Salve a tutti e ben ritrovati nella rubrica di Hashtag Sicilia “Così è (se vi pare)”.
Poiché siamo già ad agosto e chi ha avuto la possibilità è già andato in ferie, sono stato tentato di rinviare a settembre la puntata di questa sera, anche perché il caldo afoso non aiuta la riflessione né, tantomeno, l’azione.
Però alcune notizie, riportate in qualche trafiletto delle pagine interne – quasi nascoste – dei media mi hanno però indotto a rivedere i miei piani.
- Ecco la prima, fra queste notizie: i pensionati al minimo, per intenderci quelli che percepiscono 619,80 euro lordi al mese, per vivere sono costretti a mangiare tutti i giorni pane inzuppato nel latte, perché con la pensione che hanno non possono spendere più di duecento euro al mese e, con gli altri 419,80 euro, devono pagare l’affitto, le utenze (luce, acqua, ecc.) e, se hanno qualche malanno, le medicine. La cifra di 200 euro che ho indicato per nutrirsi non è casuale: viene infatti calcolata considerando che un chilo di pane costa circa 5 euro e un litro di latte 1 euro e 50 centesimi. La spesa giornaliera è quindi di 6,50 euro che, moltiplicati per 30 giorni, fanno appunto 195 euro.
- La seconda: gli stipendi reali in Italia continuano a diminuire, registrando un ulteriore calo dello 0,9%, mentre nel resto d’Europa recuperano potere d’acquisto.
- La terza notizia: l’Italia è ultima per tasso di crescita, che si aggira infatti intorno allo 0,6%, mentre Germania, Austria e Belgio crescono dello 0,9%, la Francia dell’1,1%, la Spagna dell’1,9% e Malta (un piccolo Stato, privo di risorse naturali, costretto a importare quasi tutto) del 3,6%.
- La quarta: un giovane di 19 anni muore mentre raccoglie pomodori, una tragedia che proietta ancora una volta in primo piano la questione del caporalato e dello sfruttamento.
- La quinta: nel mese di giugno i prezzi agricoli sono diminuiti del 9%, mentre i costi di gestione delle aziende agricole sono cresciuti del 4,5%.
- La sesta: si prevede che, entro i primi mesi del 2027, i prezzi di gasolio e benzina arriveranno a 3 euro al litro e il governo pensa di cavarsela riducendo per qualche settimana le accise di 17 centesimi.
- Ultima notizia: l’Italia continua a perdere popolazione per effetto del calo delle nascite e a evitare un vero declino demografico è ormai soltanto l’immigrazione. A sostenerlo è l’ultimo rapporto ISTAT sulle migrazioni interne e internazionali. La popolazione residente resta sostanzialmente stabile, a 58,9 milioni di persone, con 636 residenti in meno rispetto all’anno precedente.
Da queste notizie emerge un quadro a dir poco allarmante, sul quale il governo e le forze politiche di opposizione non possono chiudere gli occhi. Il primo non può cavarsela sostenendo che in Italia l’occupazione sia in ascesa e stia crescendo anche al Sud; l’opposizione, dal canto suo, non può limitarsi a dire peste e corna delle iniziative dell’esecutivo guidato dall’onorevole Meloni.
Dico questo perché penso che una situazione come quella descritta, che per essere avviata a soluzione richiede risorse finanziarie ingenti, obblighi tutti a riconsiderare tante scelte, a partire da quella connessa al riarmo e alla politica della sicurezza.
In questa direzione, prima di assumere decisioni, sarebbe utile partire dai dati, i quali ci dicono che nel 2025 i Paesi del fronte occidentale hanno raggiunto complessivamente una spesa militare pari a 667 miliardi di dollari a prezzi costanti, mentre la Russia ha speso 158 miliardi.
A questo occorre aggiungere che, dal 2022 al 2025, i Paesi dell’Occidente hanno fatto registrare un incremento della spesa in armi superiore a quello della Russia.
A guardare questi dati, nudi e crudi, non pare che ci sia un’emergenza militare. È vero, ed è inutile negarlo: l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha modificato la percezione della sicurezza in Europa, ma gli ingenti finanziamenti destinati al riarmo e alla sicurezza ci dicono che questa spiegazione, da sola, non regge.
Pertanto mi chiedo: il riarmo dell’Europa risponde solamente ad una politica di deterrenza nei confronti della Russia o c’è dell’altro?
Senza girarci attorno, penso che risponda, più che ad una deterrenza nei confronti della Russia, ad una ridefinizione delle gerarchie e dei rapporti di forza all’interno degli stessi Paesi del fronte occidentale.
Dico questo perché, avendo studiato un po’ di storia, so che gli assetti militari non sono mai stati soltanto mezzi di difesa, ma anche strumenti di influenza politica e di affermazione e/o costruzione delle leadership.
Ne consegue che la questione non riguarda soltanto la sicurezza, ma soprattutto il modello di sviluppo che l’Europa sta scegliendo, nonché chi si candida a guidare questo modello. Dico questo pensando al fatto che, per anni, l’Unione europea ci ha fatto “la testa come un pallone”, indicando nella ricerca, nell’innovazione, nella transizione ecologica e nella coesione sociale i pilastri della propria competitività.
Oggi, invece, questa stessa Unione europea destina ingenti risorse pubbliche al riarmo e alla difesa, pur sapendo che ogni euro destinato agli armamenti è un euro sottratto ad altre priorità, come la sanità, l’istruzione, la ricerca, le infrastrutture e il welfare.
È una linea che – come ci ricordano anche tanti studiosi e analisti, tra i quali di recente Mario Noera e Roberto Antonio Romano (con un loro contributo pubblicato sul Domani) – non costruisce alcun consenso sociale attorno al progetto europeo e che si alimenta soltanto di paure e di nemici, reali o immaginari. Essere davvero europeisti, oggi, non significa chiedersi se sia il caso o meno di riarmarsi, ma operare perché questo nostro continente costruisca la propria sicurezza attraverso la cooperazione, l’innovazione e lo sviluppo, evitando che il linguaggio delle armi finisca per diventare l’unica stella polare della politica economica.
Infine, con riferimento all’Ucraina, fermo restando la condanna dell’azione criminale di Putin, considerato che nessuno dei due contendenti può vincere la guerra, mi chiedo se non sia il caso di valutare attentamente, prima di inviare altre armi e soldi a Kiev, i pro e i contro connessi a tale scelta. Scegliendo, senza altri indugi, la strada della diplomazia, la sola che può scrivere la parola fine a questo massacro.
Pertanto, se si vogliono dare risposte a chi vive del proprio lavoro, a chi soffre per una pensione da fame, ai lavoratori autonomi e ai tanti giovani che ancora oggi sono costretti a lasciare la loro terra, occorre riconsiderare la decisione di riarmarsi e scegliere, invece, di investire nelle priorità che ho prima indicato. Solo così l’Europa può essere percepita come un continente proiettato verso lo sviluppo e la pace.



