Aree interne: che fare?

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Da qualche tempo si parla e si scrive sempre più spesso di piccoli comuni, ormai disabitati o a rischio spopolamento, nei quali tante abitazioni vengono messe in vendita al prezzo simbolico di un euro.

Ciò accade di frequente perché esistono numerose realtà – soprattutto quelle più difficili da raggiungere o isolate dal punto di vista infrastrutturale – che cercano di contrastare il calo della propria popolazione e che quindi, a tale scopo, offrono incentivi economici.

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Esistono anche provvedimenti nazionali finalizzati ad affrontare e risolvere questo problema, come la Strategia Nazionale per le Aree Interne e il Piano Borghi finanziato con i soldi del PNRR; tuttavia a dare concreta attuazione a queste misure sono spesso le Regioni e i Comuni. Regioni e Comuni che a loro volta, quando le finanze locali lo permettono, utilizzano anche risorse proprie.

L’attenzione riservata alle Aree interne nell’ambito delle politiche pubbliche si deve alla introduzione della Strategia nazionale per le aree interne (SNAI), avviata dal professore Fabrizio Barca nel 2012-2013, quando fu chiamato dal Presidente Monti a ricoprire l’incarico di ministro per la Coesione territoriale.

A lui e alla sua “creatura” va riconosciuto un merito: quello di aver ricondotto a una visione unitaria un problema che, fino ad allora, non era mai stato affrontato nella sua complessità, sottraendo il dramma del progressivo abbandono di una parte considerevole del territorio nazionale alla frammentazione delle singole questioni campanilistiche.

Aver fatto assurgere le Aree interne al rango di questione nazionale e aver riconosciuto alcuni servizi essenziali, come la scuola, la sanità e la mobilità delle persone e delle merci, quali precondizioni dello sviluppo economico e, aver attribuito un rilievo centrale all’individuazione dal basso delle esigenze del territorio, secondo una prospettiva partecipativa che prevede il coinvolgimento delle comunità locali nell’espressione dei bisogni e nella ricerca delle soluzioni, è stato un approccio rivoluzionario.

Che si debba affrontare il problema delle zone interne con questa filosofia, mobilitando anche risorse considerevoli è dettato:

a) dal fatto che il Paese ha bisogno di svilupparsi in maniera omogenea, favorendo un’equilibrata distribuzione della popolazione sull’intero territorio nazionale, in coerenza con i principi costituzionali di libertà – intesa anche come possibilità di scegliere dove vivere – e di uguaglianza, non soltanto tra le persone, ma anche tra i territori come prevedono gli articoli 2 e 3 della Costituzione;

b) dall’esigenza di non indebolire il presidio del territorio messo a dura prova dai fenomeni di dissesto idrogeologico quali alluvioni, frane, smottamenti e allagamenti destinati ad aumentare anche in conseguenza del cambiamento climatico;

c) dalla situazione dei boschi: a preoccupare a questo proposito non è la superficie boschiva in crescita, ma la mancanza di una gestione attiva. Ne derivano tratti inaccessibili e non curati, che non producono reddito né garantiscono sicurezza, anche perché spesso diventano preda di piromani, responsabili ogni anno della distruzione di migliaia di ettari.

Le Aree interne, inoltre, rappresentano una vera e propria cassaforte, nella quale è custodito un preziosissimo capitale culturale e produttivo. Basti pensare che nei piccoli comuni si concentra il 92% delle Denominazioni di origine protetta (DOP) e delle Indicazioni geografiche protette (IGP) italiane, oltre al 70% dei grandi vini.

Proprio per invertire la tendenza al declino delle Aree interne Regioni e comuni, anche grazie alle agevolazioni messe a disposizione dallo Stato e dall’Unione europea, hanno promosso la nascita di aggregazioni territoriali e introdotto incentivi destinati a chi sceglie di acquistare un’abitazione o di avviare un’attività imprenditoriale.

Un fiorire di iniziative che prevedono la gestione in comune di alcuni servizi, la vendita di abitazioni al prezzo simbolico di un euro, progetti di integrazione di nuovi residenti (in particolari migranti), corposi bonus bebè, ecc.

Iniziative e progetti di cui è impossibile fare l’elenco, ma che comunque hanno adottato diverse strategie. In particolare:

  • alcuni hanno puntato sullo Smart working e sulla connettività digitale nel tentativo di attrarre nomadi digitali e lavoratori da remoto. Particolarmente interessanti, a questo proposito, sono le iniziative avviate nel Grossetano e l’azione del comune di Castelbuono in Sicilia, che da anni investe nel coworking pubblico comunale;
  • altri hanno scelto di associarsi per gestire congiuntamente alcuni servizi e realizzare progetti condivisi. Rilevante, in questo ambito, è l’iniziativa promossa da diversi Comuni dell’Ennese e del Messinese, con il comune di Troina nel ruolo di capofila.
  • altri progetti hanno trasformato qualche immobile pubblico in una sorta di incubatore di impresa, in laboratori di architettura, design e cucina comunitaria.
  • non mancano infine i comuni che propongono l’azzeramento dell’IMU e/o il rimborso parziale o totale dell’IRPEF.

