So per esperienza, maturata prima dentro un partito politico e poi in un giornale, che l’analisi dei dati elettorali è una disciplina che si colloca all’intersezione tra scienza politica, statistica e data science; vale a dire in un campo multidisciplinare che unisce informatica, matematica e statistica.
Con l’era digitale – che fornisce l’accesso a vaste quantità di dati – comprendere come raccogliere, analizzare e interpretare i dati elettorali è diventato essenziale, sia per chi dirige un partito politico, sia per chi aspira ad una carriera politica.
L’analisi dei dati elettorali non è dunque solo una questione di numeri: si tratta di comprendere le dinamiche socio-politiche di un territorio, identificare i trend emergenti e prevedere i comportamenti futuri degli elettori.
Ebbene, si tratta di una disciplina che, lo ammetto, non padroneggio del tutto. Ma, grazie all’esperienza e al mio vissuto, un paio di cose le ho imparate.
La prima: non si possono trarre indicazioni credibili confrontando i dati di elezioni diverse. Questo non solo perché ogni consultazione elettorale ha una storia a sé, ma anche perché una cosa è votare per eleggere un sindaco e un consiglio comunale, altra cosa è votare per eleggere il Parlamento nazionale, europeo o regionale. Ne consegue che il confronto sarebbe meglio farlo raffrontando i dati delle elezioni dello stesso tipo.
La seconda: quando qualsiasi partito o movimento registra un arretramento elettorale la causa non è mai del destino cinico e baro o di chi non ha capito il messaggio. Piuttosto, è il segnale che molti non hanno trovato coerenza tra le promesse della campagna elettorale e ciò che è stato fatto concretamente. E se il messaggio politico non è arrivato, forse è perché non era abbastanza chiaro.
La terza è che, con il declino delle grandi ideologie, i cittadini vanno a votare solo se credono che il loro voto possa davvero contribuire a cambiare qualcosa. E scelgono un partito quando ritengono che sia quello più capace di rappresentare i loro bisogni e interessi. Si vota per difendere interessi generali solo quando il partito è in grado di coniugare il particolare con il generale, altrimenti prevale l’interesse, anche quello minuto.
Fatta questa premessa, le considerazioni che seguono sui recenti risultati delle amministrative siciliane non pretendono di essere il frutto di un’analisi rigorosa, ma di una lettura complessiva che, credo, non si discosti troppo dalla realtà. Pertanto faccio un paio di considerazioni rivolte sia ai capoccioni del centrodestra sia a quelli del cosiddetto campo largo e, nel contempo, mi azzardo a dare qualche consiglio, ovviamente, non richiesto.
Ai primi dico questo: se volete riprendervi dalla bastonata — perché di questo si è trattato — incassata in Sicilia, anche nei ballottaggi, dovete liberarvi di tutti quei soggetti coinvolti in episodi di corruzione e malaffare. Dovete inoltre smetterla con le lotte interne (paragonabili a lotte tra bande), combattute solo per spartirvi i posti negli enti pubblici e nel sottogoverno. E in campagna elettorale fareste bene a chiedere ai vostri referenti locali di concentrarsi meno sugli sconfinamenti degli alleati di maggioranza e più sul recupero di quei voti persi per la delusione verso le vostre scelte e le vostre politiche.
Ai dirigenti del campo largo in primis dico che in Sicilia gli unici che possono davvero cantar vittoria sono “Sud chiama Nord” di Cateno De Luca e “Controcorrente” di Ismaele La Vardera. Gli altri, PD e M5Stelle compresi, da soli o anche dove si sono presentati insieme, difficilmente ottengono risultati a due cifre. Pertanto, piuttosto che consolarvi con la storiella che il campo largo dove è unito e presenta candidati credibili vince, fareste meglio (in particolare chi guida i partiti) a cercare di capire perché continuate a inanellare, in ogni competizione elettorale, risultati negativi e a concentrarvi su quello che potete fare, anche dall’opposizione, per cercare di risolvere i problemi dei ceti che volete rappresentare.
Al Partito Democratico nello specifico dico soltanto questo: sul nodo delle contestate conclusioni dell’ultimo congresso regionale avete già percorso tutte le strade possibili, dagli organismi interni fino alla giustizia ordinaria, senza riuscire a sbloccare nulla. Per questo, continuare a insistere o a chiamare il sordo che non vuol sentire – come continua a fare il mio amico Giovanni Burtone – è certamente encomiabile (perché dimostra di avere una fede incrollabile nella provvidenza), ma onestamente mi sembra una fatica sprecata.
Per cui, ecco il consiglio non richiesto: forse piuttosto che continuare a pestare l’acqua nel mortaio, sarebbe meglio decidere entrambi i contendenti di comune accordo; chiudervi in un “convento” e uscirne solo dopo aver trovato la cosiddetta quadra.
E se non riuscite a fare neppure questo, smettetela almeno di continuare a lavare i panni sporchi all’aperto, almeno eviterete di spegnere la speranza di chi ancora si ostina a credere che voi, insieme agli atri attori del campo largo, possiate davvero rappresentate in Sicilia una possibile alternativa all’attuale stato di cose.



