Poiché l’artigianato rappresenta un patrimonio economico, sociale e culturale per il Paese, il continuo calo delle imprese artigiane (iscritte negli albi delle Camere di commercio e nella gestione speciale INPS) e delle imprese attive è un campanello d’allarme che impone a tutti – governo, confederazioni artigiane, forze politiche, sindacati, Regioni e istituzioni locali – una riflessione seria e rigorosa.
Una riflessione che deve necessariamente partire dalle difficoltà che attraversano le attività produttive, in particolare quelle di minori dimensioni, alle prese con l’aumento dei costi, le difficoltà di accesso al credito, la pressione fiscale e la carenza di ricambio generazionale.
Un tema che non riguarda solo la tenuta economica delle imprese artigiane, ma anche la tutela delle competenze manuali e intellettuali e la professionalità che caratterizzano il tessuto produttivo di tantissime aree del Paese.
Le imprese artigiane che, oltre a rappresentare al Nord, al Centro e al Sud della Penisola un presidio fondamentale per l’occupazione, l’identità dei territori e lo sviluppo locale, sono anche un fattore di coesione sociale, oggi sono chiamate a sfide economiche e competitive sempre più complesse.
Ecco perché il campanello d’allarme rappresentato dalla progressiva riduzione del numero delle imprese artigiane non deve essere assolutamente sottovalutato, anche perché – facendo la media tra i dati camerali e quelli dell’INPS – in 10 anni il comparto ha lasciato per strada oltre un quinto dei propri iscritti.
Un fenomeno, quello del continuo calo delle imprese artigiane, che riguarda tutto il territorio nazionale e in particolare il Nord-Est e il Centro Italia, vale a dire le aree maggiormente vocate.
Infatti, se facciamo riferimento ai dati degli iscritti alla gestione speciale INPS si rileva che tra il 2015 e il 2025 le imprese artigiane sono passati da 1.731.573 a 1.297.710 unità, quindi -433.863 (-25,1%).
Attingendo, invece, ai dati di Infocamere (Camere di Commercio) si rileva anche una riduzione nel numero delle imprese artigiane che passano nel decennio preso in esame da 1.349.797 a 1.225.817, con un calo di 123.980 aziende.
La differenza numerica tra le imprese artigiane iscritte nel Registro delle imprese Albo Artigiano delle Camere di Commercio e quelle censite nella gestione speciale INPS è legata alla diversa natura giuridica dei due archivi: uno è un registro anagrafico ed economico di legalità, l’altro è una base previdenziale basato sull’effettivo lavoro personale. In parole più semplici, per le Camere di Commercio, l’impresa artigiana viene iscritta in base ai requisiti strutturali e di produzione definiti dalla Legge Quadro nazionale n. 443/1995, mentre l’iscrizione alla gestione speciale INPS scatta se il titolare o i soci partecipano, abitualmente e prevalentemente al lavoro aziendale. Incrociando i dati dei due archivi si nota che la perdita del numero delle imprese artigiane non è uniforme su tutto il territorio nazionale: le perdite più marcate si registrano nelle regioni e nelle province a maggiore vocazione artigiana.
Ma vediamo in dettaglio la situazione riferita ai dati INPS, a mio giudizio più rappresentativi perché oltre ai titolari delle aziende includono i soci e i collaboratori familiari.
Differenze tra i dati del 2025 e quelli del 2015 in valori assoluti e in percentuali per singole Regioni:

Il Sud nel suo complesso nel periodo di riferimento ha fatto registrare una contrazione pari a -78.716 unità, mentre le imprese iscritte nel 2025 sono 311.594.
Con riferimento alla Sicilia la situazione riguardo la differenza tra gli iscritti del 2025 e quelli del 2015 è la seguente:

Ne consegue che in Sicilia una sola provincia (PA) tra il 2019 e il 2025 ha fatto registrare un incremento nel numero degli iscritti (+472), mentre tutte le altre risultano in sofferenza e tra quelle dov’è si rilevano perdite più marcate troviamo Siracusa, seguita da Ragusa e Enna, mentre la provincia che perde di meno è Messina (-3,8%).
Ho tralasciato volutamente i dati riferiti al confronto tra il II trimestre 2026 e il II trimestre 2025, su cui si è scritto tanto in questi giorni, non solo perché prendere a riferimento un solo biennio rischia di non fare capire il terremoto che ha investito il comparto artigiano, ma anche perché riguardo alla Sicilia è vero che tra la nati mortalità delle imprese artigiane si registra un saldo attivo pari a 211 aziende, ma è anche vero che il tasso di crescita si è dimezzato, passando da 0,61% nel 2025 a 0,30% nel 2026. Viceversa, il tasso di crescita nazionale è passato nel II trimestre 2025 al II trimestre 2026 da 0,37% a 0,43%.
