Nell’ultimo sondaggio del Sole 24 Ore, la popolarità di Enrico Trantino precipita al 46 per cento: venti punti in meno rispetto al 66,1 per cento ottenuto alle elezioni del 2023. Non si tratta di una normale oscillazione, ma di un autentico crollo, tanto più significativo perché, nella stessa rilevazione, il sindaco di Palermo recupera consensi e quello di Messina compie un notevole balzo in avanti. La caduta, del resto, non comincia oggi. La luna di miele fra Trantino e la città è finita quasi subito. Già nel 2024, appena un anno dopo l’elezione, il sindaco era sceso al 57,5 per cento, perdendo quasi nove punti. Nel 2025 il gradimento era calato ancora, al 54; oggi è precipitato al 46. Anche la classifica nazionale che misura il gradimento dei primi cittadini descrive una discesa verticale: dal diciassettesimo al cinquantacinquesimo, fino all’ottantanovesimo posto.
Una risposta nervosa e imbarazzata
La risposta del sindaco, affidata a un’intervista a La Sicilia e a un lungo post su Facebook, è apparsa nervosa e imbarazzata. Trantino ha finito per rovesciare il significato di quel crollo, addossandone la responsabilità ai cittadini. Una parte dei catanesi, ha sostenuto, «non vorrebbe essere disturbata»; sarebbe ancora legata alla cultura dei favori e alle pratiche clientelari del passato e si ribellerebbe al rigore introdotto dalla sua amministrazione. Davanti a una perdita di popolarità che prosegue ininterrottamente da tre anni, il sindaco continua ad impartire lezioni alla città. Un atteggiamento che stride ancora di più con la debolezza della sua legittimazione popolare. Trantino fu eletto con il 66 per cento in una consultazione alla quale partecipò appena il 52,85 per cento degli elettori. Gli 85.700 voti raccolti da Trantino rappresentavano meno di un terzo degli aventi diritto, mentre le liste della coalizione ottennero complessivamente più voti del candidato. Trantino non trascinò la colazione alla vittoria ma fu da essa trascinato. Un sindaco che dunque nasce con un deficit di legittimazione popolare e dunque debole. Di questa fragilità avrebbe dovuto tener conto: doveva costruire un rapporto con la città fatto di ascolto e di umiltà. Ha finito con il fare tutto il contrario: si è messo a fare il predicatore del mal costume dei catanesi.
La predica al posto del governo
Alle grandi questioni della città Trantino oppone una campagna permanente contro borseggiatori, «zozzoni», parcheggiatori abusivi e morosi della Tari. Problemi reali, ma ben lontani dall’esaurire le condizioni drammatiche nelle quali vive una parte consistente della città.
Il Documento unico di programmazione 2027-2029, approvato dalla sua stessa giunta, descrive una Catania attraversata da una profonda crisi demografica, sociale ed economica: circa 297 mila residenti, 170 anziani ogni cento giovani, povertà minorile al 28,5 per cento, quattordicimila famiglie beneficiarie dell’Assegno di inclusione. I Neet sono il 41,2 per cento, l’occupazione giovanile è ferma al 16,7 e la dispersione scolastica supera il 25 per cento. Non sono dati elaborati dall’opposizione né una narrazione ostile costruita sui social. Sono le analisi assunte dalla stessa amministrazione come fondamento della propria programmazione. Eppure, a una città che perde abitanti e nella quale crescono le fragilità sociali viene indicato come principale motore di sviluppo il turismo, che nel 2025 ha superato 1,7 milioni di presenze. Una risorsa importante, ma non una risposta alla povertà minorile, alla crisi educativa, alla disoccupazione giovanile e all’espulsione dei residenti.
Dinanzi a questi nodi, Trantino non offre alla città un orizzonte e una possibilità di riscatto. E quanto meno riesce a governare i processi reali, tanto più alza la voce contro i comportamenti dei cittadini. La predica sostituisce il progetto, il rimprovero prende il posto della politica, la comunicazione viene invocata per nascondere l’assenza di una direzione.
