La legislazione nota come “rientro dei cervelli” ha rappresentato per anni la principale scommessa fiscale italiana per invertire la rotta dell’emigrazione qualificata, applicando uno sconto drastico sull’imponibile Irpef – arrivato fino al 70%, e persino al 90% per chi si stabiliva nel Mezzogiorno – sui redditi da lavoro prodotti in Italia da ricercatori, docenti, manager e professionisti rimpatriati (e impatriati, cioè tutti coloro che decidessero di trasferirsi in Italia e che possedessero requisiti di alta qualificazione formativa a prescindere dalla nazionalità). Tuttavia, l’analisi dei bilanci pubblici solleva profondi dubbi sulla reale efficacia e sull’equità di questo strumento. Secondo le elaborazioni effettuate dal portale di informazione economica Lavoce.info sulla base dei dati ufficiali del Ministero dell’Economia e delle Finanze tratti dai rapporti annuali sulle spese fiscali, l’impatto finanziario della misura è letteralmente esploso nel tempo. Se nel 2020 il costo contabile annuo si attestava a 674 milioni di euro, a partire dal 2021 la spesa ha superato stabilmente il miliardo di euro all’anno, traducendosi in un costo cumulato che ha ampiamente travalicato la soglia dei 5 miliardi di euro complessivi nel corso degli ultimi anni di applicazione. Questo incremento non è stato trainato da una crescita proporzionale dei beneficiari, ma dalla maggiore generosità del Decreto Crescita: il costo medio per singolo beneficiario è infatti raddoppiato, balzando rapidamente da ventidue mila a ben quarantaquattro mila euro a persona.Tuttavia, gli economisti de Lavoce.info sottolineano che questi valori assumono che tutti i beneficiari sarebbero tornati in ogni caso, anche senza gli incentivi, ipotizzando diversamente che tutti i beneficiari siano ritornati grazie agli incentivi il costo economico sarebbe zero, poiché si tratta di nuovi contribuenti. Probabilmente, la verità sta almeno nel mezzo.
La platea complessiva dei beneficiari, pur in crescita, si è stabilizzata su cifre di circa ventimila unità. Questo significa che a fronte di un sacrificio miliardario per le finanze pubbliche, la misura ha intercettato una quota infinitesimale rispetto alla reale emorragia di capitale umano che abbandona l’Italia ogni anno.
I numeri dimostrano come il rientro dei cervelli sia rimasto una misura numericamente poco impattante e, sotto il profilo sociale, strutturalmente iniqua. L’incentivo non ha quasi mai creato nuovi posti di lavoro ad alto valore tecnologico o scientifico, ma si è limitato a sussidiare ex post il rientro di figure professionali con redditi medi già molto elevati – i dati MEF indicano una media di ben centoventi mila euro lordi dichiarati dagli impatriati. Il paradosso distributivo è stridente: un manager o un professionista rimpatriato con una simile retribuzione si è trovato a pagare un’aliquota fiscale effettiva inferiore a quella di un operaio, di un infermiere o di un giovane laureato rimasto in Italia a supportare il sistema produttivo nei momenti di crisi. Questo forte squilibrio non solo mina il principio costituzionale della progressività fiscale, ma genera un senso di frustrazione tra i lavoratori residenti, penalizzati da una pressione fiscale ordinaria insostenibile rispetto ai colleghi provenienti dall’estero.
La misura, avviata dal Governo Berlusconi IV ed inizialmente limitata solo per docenti e ricercatori, è stata poi rinnovata e ampliata dai Governi Letta, Renzi, Gentiloni e Conte I. Una riforma “tripartisan”, insomma, recentemente rinnovata dal Governo Meloni, seppure, è giusto dirlo, con delle nuove limitazioni sia di platea che di beneficio.
Se si valuta l’impatto economico complessivo, le ingenti risorse miliardarie assorbite da questo trattamento di favore avrebbero potuto trovare una destinazione decisamente più strategica, strutturale e inclusiva all’interno del mercato del lavoro nazionale. Utilizzare quel miliardo abbondante di euro all’anno per finanziare una riduzione generalizzata e permanente del cuneo fiscale sui salari medio-bassi avrebbe generato benefici reali per milioni di dipendenti, aumentando il potere d’acquisto interno e stimolando la domanda. In alternativa, la medesima spesa pubblica si sarebbe potuta tradurre in un piano straordinario di investimenti per la ricerca pubblica e le università, creando cattedre stabili e laboratori all’avanguardia capaci di trattenere i giovani ricercatori prima della loro fuga, anziché tentare di riacquistarli a caro prezzo una volta emigrati.
Sostenere la competitività del sistema attraverso sgravi fiscali generalizzati per le imprese che assumono a tempo indeterminato, o investire nel potenziamento delle politiche attive del lavoro e dei servizi per l’infanzia, avrebbe gettato le basi per un mercato occupazionale più sano, dinamico e attrattivo per tutte e tutti, eliminando la necessità di ricorrere a costosi e ingiusti paradisi fiscali selettivi.
Giuseppe Emiliano Bonura



