Dopo quasi sessant’anni Biagio Bisignani ha finalmente scoperto che cosa dice davvero il Piano regolatore di Catania. E, soprattutto, ha deciso di spiegarlo a tutti gli altri.
Con una determina del 28 agosto il direttore dell’Urbanistica stabilisce quali elaborati del vecchio PRG debbano avere valore e quale significato debba essere attribuito ad alcune delle carte che accompagnarono l’approvazione del Piano nel 1969. In sintesi: rende la propria interpretazione vincolante per gli uffici che dirige. Con effetti decisivi su ciò che in città si può costruire e ciò che può essere vietato.
Se le vecchie destinazioni, i vincoli, le indicazioni del Piano vengono depotenziati, si allarga enormemente il campo di ciò che diventa possibile e si restringe quello di ciò che può essere impedito. È la stessa direzione che abbiamo visto in questi anni: verticalizzazioni, aumento delle volumetrie, demolizioni e ricostruzioni, trasformazioni sempre più intensive della città costruita.
Con questa determina Bisignani compie però un passo ulteriore. Si libera degli ultimi impacci. Vecchie tavole, vecchie destinazioni, vecchie scartoffie che continuavano ostinatamente a porre qualche limite alla «debordante vitalità del reale» vengono ricondotte al loro posto. Decide lui che cosa vale, che cosa significa e che cosa gli uffici dovranno applicare.
Forse non tutti se ne sono accorti, ma all’Urbanistica di Catania non c’è più soltanto un dirigente. C’è una sorta di nuovo Marchese del Grillo: “io so’ io e voi non siete…”.
Ma il Comune non è casa sua. E il Piano regolatore non è nella sua disponibilità. Palazzo degli Elefanti non è neppure la presidenza del Lions, dove ciascuno può esercitare liberamente il proprio prestigio, la propria autorevolezza e, se vuole, anche la propria inesauribile scienza.
Qui siamo dentro un’istituzione pubblica. E le istituzioni servono anche a porre regole, competenze e limiti a chi esercita il potere.
È difficile non scorgere in questa determina un senso di onnipotenza amministrativa che fa a pugni con qualsiasi cultura delle istituzioni. Perché quel potere Bisignani non ce l’ha.
Non spetta a un dirigente riscrivere, sessant’anni dopo, i confini effettivi del Piano regolatore della città. E non basta rendere una propria interpretazione vincolante per gli uffici perché quella interpretazione diventi la verità urbanistica di Catania.
Ma per sessant’anni nessuno se n’era accorto?
Prima di Bisignani l’Urbanistica di Catania ha avuto altri dirigenti. E almeno uno di loro racconta una storia molto diversa.
Gabriella Sardella ha diretto l’Urbanistica dal 2009 al 2016 e nel 2015 fu proprio lei a negare il permesso di costruire per il supermercato di via Palazzotto. Intervistata da FreePressOnline, è stata netta: «Si sta volendo sollevare un polverone rispetto a un dubbio interpretativo che, per quanto mi riguarda, non esiste».
Liquida anche la questione delle copie delle tavole realizzate nel 1977, oggi escluse da Bisignani: «Nessuno di noi lavorava su quella copia per fare certificazioni o rilasciare titoli edilizi».
Gli uffici, spiega Sardella, lavoravano invece «su una copia conforme all’originale delle tavole allegate al decreto del 1969». E aggiunge: «Io lavorai sugli originali. Questo risulta dagli atti».
Dunque niente copie del 1977 scambiate per il Piano regolatore. Quando nel 2015 l’Urbanistica disse no al supermercato di via Palazzotto, lo fece, secondo la dirigente che firmò quel diniego, sulla base degli originali del PRG.
Ma Sardella dice soprattutto una cosa che va al cuore del problema: «Non vedo chi oggi possa dire, dopo sessant’anni, che quelle tavole non sono prescrittive. E soprattutto non penso che spetti a un dirigente stabilirlo». Appunto.
La lenta illuminazione
La nuova verità sul Piano regolatore non è apparsa tutta insieme. È maturata lentamente.
Nel 2020 la Direzione Urbanistica pubblica gli elaborati del PRG senza che emerga questa nuova lettura. Nel 2023, davanti al caso di via Palazzotto, il problema sembra essere un altro: la legenda che consente di decifrare alcuni simboli del Piano non si trova. Nel 2024 la legenda viene ritrovata. Ma il problema cambia: esiste, sì, però non sarebbe cogente.
Infine, nel 2026, arriva la piena illuminazione. Bisignani stabilisce con una determina quali elaborati abbiano valore progettuale e quali no, e rende la propria interpretazione vincolante per gli uffici. Sei anni di lenta maturazione della scienza e della coscienza urbanistica. Alla fine il dubbio scompare, le vecchie carte trovano finalmente il loro posto e il PRG di Catania acquista un interprete definitivo.
Il problema è che quell’interprete è lo stesso dirigente che deve applicarlo.
