Festa della Repubblica, ottant’anni dopo: tra conquiste, crisi e nuove sfide

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Oggi non si celebra soltanto la Festa della Repubblica. Si ricorda anche la prima volta in cui le donne italiane furono chiamate a esprimere il proprio voto.

Il 2 e 3 giugno 1946 italiani e italiane andarono alle urne per scegliere la forma istituzionale dello Stato: monarchia o Repubblica. Quel referendum venne indetto pochi anni dopo la caduta del fascismo. I sostenitori della Repubblica scelsero, non senza polemiche, il simbolo dell’Italia turrita, personificazione nazionale dell’Italia, utilizzato sia nella campagna elettorale sia sulla scheda referendaria, in contrapposizione allo stemma sabaudo che rappresentava la monarchia.

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Quella consultazione istituzionale fu dunque la prima votazione a suffragio universale nella storia d’Italia.

Il 1946 rappresentò anche l’atto di nascita dell’Autonomia speciale siciliana, resa possibile dai nuovi equilibri internazionali determinati dall’apertura, proprio in Sicilia, del primo fronte europeo degli Alleati. Un evento straordinario che contribuì alla caduta del fascismo.

In quel particolare contesto storico, l’Autonomia fu, a mio giudizio, una risposta intelligente alla richiesta di sicurezza dei siciliani, che rischiava altrimenti di trasformarsi nell’avventura separatista.

Non fu soltanto una soluzione politica pensata per mantenere la Sicilia unita all’Italia, riconoscendone al tempo stesso la specificità. Fu anche uno strumento utile a rassicurare gli alleati americani.

Ovviamente questa non è l’occasione per soffermarsi sullo scempio compiuto negli anni nei confronti dell’Autonomia, né sulla necessità di un suo radicale ripensamento. Resta però urgente aprire una nuova stagione capace di riflettere davvero sulla specificità della Sicilia.

Tornando alla Festa della Repubblica, nata dalla Resistenza, bisogna ricordare che in questi ottant’anni il Paese ha attraversato fasi molto difficili: il dopoguerra, le tensioni sociali e politiche legate ai rigurgiti reazionari e alla strategia della tensione. Ma ha vissuto anche stagioni di crescita economica, sociale e civile, iniziate con il miracolo economico, con il miglioramento delle condizioni di vita e con importanti conquiste civili come il divorzio, l’aborto e la difesa della Costituzione.

Va però sottolineato che il Paese non è cambiato soltanto in meglio. In alcuni aspetti è cambiato anche in peggio.

Basti pensare alla progressiva messa in discussione di alcune conquiste sociali e di diritti fondamentali come il lavoro, una giusta retribuzione, la salute e l’istruzione, che oggi non risultano più garantiti a tutti. A questo si aggiungono la fuga dei giovani, lo spopolamento delle aree interne e i problemi legati alla sicurezza, ormai diventati una vera emergenza nazionale.

Senza dimenticare una crescita economica che ristagna e un’inflazione che torna a rialzare la testa, alimentata soprattutto dai prezzi dell’energia. Più persistono le tensioni internazionali, più le imprese trasferiscono gli aumenti dei costi sui consumi. Una spirale pericolosa che continua a impoverire fasce sempre più ampie della popolazione.

In questi ottant’anni la Repubblica ha comunque garantito democrazia, pace e sviluppo economico e sociale. Per questo mi piace pensare che, nel futuro, possa continuare a garantire tutto questo senza lasciare indietro nessuno, offrendo davvero pari opportunità a tutti i cittadini.

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