Pertanto, se consideriamo che nei 3.834 Comuni delle Aree interne vivono 13,3 milioni di persone (a fronte dei 45,6 milioni residenti nei centri urbani), e che dal dopoguerra questi territori hanno perso 1,4 milioni di abitanti, mentre le città ne hanno guadagnati 12,8 milioni, appare evidente come il tema non possa essere assolutamente ignorato.

Tanto più che il trend, purtroppo, non accenna a invertirsi, anzi la realtà ci dice che , anno dopo anno, l’Italia diventa meno popolosa e più anziana, con famiglie sempre più piccole, una quota minoritaria di coppie con figli e molte persone che vivono sole. In questo quadro – delineato dalle previsioni ISTAT sulla popolazione residente e sulla forza lavoro, elaborate su base 2025 – la questione più difficile da rappresentare riguarda proprio il destino delle Aree interne e dei territori più lontani dai grandi centri.

E se proiettiamo questo ragionamento al 2050, è facile immaginare come sarà il nostro Paese: avrà circa 4 milioni di abitanti in meno rispetto ai 58,9 milioni di oggi e una popolazione molto più anziana, con il 35% sopra i 65 anni e il 7% sopra gli 85. Soltanto il 55,3% della popolazione sarà in età da lavoro, aumenteranno le persone di origine straniera e le coppie senza figli.

Le cifre ci dicono anche altre due cose:

  • La prima: oggi nei centri italiani vivono 45,6 milioni di persone. Nel 2050 si prevede che scenderanno a 43,2 milioni: 2,4 milioni residenti in meno, con un calo del 5,1%.
  • La seconda: nelle Aree interne, invece, si passerà dagli attuali 13,3 milioni di residenti a 11,8 milioni: 1,5 milioni in meno, con un calo superiore all’11%.

La popolazione, per dirla in parole povere, tenderà a diminuire lontano dai centri urbani maggiori, per concentrarsi in queste località, anche se con differenze notevoli in base ai territori.

Ecco perché occorre ragionare ora e subito almeno su cinque questioni che sono : le divergenze sulle politiche attuali e le esigenze reali dei territori; le politiche rinunciatarie e la classificazione del “ declino irreversibile “; la carenza dei servizi essenziali; la frammentazione e l’approccio dall’alto (top down); gli ostacoli burocratici e logistici.

E nel contempo avanzare proposte precise in grado di modificare la realtà delle cose da subito.

Con riferimento alle divergenze delle politiche attuali e le esigenze reali dei territori penso che tutt’ora le aree interne abbiano sofferto di un sotto finanziamento e di risorse insufficienti, questo perché politiche e strategie come quelle della SNAI e del nuovo Piano strategico nazionale delle Aree interne (PSNAI) soffrono di una forte carenza di risorse adeguati.

Ad esempio dei finanziamenti previsti per la prima fase della SNAI non è stata investita una parte (706 milioni su 1,2 miliardi di euro) e i successivi stanziamenti della seconda fase (PSNAI) (310 milioni di euro) risultano assolutamente marginali rispetto alla portata del problema. Riguardo alle Politiche rinunciatarie e alla classificazione del “declino irreversibile“ vorrei dire, che questa impostazione programmatica che classifica alcuni territori (specialmente al Sud e nelle Isole) come aree da accompagnare verso un “ declino irreversibile“, riduce e disincentiva gli investimenti pubblici.

Con un effetto moltiplicatore delle cause dell’abbandono, togliendo prospettive alle comunità locali e spingendo la popolazione ad emigrare. Relativamente alla carenza dei servizi essenziali penso che quando le politiche pubbliche non garantiscono la presenza di standard di scuole, presidi sanitari, trasporti adeguati e connessioni digitali, le differenze geografiche si trasformano in vere disuguaglianze nell’esercizio dei diritti di cittadinanza. La difficoltà di accedere alle cure, all’istruzione e al lavoro spinge inevitabilmente le persone, specialmente le giovani famiglie e i laureati a trasferirsi nei grandi centri urbani o all’estero.

Per quando riguarda la frammentazione di alcuni provvedimenti e l’approccio dall’alto osservo: molte misure e incentivi adottati sono temporanei, spezzettati o calati dall’alto, concepiti senza coinvolgere gli abitanti, le associazioni e la cittadinanza attiva locali.

