«Volere è potere»: Carmelo Barcella e la forza di rialzarsi

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Carmelo Barcella, catanese, oggi è un campione paralimpico. Motivo di orgoglio per Catania e per la Sicilia intera: con i suoi successi, tali da renderlo un atleta plurimedagliato, ha portato in alto il nome della nostra terra. Molteplici le discipline in cui si è distinto negli ultimi anni: basket in carrozzina, atletica leggera, tennis tavolo paralimpico e canottaggio indoor rowing, grazie a cui ha ottenuto traguardi importanti e stabilito persino alcuni record mondiali e italiani.

Ma dietro al campione c’è una storia emozionante, che per raccontare bisogna tornare indietro nel tempo: Carmelo Barcella ha solo 15 anni quando rimane coinvolto in un grave incidente stradale. La diagnosi è tutt’altro che facile da accettare: lesione spinale e paralisi degli arti inferiori; ma è da qui che comincia la sua nuova vita in carrozzina.

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Già allora era uno sportivo di altissimo livello: si era distinto nel mondo del calcio, arrivando a giocare nelle giovanili di squadre come Atalanta e Fiorentina. «Può darsi che sarei diventato un bravo calciatore, ma questo non lo sapremo mai» afferma egli stesso. 

Aveva fatto strada anche nella pallanuoto, collezionando presenze in serie A con un’importante squadra del catanese. 

Dopo l’incidente, Carmelo Barcella ha dovuto reinventarsi. «In Germania, dove facevo la riabilitazione, mi hanno fatto provare tante discipline: il nuoto, l’atletica leggera, il tennis tavolo, il basket in carrozzina, il canottaggio. Quella in cui mi sono distinto di più è stato proprio il basket» racconta l’atleta. «Già dalle prime prove sulla carrozzina da basket, si sono accorti che avevo una buona impostazione di tiro e lì ho pensato “ma allora ce la posso fare anch’io, sicuramente potrò dimostrare che ancora sono valido come atleta”».

È questo il momento in cui Barcella capisce che lo sport può davvero continuare a essere il fulcro della sua vita, nonché il motore della propria rinascita. In Germania comincia a giocare per la squadra di basket dell’unità spinale, nel campionato di serie A2, e poco dopo viene ingaggiato dal Bayern Monaco, la compagine più prestigiosa del campionato tedesco. Durante questa esperienza mette in bacheca cinque campionati tedeschi,  cinque coppe europee e cinque coppe intercontinentali. 

Da allora non si è più fermato e a suon di successi ha dimostrato che – con dedizione e resilienza – è possibile vincere anche le battaglie più improbabili.  

«Qual è il primo pensiero che le attraversa la mente quando vince una medaglia o stabilisce un record?»

«Vincere una medaglia e stabilire un record sono dei momenti particolari» esordisce Barcella. «Tutto parte dagli allenamenti, da tanti sacrifici, da tante rinunce: non si vince una medaglia con uno schiocco di dita. Bisogna essere disposti a soffrire, ad allenarsi duramente, a confrontarsi con gli altri, a superare sempre i propri limiti. E quando si arriva a vincere, la soddisfazione è enorme. Quando vinco una medaglia il primo pensiero è dedicarla alle persone che mi hanno sostenuto, che mi hanno supportato e aiutato a farmi ottenere il migliore risultato possibile, a mia mamma e a mio papà che non ci sono più, a tutte le persone care che sono dentro il mio cuore e che mi hanno sempre fatto sentire importante». 

Carmelo Barcella si impegna ormai da anni anche nel sociale: ad oggi è presidente dell’Associazione Iride, ruolo grazie a cui partecipa spesso a eventi, convegni e incontri sullo sport e sulla disabilità.

«L’obiettivo principale dell’associazione è quello di aiutare il prossimo a poter sviluppare le proprie potenzialità» ci spiega il campione. «Si occupa di inclusione, di avviare i soggetti alle attività sportive, sia fra i disabili che non, ma in maggior modo per le persone disabili. L’associazione Iride nasce nel 1986 grazie alla signora Lucia Giuffrida e al signor Giuseppe Costantino, i quali decisero di fondare questa realtà a Catania per loro figlio, gravemente disabile, che non poteva praticare uno sport per persone normoabili. È una delle associazioni più antiche d’Italia e oggi che i signori Costantino non ci sono più ne sono il presidente. Vogliamo aiutare, coinvolgere e includere tutti, sia disabili che normo, nel più semplice rapporto di amicizia, divertimento, sport e fratellanza». 

«Tre parole che le vengono in mente quando pensa allo sport?»

«Disciplina, umiltà, vittoria».

A Carmelo Barcella abbiamo chiesto anche di dedicare un pensiero a chiunque stia affrontando una battaglia, che sia personale, medica o lavorativa.

«È chiaro che chiunque stia affrontando un problema o una battaglia soffra. Ecco, la prima cosa da fare è pensare che tutti possono farcela: ce l’ho fatta io, che quando ho avuto l’incidente ero molto giovane. Anch’io ho avuto i miei momenti di sconforto, di debolezza, di malinconia per quello che ero e che non potevo più essere. È stato difficile, è chiaro, però piano piano mi sono arrampicato sulle pareti più lisce, aiutato e supportato dalla mia famiglia, soprattutto da mio papà, e dagli amici che mi sono stati vicini».

«Cosa mi sento di dire? Io consiglierei di vedere sempre il bicchiere mezzo pieno, non mezzo vuoto. Bisogna pensare che se siamo qui è perché comunque ce la possiamo fare. Volere è potere. La nostra mente è più forte del nostro corpo. Quindi la forza deve venire da dentro noi. Bisogna essere caparbi, lottare e non fermarsi. Anche se ci saranno dei momenti in cui lo sconforto e la tristezza prenderanno il sopravvento, bisogna cacciarli e pensare positivo, pensare che il domani sarà sempre più bello».

«Quando ho avuto l’incidente mi sono dovuto reinventare. E ce l’ho fatta, con tanto sacrificio, tanta passione, tanta abnegazione, tante testate nel muro, tante sconfitte, che però hanno forgiato il carattere, mi hanno fatto diventare più forte. Il mio obiettivo era quello di superare sempre il mio limite, ed è quello che ancora ho nella mente, devo andare sempre più forte di come sono andato l’ultima volta. Questo mi porta a essere come sono».

«Le battaglie bisogna vincerle, e se non si riesce a vincerle da soli, non c’è alcuna vergogna a chiedere aiuto. Chiedere aiuto è un sintomo di umiltà. Quando c’è una persona che vive un momento di grande sofferenza, bisogna aiutarla, spronarla, cercare stimolarle l’autostima. Da là si parte. E poi tutto il resto viene da sé. Le battaglie alla fine si vincono. Sono i limiti che bisogna superare». 

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