Lo sfruttamento lavorativo nel comparto agricolo in Sicilia rimane una delle piaghe sociali ed economiche più gravi del territorio, configurandosi come un fenomeno strutturale che colpisce migliaia di braccianti, in larga parte migranti. Secondo le denunce e le analisi storiche della Flai Cgil, il sindacato di categoria dei lavoratori agroalimentari, le campagne dell’Isola rappresentano un terreno fertile per l’infiltrazione delle agromafie e del caporalato, un business criminale che a livello nazionale genera miliardi di euro di profitti legati al lavoro irregolare. Le recenti operazioni giudiziarie e le ispezioni condotte nelle province a forte vocazione agricola – come Ragusa, Siracusa e Agrigento – testimoniano una realtà drammatica dove il lavoro bracciantile viene sistematicamente privato della dignità minima e dei diritti fondamentali previsti dai contratti collettivi nazionali e provinciali.
I dati e le stime storiche condivise dall’Osservatorio Placido Rizzotto della Flai Cgil tracciano un quadro allarmante sui livelli di irregolarità nel settore primario, dove circa un quarto della forza lavoro complessiva è impiegata in modo irregolare. I braccianti che cadono nella rete dei caporali percepiscono spesso salari giornalieri dimezzati rispetto alle tabelle sindacali, attestandosi su cifre irrisorie a fronte di turni massacranti che superano le dieci o dodici ore quotidiane in condizioni climatiche estreme. A questo sfruttamento salariale si somma una ricattabilità legata alle condizioni di vulnerabilità dei cittadini stranieri, costretti a pagare ai caporali quote extra per il trasporto verso i campi o per i beni di prima necessità. Come ribadito dal segretario generale della Flai Cgil Sicilia, Alfio Mannino, l’azione di contrasto repressivo portata avanti dalle forze dell’ordine è fondamentale ma non sufficiente se non viene accompagnata da una forte azione di prevenzione e da un potenziamento delle attività ispettive regionali, ritenute ancora inadeguate rispetto all’estensione del fenomeno.
Per scardinare questo sistema di illegalità, il sindacato insiste sulla necessità di applicare integralmente le norme vigenti, a partire dalla Legge 199/2016 contro il caporalato, e spinge per l’adozione di riforme strutturali del mercato del lavoro agricolo. In questa direzione si muovono iniziative nate dalla sinergia territoriale, come il cartello sociale “Sicilia Sfrutta Zero”, promosso dalla Flai Cgil Sicilia insieme ad altre associazioni. L’obiettivo principale è l’attivazione concreta delle tutele previste per le vittime di sfruttamento che scelgono di denunciare, garantendo loro percorsi protetti di emersione, accoglienza e inserimento sociale al fine di azzerare la ricattabilità legata all’irregolarità del soggiorno. Parallelamente, il sindacato promuove progetti informativi sulla Rete del lavoro agricolo di qualità per incentivare le aziende sane a operare nella legalità. La battaglia della Cgil punta a trasformare i campi siciliani da luoghi di emarginazione e privazione dei diritti a spazi di lavoro dignitoso, ricordando che la tutela dei lavoratori più fragili è l’unico presupposto per garantire un futuro sostenibile all’intera filiera agroalimentare.
E’ importante rilevare come il monitoraggio avviato nel 2016 dal Laboratorio sullo sfruttamento lavorativo (centro di monitoraggio costituito da L’Altro Diritto, FLAI CGIL e Oss. Placido Rizzotto): fotografa una svolta nella lotta al caporalato in Italia dal 2024 in avanti, segnata da una maturazione degli strumenti investigativi e delle tutele per le vittime. La capacità della magistratura e delle forze dell’ordine di applicare in modo efficace il reato di sfruttamento lavorativo descritto dall’articolo 603-bis del codice penale ha portato infatti a un’emersione sempre più consistente del fenomeno. A certificarlo sono i numeri del VI Rapporto Adir e dell’Osservatorio Placido Rizzotto, che a dicembre 2024 avevano registrato un balzo dei casi intercettati a livello nazionale, saliti a quota 1.249 con un incremento di ben 415 fascicoli rispetto alla rilevazione precedente. Nel solo 2024 sono state infatti avviate ben 167 inchieste, un dato mai così alto che dimostra come l’azione di contrasto all’economia sommersa e illegale sia ormai entrata in una fase di massima operatività e capillarità sul territorio. Il trend emerso lungo tutto il 2025 e nei primi mesi del 2026 conferma e accentua le medesime dinamiche. A cambiare radicalmente nel biennio 2025-2026 è anche la strategia di contrasto sul piano patrimoniale. Sulla scorta dei successi ottenuti nei distretti industriali e logistici della Lombardia, la magistratura sta estendendo in modo sistematico l’applicazione del controllo e dell’amministrazione giudiziaria ex articolo 34 del Codice Antimafia per culpa in vigilando. Questa misura, che prevede il temporaneo spossessamento gestorio dell’azienda senza bloccarne la produttività, si sta imponendo come lo strumento riparatorio più efficace per recidere i legami con le aziende sfruttatrici, imponendo la riorganizzazione interna delle grandi aziende committenti e portando a un processo di regolarizzazioni e stabilizzazione di migliaia di lavoratori che altrimenti sarebbero rimasti invisibili.
Tuttavia, i numeri del sommerso restano impressionanti. Infatti, secondo i dati territoriali consolidati dall’Osservatorio Placido Rizzotto della Flai Cgil sono oltre 142 mila le lavoratrici e i lavoratori agricoli irregolari: il 42% di tutti quelli impegnati nelle campagne e nei terreni siciliani. Il dato peggiore a livello italiano, su cui sembra che non si riesca davvero a incidere, probabilmente poiché esiste un legame strutturale e profondissimo con il funzionamento della filiera agroalimentare, in particolare nei rapporti di forza tra i piccoli produttori e i giganti della Grande Distribuzione Organizzata (GDO). Il caporalato è, di fatto, l’ultimo anello di una catena del valore fortemente squilibrata. Al vertice della piramide si trovano i grandi marchi e le catene di supermercati (la GDO), che impongono ai fornitori logiche di prezzo estremamente aggressive per garantire prodotti a basso costo sugli scaffali e massimizzare i propri profitti. Le aziende agricole siciliane, spesso di dimensioni medio-piccole e frammentate, si trovano così in una posizione di totale subalternità contrattuale.
Finché l’azione di contrasto si concentrerà esclusivamente sulla repressione penale nei campi, senza scardinare l’opacità dei contratti di fornitura commerciale della grande distribuzione e senza garantire trasparenza nei prezzi lungo tutta la filiera (dal campo allo scaffale), il sistema del sommerso continuerà ad autoalimentarsi.
Giuseppe Emiliano Bonura