L’assenza di una regia unitaria e di misure strutturali personalizzate sulle specifiche economie locali (come l’agricoltura multinazionale, l’artigianato e la gestione attiva dei boschi) rende questi interventi poco efficaci nel lungo periodo. Infine, riguardo agli ostacoli burocratici e logistici ritengo, sulla base delle esperienze, che i fondi e le opportunità esistenti (come i finanziamenti per le comunità energetiche o per il Turismo delle Radici) non riescono a tradursi in benefici concreti a causa di un impianto legislativo e burocratico farraginoso e di una certa tendenza a fare demagogia e o favorire gli amici.

Proprio partendo dai pochi risultati conseguiti sinora sul versante dell’arresto dello spopolamento, ritengo che la realtà odierna possa invertirsi e dare una prospettiva a chi vuole restare nella propria terra a patto che si adottino nuove misure e che si investa molto di più di quanto investito sino ad oggi.

Nello specifico penso che occorre muoversi verso:

  • L’introduzione di una tassazione ridotta o azzerata per chi sceglie di risiedere nelle aree interne prive di servizi essenziali. Inoltre di dimezzare o azzerare le tasse ad artigiani e commercianti, in considerazione del bacino di utenza ridotto e della loro funzione sociale.
  • La realizzazione rapida, anche tramite l’adozione di procedure d’urgenza, di presidi sanitari, scuole, centri sociali e infrastrutture stradali adeguate a garantire la mobilità sostenibile di persone e merci, riducendo i tempi e i costi di percorrenza e di trasporto.
  • Il supporto alle attività imprenditoriali esistenti, in particolare a quelle legate alle risorse locali, ai beni culturali, ambientali e al turismo, agevolando l’accesso al credito, finanziando i costi della formazione fatta all’interno delle aziende e non quella basata esclusivamente sulla teoria, promuovendo le risorse del territorio sui mercati nazionali ed esteri.
  • Il sostegno agli incentivi a lungo termine per favorire la delocalizzazione e le nuove attività imprenditoriali. In questa direzione occorre pensare a incentivi pluriennali e strutturali (superiori ai 2-3 anni) per attrarre nuove imprese che intendono delocalizzare, tenendo conto dei tempi necessari (almeno 5 anni) per consolidare una attività in territori carenti di servizi e di personale formato.
  • Il rilancio del turismo delle radici, superando gli interventi simbolici (tipo 2.800 euro a comune) per promuovere il territorio, sviluppando nel contempo servizi e assicurando supporti concreti, come l’assistenza sui dati genealogici nei comuni, la manutenzione e tutela di chiese, siti culturali, paesaggistici e archeologici spesso abbandonati.
  • Un incremento significativo degli stanziamenti (statali ed europei) accompagnato da procedure burocratiche snelle e veloci e da un rafforzamento della capacità amministrativa degli Enti locali.
  • Il coinvolgimento attivo delle comunità, delle associazioni di prossimità e degli Enti locali nella progettazione degli interventi, garantendo il diritto a restare attraverso opportunità di lavoro dignitoso e servizi di base.

Occorre muoversi con determinazione nelle direzioni anzidette anche perché non mancano i segnali di inversione di tendenza e i casi di successo come testimonia il saldo migratorio positivo nelle montagne. Infatti il Rapporto Montagna 2025 rileva un saldo migratorio positivo di circa 60.000 persone nel biennio 2022-2023 nei territori montani del Nord e nel Centro Italia, a dimostrazione dell’attrattività esercitata delle aree provviste di servizi essenziali e reti civiche.

Altri segnali che dimostrano che un altro futuro è possibile per le zone interne sono: il progetto di rigenerazione locale portato avanti a Ostana (Cuneo) passato da 5 a quasi 100 residenti stabili grazie ad una architettura sostenibile, servizi essenziali, banda larga e offerta culturale; il progetto portato avanti a Castel del Giudice (Isernia) che ha realizzato una RSA di comunità in una ex scuola, un meleto biologico collettivo, un albergo diffuso (Borgotufi) e un laboratorio di formazione sul paesaggio. La stessa iniziativa mediatica-promozionale delle case a un euro ha fatto registrare risultati rilevanti anche in Sicilia come dimostra il risultato di Mussomeli (Caltanissetta) dove sono state portate a termine 450 operazioni di compravendita da persone provenienti da 18 paesi, determinando un incremento delle presenze annue da 390 (2015) a oltre 8.000 (2024).

Un crescente interesse si registra sul versante del lavoro da remoto per intercettare i nomadi digitali, il secondo Rapporto del 2022 sui nomadi digitali ci dice che il 90% di costoro vivrebbe volentieri un esperienza in Italia se ci fossero le condizioni giuste per poterla fare, il 43% sceglierebbe il Sud e la Sicilia.

E per condizioni giuste si intende che nei paesi ci deve essere: vita, famiglie, servizi essenziali – in primis presidi sanitari, scuole, centri sociali – e possibilità di movimento perché nessuno è disposto a trasferirsi nel deserto.

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