Il Savonarola e il manuale Cencelli
Su queste pagine Trantino è stato definito un Savonarola. L’immagine funziona, purché la si completi: un Savonarola inflessibile con i comportamenti dei cittadini e assai meno severo con i costumi della propria maggioranza. Quando si passa alla giunta, alle deleghe, alle partecipate e al sottogoverno, il rigore lascia il posto al più tradizionale manuale Cencelli. Il moralizzatore dei catanesi si arresta sulla soglia della politica. In tre anni, nelle dieci caselle della giunta, si sono avvicendate diciassette esponenti dei vari partiti della coalizione: sei dei dieci assessori originari sono stati sostituiti, dentro una ricerca continua di nuovi equilibri fra i partiti e le correnti della maggioranza. Cambiano i nomi e le deleghe, ma rimane intatto il sistema delle quote. La stessa logica governa le aziende partecipate e il sottogoverno comunale. Fra la fine del 2024 e l’inizio del 2025 sono stati rinnovati i vertici di Multiservizi, Sidra, Catania Rete Gas, Asec Trade e Amts. Ai vertici delle società partecipate vengono collocate figure riconoscibili soprattutto per le relazioni politiche, le precedenti candidature e le appartenenze. Non è una storia nuova. Trantino non inaugura una fase nuova e non rompe con questa tradizione. Ne gestisce la continuità, con meno risorse rispetto al passato ma secondo la stessa grammatica del potere. Altro che discontinuità: mentre predica il cambiamento ai cittadini, amministra il più tradizionale sistema di compensazioni fra le forze che lo sostengono.
Un sindaco debole, una maggioranza forte
Alla notizia del crollo della popolarità del sindaco è seguito un silenzio assordante. Non si è aperto un confronto pubblico dentro Fratelli d’Italia e nessuna componente della maggioranza ha posto apertamente il problema di una perdita di consenso tanto rilevante. Probabilmente quel silenzio significa che il crollo personale di Trantino non ha inceppato il sistema politico che lo sostiene. Il consenso lo si costruisce a prescindere dalla popolarità del sindaco: i partiti e i partitini i consiglieri e le diverse componenti della coalizione conservano un forte radicamento territoriale, soprattutto nei quartieri popolari , dove intercettano bisogni concreti e, sia pure in maniera parziale e insufficiente, riescono a offrire risposte, mediazioni e rappresentanza.
Il fallimento del progetto di Fratelli d’Italia
Il problema si pone soprattutto per Fratelli d’Italia. Catania avrebbe dovuto essere il fiore all’occhiello di Giorgia Meloni: l’unica grande città guidata da un sindaco del partito della premier. Gi inciampi e le difficoltà del primo cittadino non sono un fatto secondario: comportano il fallimento del progetto politico e simbolico che Fratelli d’Italia aveva costruito intorno a Catania.
L’opposizione? Fuori dai giochi
Il crollo di Trantino potrebbe aprire uno spazio politico alle opposizioni? Forse. Ma perché la crisi del sindaco diventi una crisi del blocco sociale e politico del centrodestra occorrerebbe un’opposizione capace di raccogliere il malcontento, interpretare le paure della città e trasformarle in una proposta credibile di governo. È precisamente ciò che, fino a oggi, non è accaduto. Il caso del Piano regolatore portuale è esemplare. Nel momento in cui Grande Catania-Mpa, componente rilevante della maggioranza, disertava il voto denunciando le criticità del progetto, il Partito democratico si presentava diviso: Damien Bonaccorsi era nettamente contrario, mentre il capogruppo Maurizio Caserta votava a favore; favorevole si era dichiarato anche Matteo Bonaccorso, assente al momento della votazione. Il centrodestra mostrava una crepa; il Pd, anziché allargarla, si divideva a sua volta. E Caserta, già candidato sindaco del campo progressista, confermava il limite della propria leadership: dietro il garbo e la rassicurante rispettabilità del professore emergeva l’incapacità politica di riconoscere e utilizzare persino una contraddizione apertasi nel campo avversario. La debolezza dell’opposizione è politica prima ancora che numerica: manca una lettura condivisa delle grandi trasformazioni di Catania, manca una direzione riconoscibile, manca un’idea di città. Finché le opposizioni resteranno incapaci di occupare lo spazio aperto dalla crisi del sindaco, Trantino potrà continuare a crollare senza trascinare con sé il sistema politico che lo sostiene.