Le cause di questa vera e propria debacle che ha interessato il comparto artigiano sono:
- La perdita del requisito artigiano da parte di quelle imprese che hanno avuto più intraprendenza e più visione e sono cresciute, superando i limiti dimensionali imposti dalla legge quadro del 1985;
- I processi di aggregazione e acquisizione conseguenti alle crisi che hanno investito l’Italia nel 2008-2009, nel 2012-2013 e nel 2020-2021 e che hanno interessato soprattutto i settori del trasporto merci, del metalmeccanico, degli installatori d’impianti e della moda;
- I costi fissi sempre più alti e specificamente gli affitti, le utenze, le tasse, i contributi;
- Il calo demografico che fa venir meno il numero dei clienti;
- La concorrenza della grande distribuzione e dell’e-commerce.
Riguardo le attività che registrano ottime performance abbiamo gli acconciatori, le estetiste, le pizzerie da asporto e gli informatici e, in particolare i sistemisti, gli addetti al web, gli operatori di marketing, i video maker e gli esperti in social media.
Il settore, invece, che fa registrare maggiore sofferenza è quello delle riparazioni e delle manutenzioni.
Che fare dunque di fronte a questi problemi per invertire la rotta e per mettere le ali a un comparto che, oltre a dimostrare maggiore resilienza davanti a tutte le crisi economiche che hanno investito il Paese e che ancora oggi, nonostante tutto continua a rappresentare una potente leva di sviluppo?
Anche se non spetta a noi formulare proposte esaustive su questo fronte qualche parola, al riguardo, vogliamo dirla, basandoci sulle segnalazioni che ci fanno tanti lettori.
Vogliamo dire la nostra anche alla luce dei rischi connessi alla intelligenza artificiale che può determinare un’ulteriore selezione nel comparto artigiano; ciò perché alcuni settori potranno giovarsi dalla sua applicazione in quanto potranno avere più idee per realizzare un prodotto o ridurre i tempi per preparare un preventivo o promuovere le proprie produzioni sui social altri, invece, potranno scomparire o essere ulteriormente ridimensionati per il semplice fatto che la gente farà sempre più fatica a riconoscere un oggetto fatto a mano da uno realizzato da una macchina.
Che fare dunque?
Innanzitutto occorre accelerare sulla proposta di riforma della legge quadro, già inserita come delega al governo nella legge annuale sulle PMI, per innalzare la soglia dimensionale degli addetti, dare la possibilità alle imprese di commercializzare direttamente i propri prodotti e aprire la partecipazione nelle società artigiane anche ai soci di solo capitale;
Poi, visto che da oltre cinquant’anni il lavoro manuale ha subito una sorta di svalutazione culturale e continua ad essere considerato un settore marginale destinato – secondo alcuni – all’estinzione, occorre investire sull’orientamento scolastico e sull’alternanza scuola-lavoro. In parole più semplici occorre investire nella formazione e nella cultura; occorre inoltre aprire i rubinetti del credito alle imprese artigiane e alle piccole attività economiche, con i fatti però e non con le parole, perché nessuno può crescere attingendo solo alle risorse familiari (ammesso che ci siano);
Infine è assolutamente indispensabile pensare a un provvedimento che permetta alle attività di servizio di continuare ad operare nei paesi dell’entroterra che continuano a spopolarsi, non solo perché mancano lavoro e servizi essenziali, ma anche perché nei borghi di montagna e e nelle zone collinari ci sono sempre meno elettricisti e idraulici per le manutenzioni, ma anche meno addetti ai servizi alla persona.
Ritengo che occorra accelerare nell’approvazione di provvedimenti del tipo di quelli suggeriti anche perché occorre evitare che altre botteghe siano costrette ad abbassare definitivamente la saracinesca.
Anche perché quando scompare una bottega, un artigiano, non si perde solo una attività economica e degli occupati, si spegne pure un presidio di socialità, di competenze manuali e intellettuali e di identità.
In poche parole cambia il volto delle strade, dei quartieri e si impoverisce nel contempo la vita delle persone che li abitano.
Sulle iniziative a sostegno di questo comparto, con riferimento alla Sicilia, si registrano positivamente alcuni provvedimenti regionali varati dalla Regione Siciliana su impulso del governo Schifani e, specificatamente, dell’assessore regionale alle Attività produttive, come “Più Artigianato” e le risorse destinate ad affrontare alcune criticità delle zone artigianali e delle aree di insediamento produttivo.
Non è molto, ma comunque è un buon inizio.



