ricercatore era semplicemente “sparito”, fino alle immagini del funerale, alle riprese in aula e alle indagini condotte tra mille ostacoli. Dopo il ritrovamento del corpo, le autorità egiziane avanzano spiegazioni inverosimili — prima un delitto a sfondo sessuale, poi un incidente stradale — smentite però dalla natura stessa delle torture, riconducibili inequivocabilmente a soggetti addestrati. Ne emerge una ricostruzione serrata che fa luce su un caso di violazione dei diritti umani aggravato da omertà, depistaggi e una gestione politica segnata da ambiguità e compromessi: «Un efferato crimine contro l’umanità», ha tagliato corto la Ballerini.
Uscito nelle sale il 2 febbraio 2026, il documentario è finito al centro di una polemica quando una commissione governativa ha negato i fondi pubblici. La risposta della società civile non si è fatta attendere: oltre sessanta sale italiane lo hanno riportato in programmazione nell’aprile scorso, registrando una partecipazione significativa. «L’iniziativa delle università ha generato un vero e proprio mini-tsunami – ha osservato la referente Unict della campagna #UniversitàperGiulio Alessandra Gentile -, un’onda accademica capace di rimettere in discussione scelte che sembravano definitive. Chi aveva negato i finanziamenti statali per la realizzazione del documentario, ritenendolo non meritevole di sostegno pubblico, sarà probabilmente costretto a ricredersi. Assistiamo a questa proiezione con la consapevolezza di voler trasformare il dolore in qualcosa di utile: un contributo concreto alla crescita civile e culturale della società».
«Siamo felici che Giulio torni in quella che era casa sua: l’università, il luogo della ricerca – ha dichiarato Cava -. È importante che la sua storia raggiunga le nuove generazioni, soprattutto considerando che sono trascorsi dieci anni. Chi oggi ha vent’anni ne aveva appena dieci quando tutto accadde, e probabilmente non ha vissuto quegli eventi in modo diretto, conoscendo questa vicenda solo per frammenti, strada facendo. Questo documentario raccoglie in cento minuti tutti gli eventi più importanti e significativi, e può contribuire a tenere viva la memoria di Giulio tra i giovani, gli studenti, gli universitari e i ricercatori».



