L’Italia dei primati: la realtà oltre la propaganda. Siamo ancora il Paese di poeti, santi e navigatori oppure no?

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Salve a tutti e ben ritrovati nella rubrica di Hashtag Sicilia “Così è (se vi pare).

Poiché sono stufo di sentire ripetere come un mantra, da parte di vari esponenti politici, i tanti primati del nostro paese, e sono nel contempo indignato di leggere un giorno si e l’altro pure in alcuni giornaloni dell’assoluta urgenza di riarmarci – pena l’invasione imminente dei cosacchi -; questa sera dirò pane al pane e vino al vino.

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Quindi, anche se mi farò qualche nemico in più, dichiaro urbi et orbi, che non farò sconti a nessuno.

E a proposito dei primati dell’Italia, comincio col dire che il nostro amato paese ha:

  • Il più alto debito pubblico d’Europa, per il quale il nostro paese spende oltre 80miliardi di euro l’anno di solo interesse;
  • Milioni di cittadini che vivono sotto la soglia di povertà, il che significa che non possono permettersi le spese essenziali per condurre uno standard di vita minimamente accettabile;
  • Un ceto medio in decadimento, e sempre più abbandonato da tutti al proprio declino;
  • Servizi pubblici sempre più insufficienti e inadeguati, a partire dalla sanità per la quale è in atto un processo di smantellamento delle strutture pubbliche a vantaggio dei privati e delle assicurazioni;
  • Oltre centomila giovani che ogni anno emigrano;
  • I salari reali che si sono ridotti (tra il 1990 e il 2025) del 3%, mentre sono aumentati nello stesso periodo in Francia del 31% e in Germania del 35%.

Senza considerare il dramma del declino demografico di cui tutti si riempiono la bocca, ma nessuno fa niente di concreto; anche perché questo comporterebbe chiedere alle grandi aziende di alzare salari e stipendi, rinunciando a qualche profitto in più e distribuendo meno dividenti ai loro azionisti.

Eppure nonostante questa situazione, che parla da sola e smentisce qualsiasi narrazione volta ad edulcorare la realtà, alcuni soloni continuano a cullarsi con la storiella che siamo un popolo di santi, di eroi e di navigatori, mentre (con tutto il rispetto dovuto a chi vive del proprio lavoro) siamo diventati – e stiamo diventando – sempre più un popolo di cuochi, camerieri, affittacamere e, come sempre, di migranti.

Ma tutto questo non è solo il frutto della mancata crescita che deriva – secondo gli economisti di tutti gli orientamenti politici – dalla bassa accumulazione di capitali e dalla scarsa produttività, ma anche e soprattutto dal calo degli investimenti fissi lordi che si sono ridotti del 14% nel periodo dal 2000 al 2020.

Inoltre, ulteriore causa della mancata crescita è anche il risultato delle scelte dei governi che si sono succeduti alla guida dell’Italia, i quali, per riequilibrare i bilanci, invece di ridurre le spesi correnti hanno decurtato gli investimenti pubblici del 40 %.

Pe essere ancora più chiaro: in questi anni né lo Stato né le imprese hanno investito.

Che fare di fronte a tutto ciò?

Due/tre cose si potrebbero fare subito, ovviamente se c’è la volontà politica di chi governa, e un atteggiamento di responsabilità di chi al momento si oppone ma ambisce a scalzare l’esecutivo guidato dall’onorevole Meloni.

