Nella risposta alle critiche del magistrato Nicolò Marino, il sindaco Enrico Trantino presenta il nuovo supermercato di corso Italia come un destino ineluttabile. Il Comune, sostiene, non avrebbe potuto impedirne la costruzione per due ragioni: l’area non è sottoposta a vincolo della Soprintendenza e «non c’è ancora un piano commerciale che ne vieta la costruzione in quell’area». Insomma, per il sindaco il Comune aveva le mani legate: non poteva fare altro che concedere l’autorizzazione.
Non un atto dovuto, ma una scelta amministrativa
Ma in corso Italia sta sorgendo una media struttura di vendita di 1.079 metri quadrati, dei quali 979 riservati al settore alimentare, non un piccolo negozio. Peraltro, l’iter amministrativo che ha condotto all’autorizzazione è piuttosto articolato. Sull’area dell’ex Clinica Musumeci era inizialmente prevista una palazzina residenziale. Nel 2021 il Comune ha assentito una variante al permesso di costruire che ha trasformato il progetto da residenziale a commerciale; nel settembre 2022 il titolo è stato volturato a Eurospin Sicilia. Una successiva variante, che ha ridotto alcune delle opere previste — tra cui il secondo piano interrato — è stata esaminata nella conferenza di servizi del 2023 ed è confluita nell’ultimo permesso di costruire, rilasciato nel settembre 2025 dalla Direzione Sviluppo Attività produttive–SUAP del Comune di Catania, dopo l’acquisizione dei pareri favorevoli delle amministrazioni coinvolte, compreso quello paesaggistico della Soprintendenza. Non, dunque, un’autorizzazione inevitabile, ma l’esito di un lungo percorso amministrativo, scandito da varianti, valutazioni e pareri favorevoli. Una struttura commerciale di oltre mille metri quadrati è destinata a incidere significativamente sulla qualità della vita del quartiere: produce nuovi flussi di automobili e mezzi per il rifornimento, incide sugli accessi e sulla disponibilità dei parcheggi, modifica l’uso degli spazi circostanti. Tanto più quando viene inserita in una zona densamente edificata e già congestionata. La domanda da porre al sindaco e alla sua amministrazione è molto semplice: in base a quali analisi urbanistiche, ambientali e viabilistiche è stata giudicata sostenibile una struttura di oltre mille metri quadrati proprio in quel punto della città? Dire che il Comune non aveva altra possibilità di scelta è fuorviante. Anche in assenza di un vincolo della Soprintendenza e del Piano commerciale, l’amministrazione conservava i propri poteri urbanistici, ambientali e in materia di viabilità e li ha esercitati concludendo positivamente l’iter. Se oggi quella struttura sta sorgendo è perché il Comune l’ha giudicata compatibile: è l’esito di una precisa scelta amministrativa.
Un Comune tutt’altro che impotente
Le vicende di via Palazzotto e dell’Eurospin di Cibali mostrano, del resto, un Comune tutt’altro che passivo. In entrambi i casi un ruolo decisivo è stato svolto dalla controversa interpretazione della legenda e delle destinazioni del vecchio Piano regolatore. Senza anticipare le conclusioni della magistratura, il dato politico resta evidente: il Comune interpreta, sceglie e autorizza. Non è un osservatore estraneo alle trasformazioni della città. È quindi difficile accettare che, davanti al supermercato di corso Italia, la stessa amministrazione venga improvvisamente rappresentata come un soggetto privo di qualsiasi capacità di indirizzo. In questo modo il Comune viene ridotto a una sorta di sportello automatico: il privato presenta il progetto, gli uffici verificano che non esista alcun divieto esplicito e la macchina comunale restituisce l’autorizzazione. Ciascun intervento, preso singolarmente, può risultare formalmente ammissibile. Ma il succedersi di progetti sottratti a una valutazione complessiva produce disordine e invivibilità. Una città amministrata pratica per pratica finisce per implodere.
Il Piano commerciale: una necessità, non un alibi
La risposta di Trantino rende ancora più evidente l’assoluta necessità di dotare Catania di un Piano commerciale. Il Piano è indispensabile per uno sviluppo ordinato: deve collegare la rete distributiva al governo del territorio. Significa individuare le aree compatibili con le medie e grandi strutture, valutarne gli effetti cumulativi, disciplinare accessi e parcheggi, considerare la mobilità e la qualità dell’ambiente urbano, salvaguardare il commercio di prossimità come elemento essenziale della vita dei quartieri. A Catania il Piano commerciale è una storia mancata. Se ne discute almeno dal 1988. Si è arrivati persino alla nomina di un commissario regionale e alla predisposizione di una proposta rimasta senza esito. Si sono succeduti annunci, promesse e nuove dichiarazioni d’intenti. Eppure lo strumento non è mai stato portato all’approvazione. Nel 2018, all’inizio dell’amministrazione Pogliese, l’assessore alle Attività produttive Ludovico Balsamo definì il Piano commerciale una delle «grandi incompiute» della città e ne annunciò l’avvio. Da allora sono trascorsi quasi otto anni, sia pure con la parentesi commissariale. A Trantino non si possono imputare quarant’anni di inerzia. Gli si può però chiedere conto degli anni nei quali è stato al governo, prima come assessore all’Urbanistica e poi come sindaco. Ci si sarebbe aspettati, a questo punto, che assumesse un impegno preciso: dotare finalmente Catania, nel più breve tempo possibile, di un Piano commerciale capace di governarne lo sviluppo. Nell’intervista, invece, non ve n’è traccia. La mancanza dello strumento viene evocata soltanto per rappresentare l’impotenza dell’amministrazione. Occorre uno scatto, caro sindaco, per restituire piena capacità di indirizzo all’istituzione che rappresenta. Si determina altrimenti un circuito paradossale: prima la politica non predispone gli strumenti necessari a programmare; poi invoca la loro assenza per dichiararsi impotente davanti ai progetti dei privati. Gli atti, i pareri e le autorizzazioni amministrative che hanno condotto alla costruzione dell’ennesimo supermercato potranno essere tutti perfettamente legittimi. Ma la legittimità della singola pratica non esaurisce la responsabilità della politica. Governare una città significa chiedersi non soltanto se ciascun supermercato possa essere autorizzato, ma quale città venga prodotta dalla loro continua moltiplicazione. Catania non può continuare a essere disegnata, un supermercato dopo l’altro. Il Comune non può ridursi a uno sportello automatico privo di qualsiasi potere di indirizzo. L’adozione di un Piano commerciale degno di questo nome è ormai una priorità per il governo e lo sviluppo della città.



