In Italia e non solo negli ultimi anni si è (ri)acceso il dibattito sul tema della sostituzione. Mi spiego. In principio fu la sostituzione etnica, detta anche la Grande sostituzione, vale a dire quel mito neonazista secondo cui i bianchi vengono sostituiti dai non bianchi. Più precisamente questa teoria sostiene che l’identità occidentale sia sotto assedio da parte di massicce ondate migratorie da Paesi non europei, portando a, o avendo come obiettivo, una sostituzione degli europei bianchi sul piano demografico. Molto si dovrebbe dire su questa identità mobile occidentale, ma qualcosa andrà pur detta.
Nel 1494, solo due anni dopo la “scoperta” dell’America, a Tordesillas, una piccola località della Castiglia, venne firmato un trattato tra Spagna e Portogallo che divideva il mondo in due e inventava l’Occidente come spazio, comunità e cultura. Come ha detto lo storico Alessandro Vanoli, è in quegli anni che lo spazio occidentale inizia a diventare pensabile e conquistabile e si comincia a ragionare su due spazi, uno occidentale e uno orientale, anche in termini di contrapposizione. Lo storico definisce la creazione del concetto di Occidente come una storia di conquista, l’idea stessa di civiltà occidentale nasce proprio con questo senso di conquista. Nel XIX secolo il concetto andò perfezionandosi, si pensi ad esempio che la guerra di Crimea del 1853-56 (da un lato la Russia e dall’altro Francia, Gran Bretagna, Regno di Sardegna e, ebbene sì, Impero Ottomano) fu descritta dalla pubblicistica del tempo come la contrapposizione fra un Occidente liberale e un Oriente assolutista, peraltro niente di molto diverso rispetto a quanto sta accadendo oggi. Sarà poi la Columbia University nel 1919 a santificare definitivamente il concetto di Occidente, istituendo il primo corso universitario di storia occidentale, cioè quella storia che dai greci e dai latini, attraversando il cristianesimo e l’illuminismo, arriverà al XX secolo.
A livello globale, minor fortuna ha avuto, in parte, la contrapposizione Nord-Sud, se non appunto all’interno dei confini nazionali. Ciò è avvenuto probabilmente poiché capitava, più spesso di quanto non si volesse, che chi si riteneva portatore di una cultura del Nord si ritrovasse ad essere identificato, non senza sorpresa ed una qualche indignazione, come cittadino di un Paese del Sud. Del resto nulla è più mobile del concetto di Sud e di Nord. In Nuovo cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore,un signore Napoletano che urla di gioia per aver vinto al lotto viene apostrofato dai Siciliani “sempre fortunati questi del Nord!”. Appunto.
Dicevamo: sostituzione. Il termine ha trovato terreno fertile sui social. Ma poiché parlare di sostituzione etnica tout court può suonare come razzista, gli strali degli odiatori seriali si abbattono sui maranza, non in quanto delinquenti, ma in quanto maranza, appunto, in cui il connotato etnico è organico alla caratteristica delinquenziale o iconograficamente delinquenziale, con una trasformazione in senso razzista del termine originario, che stava genericamente per “coatto” o, potremmo tradurre in catanese, per “mammoriano”. Il maranza di oggi, almeno dal 2019 (secondo l’Accademia della Crusca), non è più quel coatto citato nella canzone di Jovanotti “Il capo della banda”. L’elemento etnico è entrato violentemente nell’ambito semantico della parola.
Ma voliamo più bassi. Parliamo di cibo. L’altra frontiera è proprio il cibo. Sempre sui social sono ogni giorno di più le persone che condividono esperienze su attività imprenditoriali miste (arancini con carne halal, ad esempio) o che comunque pongono attenzione ad alcune tematiche rilevanti per una parte delle popolazione, quindi per esempio a Torino o a Ferrara nascono gli aperitivi halal e analcolici. Talvolta i gestori non sono portatori di quella fede religiosa, ma colgono in queste novità l’opportunità di espansione del proprio giro di clienti. E’ un Paese che, seppure non si muove, almeno accenna stiticamente a farlo. Tuttavia, leggendo i commenti a questi post, se ne leggono molti violenti e contrari a queste sperimentazioni; non si contano i “ma vaff…”, le argute battute “Aperitivo Remigrazione”, “Ma fan cul halal”, “L’aperitivo beduino”, talvolta, se qualche utente si arrischia a fare un commento positivo, iniziano i “vedrai fra qualche anno la cultura islamizzata e terzomondista che avrà soppiantato la nostra come ti gratificherà. E ti ringrazieranno i tuoi figli per lo schifo che gli lascerai”. Se ne leggono centinaia.
Recentemente la scrittrice e attivista italiana Djarah Kan ha ben spiegato come questo razzismo “è il più grande antidepressivo che una persona bianca possa assumere per non pensare ai suoi reali problemi. Il razzismo è un antidepressivo, perché incanala una rabbia distruttiva che non vuole essere affrontata in maniera più strutturale. E’ la politica che dice prenditi questa pillolina. […] Vedrai che domani o dopodomani ti sentirai meglio”.
La base di qualsiasi cultura è sempre stato l’allargamento. La cultura culinaria ne è un esempio e la Sicilia ne è uno tra gli esempi migliori con la sua cucina frutto di sommatorie dalle più varie culture. Parliamo dell’arancino o arancina, come preferite. Pare sia nato o nata contestualmente alla dominazione araba della Sicilia, è certo infatti che gli arabi erano soliti mangiare il timballo di riso con lo zafferano; durante i banchetti, infatti, si collocava al centro della tavola un vassoio di questa pietanza e lo si consumava appallottolandola nel pugno e condendola con carne di agnello e verdure. Sarà poi con la dominazione normanna che i Siciliani appresero l’arte della panatura. Infine, con la scoperta delle Americhe venne introdotto come ingrediente anche il pomodoro che, con il tempo, venne utilizzato per preparare il ragù. A ben vedere, il tema se questo pezzo di tavola calda sia maschio o femmina, è l’ultimo dei nostri problemi. Se poi aggiungiamo che secondo il Dizionario siciliano-italiano di Giuseppe Biundi (1857), l’arancinu sarebbe nato come una vivanda dolce di riso fatta a forma di melarancia, il problema si fa ancora più ampio. Del resto proprio gli arabi usavano lo zafferano nella preparazione dei loro dolci.
Bisognerà prima o poi comprendere che a questo aggiungere, sopra si diceva allargare, non corrispondere un togliere. Meglio di me, l’ha detto una cantautrice siciliana, Alex Allyfly (nome d’arte di Alessandra Fichera), in una sua risposta video a certi commenti ricevuti sui social: “Picciotti non è che se dico viva il Sud, vuol dire che sto dicendo abbasso il Nord. Perché ultimamente nella mia pagina succede che pubblico un video in cui parlo del Sud, magari in maniera simpatica, e arriva la gente del Nord che si incazza, e dice: pure noi abbiamo il mare… noi lavoriamo…. a differenza vostra…. allora stattene al Sud, rimani al Sud. A parte che io ci vivo al Sud, ma comunque se qualcuno offende il Nord, solitamente lo blocco. Io la gente che diffonde odio non la voglio. Questa è una pagina dove io parlo, canto della mia Terra. Questa è una pagina di amore, di amore per la Sicilia, per il Sud Italia, per la cultura, per la musica, che è ciò che io faccio, con un po’ di ironia”.
Ecco, la cultura è una forma di amore che non prevede confini.
Giuseppe Emiliano Bonura