Curiosamente, proprio adesso
E la piena illuminazione arriva in un momento davvero singolare. Poche settimane fa il cantiere di via Palazzotto è stato sequestrato. Sulla vicenda è intervenuta la Regione. E a chiedere con insistenza che quella documentazione fosse finalmente guardata fino in fondo è stato il consigliere comunale del Movimento 5 Stelle Graziano Bonaccorsi, che da tempo segue il caso e ha posto una domanda semplice: perché questa precisazione sul PRG arriva proprio adesso?
Nello stesso arco di tempo, Bisignani è imputato per falso nel processo relativo alle autorizzazioni dell’Eurospin di via Sabato Martelli Castaldi, procedimento ormai vicino alla prescrizione; nel caso Palazzotto non risulta invece indagato, ma gli atti urbanistici sono passati dalla Direzione che egli guida.
Non stiamo sostenendo che la determina sia stata adottata per intervenire su questi procedimenti. Ma la coincidenza istituzionale è enorme. Proprio mentre le vecchie carte del PRG tornano ad avere conseguenze concrete, il direttore dell’Urbanistica decide di stabilire una volta per tutte come debbano essere lette.
Le interpretazioni creative di Bisignani
Del resto, con i testi Bisignani ha già mostrato una certa libertà interpretativa. Nel caso di via Palazzotto la sentenza del CGA è stata riletta fino a rovesciarne il significato pratico: da conferma della correttezza del diniego a sostegno del successivo titolo edificatorio. Una forzatura interpretativa che ha giustamente suscitato polemiche.
E poi c’è Giuseppe Giarrizzo. Bisignani è riuscito ad arruolare lo storico catanese nella propria polemica contro i “misoneisti”, come se Giarrizzo avesse indicato nei nemici del nuovo il male di Catania. Peccato che Giarrizzo parlasse invece di una città nella quale si era tentato di «edificare senza progetto la modernizzazione».
Fin quando l’interpretazione creativa serve a costruire una polemica, per quanto infondata, si può anche sorridere. Quando serve a stabilire che cosa vale e che cosa non vale nel Piano regolatore di una città, non c’è più nulla da sorridere.
Bisignani dirige l’Urbanistica da molti anni, attraversando amministrazioni politiche diverse. La sua competenza viene spesso indicata come ragione della sua permanenza. Ma proprio questa vicenda mostra perché la competenza non possa trasformarsi in insostituibilità.
Quando lo stesso vertice amministrativo applica per anni il vecchio Piano, partecipa alla costruzione del nuovo PUG, ricostruisce il significato del precedente e infine rende la propria interpretazione vincolante per tutti gli uffici, non siamo più davanti a un normale problema di organizzazione amministrativa.
Siamo davanti a una concentrazione straordinaria di memoria, conoscenza e potere. Un potere cresciuto negli anni fino a fare di Bisignani qualcosa di più di un assessore aggiunto o di un vicesindaco: una delle voci più riconoscibili dell’amministrazione, quasi il suo maître à penser in materia di città e trasformazioni urbane.
Ed è proprio qui il punto. La tecnica non è mai separata dal potere. Ma quando il potere tecnico-amministrativo diventa così esteso, così visibile e così carico di una propria idea della città, non può continuare a nascondersi dietro le apparenze della semplice funzione tecnica. È tempo che venga allo scoperto.
Un dirigente non può diventare il sovrano dell’Urbanistica cittadina: interprete del vecchio Piano, vertice di chi lo applica e protagonista della costruzione di quello nuovo.
Forse, a questo punto, l’agone politico gli sarebbe persino più congeniale. Perché Bisignani è ormai da tempo ben altro che un tecnico. Ha costruito una propria rappresentazione della modernità urbana: la “città dei nodi”, contrapposta a quella di chi continuerebbe a ragionare con gli strumenti esausti della vecchia pianificazione; una sua personale agorà, dalla quale distribuisce giudizi e relega tra i “misoneisti” quanti ne contestano la visione; celebra la «debordante vitalità del reale» come forza che inevitabilmente eccede le pretese regolatrici del piano.
Siamo davanti a una vera e propria idea politica della città, della quale Bisignani è diventato uno dei più coerenti interpreti: il primato dell’interesse privato sulla capacità pubblica di regolarne le trasformazioni.
La determina sul PRG rappresenta dunque l’ultimo atto di una precisa concezione dell’urbanistica e della città. Adesso serve semplicemente aria nuova all’Urbanistica di Catania. E il primo atto dovrebbe essere la cancellazione della determina del 28 agosto, restituendo una questione di questa portata alle sedi istituzionali che le competono.
Qualche giorno fa il consigliere comunale Gelsomino ha posto con forza il tema delle rotazioni dei dirigenti. È una questione che riguarda direttamente anche l’Urbanistica. E forse il Consiglio comunale dovrebbe ricordarsi di essere qualcosa di più di uno spettatore: un organo eletto, chiamato a difendere le proprie prerogative quando un potere amministrativo deborda.
Serve aria nuova. E, per cominciare, quella determina deve sparire.