  • La prima: operare per realizzare risparmi nella sanità dove ci sono sprechi enormi, in conseguenza del fatto che ogni regione presenta spese diverse (talvolta con differenze scandalose) per l’acquisto di farmaci, beni e servizi e, nel contempo, rivedere il regime delle convenzioni private, oggi stipulate quasi sempre per avvantaggiare i privati e danneggiare il pubblico. Quello che si ricaverebbe da questa operazione potrebbe essere destinato a rafforzare quei servizi in difficoltà e/o per cancellare la vergogna delle liste di attesa.
  • La seconda: mettere mano seriamente al sistema fiscale, attualmente profondamente ingiusto perché basato prevalentemente sulle ritenute alla fonte, vale a dire sulle tasse che vengono pagate da lavoratori dipendenti e pensionati, gli unici che non possono sfuggire.Ripristinando l’equità orizzontale e l’equità verticale, vale a dire operando sui due principi fondamentali che regolano la giustizia di un sistema tributario, il che significa che a parità di condizioni deve corrispondere il medesimo trattamento fiscale.
  • Infine, sempre sul versante della revisione profonda del sistema fiscale, occorre affrontare (senza furbizie e senza fare il gioco delle tre carte scaricando sempre su chi ha sempre pagato tutto, sino all’ultimo centesimo) il problema della tassazione della ricchezza, o se volete di un contributo di solidarietà da richiedere a chi detiene patrimoni superiori a tre/quattro milioni di euro.

Un contributo di solidarietà che non deve spaventare chi guadagna tra i 50 o gli Ottantamila euro, perché sarebbe qualcosa che non riguarderebbe né loro né chi guadagna 150-200 mila euro, riguarderebbe chi ha tanti milioni di euro.

Quello che si ricaverebbe da queste misure potrebbe essere destinato a ridurre l’Irpef (che oggi incide circa 2 punti in più che negli altri paesi europei) a carico dei contribuenti con redditi tra i 35 e i 100 mila euro.

Vale a dire a quei ceti medi fatti per lo più di lavoratori dipendenti e pensionati, privi da lungo tempo di qualsiasi tutela politica, solo perché qualche imbecille li considera ricchi.

A questo proposito porto un esempio: un mio nipote che lavora a Milano guadagna 3.200 euro netti al mese, per vivere però nella città della Madunnina spende 1.400 euro al mese per l’ affitto di due vani, 450 euro di utenze e spese condominiali, 300 euro di rata più altri 200-250 euro di bollo e assicurazioni.

Quindi alla fine della giostra gli restano poco più di 800 euro per mangiare e vestirsi.

Direte che c’è chi vive con meno della metà ed è costretto a stringere la cinghia più di quanto faccia mio nipote, ma è anche vero che mio nipote e quelli che hanno il suo stesso trattamento economico non possono essere considerati ricchi.

Loro sono una parte di quel ceto medio di cui si continua a parlare, ma senza fare mai nulla.

Quindi, a proposito di patrimoniale, consiglierei piuttosto che insistere su un tasto che spaventa anche chi non dovrebbe essere spaventato (perché non viene toccato), forse sarebbe più giusto parlare di imposta di solidarietà, sull’esempio di quello che si fa in Francia dove c’è l’import de solidarieté sur la fortune.

Infine, con riferimento alle guerre o meglio alla guerra in Ucraina, visto che di quello che succede in tante aree del mondo non sembra interessare niente a nessuno (a partire del genocidio o massacro, chiamatelo come volete del popolo palestinese) vorrei fare una considerazione e porre qualche domanda.

La considerazione: in Ucraina si continua a morire, e questo è innegabile, a morire “fino alla vittoria”, si dice.

Ma quale vittoria? E di chi?

Ogni giorno intanto continuano a morire ucraini e russi. Ogni giorno che passa perdono qualcosa in più sia russi che ucraini per una guerra che tutti, all’unisono, ripetono che nessuno dei due contendenti può vincere.

Quindi se nessuno può vincere mi chiedo piuttosto che continuare sulla linea delle sanzioni (che detto per inciso piuttosto che indebolire la Russia hanno rafforzato sul fronte energetico l’asse con la Cina) e continuare a pagare il gas americano tre volte in più di quanto pagavamo quello russo, se forse non sarebbe meglio abbandonare i propositi bellici e concentrarsi seriamente sul fronte della diplomazia e della ricerca di un punto di incontro tra russi e ucraini

E con questo punto di domanda vi saluto.

Per tutti questi temi, e molti altri ancora, non ci resta che darvi appuntamento questa sera, alle ore 20.00 con la nostra prima visione trasmessa sulla pagina Facebook, sul canale Youtube, e su tutti gli altri canali social del giornale. Non mancate!

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