Dimensionamento scolastico in Sicilia: leggere le differenze provinciali per costruire una nuova geografia educativa regionale

APERTURA-HASHTAG-SICILIA-NEWS-NOTIZIE-GIORNALE-ONLINE-OGGI-NOTIZIA-DEL-GIORNO-REDAZIONE-SCUOLA-RICORSO-AL-TAR-ORDINANZA-MUSUMECI- DISPERSIONE - DISPERSIONE SCOLASTICA - ACCORPAMENTI
- Pubblicità -

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani richiama l’attenzione sulla necessità di affrontare il dimensionamento scolastico in Sicilia attraverso una programmazione capace di coniugare sostenibilità organizzativa, qualità pedagogica e specificità territoriali. La diminuzione della popolazione studentesca rende necessaria una revisione della rete, ma non può tradursi in un automatismo tra calo degli iscritti e riduzione delle autonomie. Il problema è comprendere quale configurazione della rete risulti sostenibile nelle diverse province e, soprattutto, nei territori che al loro interno presentano condizioni demografiche e infrastrutturali profondamente differenti.

Il quadro normativo è stato ridefinito dal decreto interministeriale n. 124 del 30 giugno 2025, che ha aggiornato per l’anno scolastico 2026/2027 il contingente siciliano a 705 autonomie, rispetto alle 700 originariamente previste dal decreto interministeriale n. 127 del 30 giugno 2023. Su tale assetto interviene il Piano regionale adottato con D.A. n. 2781 del 28 novembre 2025.

- Pubblicità -

Per comprendere la portata dell’attuale situazione è però necessario osservare anche quanto avvenuto nell’anno precedente. Il Piano 2025/2026 aveva disposto la soppressione di 23 istituzioni scolastiche: cinque a Palermo, quattro a Catania, tre ad Agrigento, tre a Messina, due a Caltanissetta, due a Siracusa, due a Trapani, una a Ragusa e una a Enna. Dal 1° settembre 2025 risultavano così funzionanti in Sicilia 705 istituzioni scolastiche statali autonome.

Il Piano 2026/2027 presenta una configurazione diversa e concentra gli interventi su tre province. A Enna dispone l’unificazione del Liceo scientifico “P. Farinato” con l’Istituto “Napoleone Colajanni”; nella provincia di Messina prevede a Mistretta la costituzione di un istituto omnicomprensivo attraverso l’aggregazione dell’Istituto superiore “Manzoni”, che viene soppresso, con i plessi del primo ciclo situati nel comune; a Vittoria, nella provincia di Ragusa, dispone invece l’aggregazione del plesso di scuola primaria “Lombardo-Radice” a un diverso istituto comprensivo.

La successione dei due piani permette una lettura provinciale più significativa del processo. Palermo e Catania hanno sostenuto nel 2025/2026 la quota numericamente maggiore della riduzione delle autonomie, rispettivamente con cinque e quattro soppressioni. Si tratta delle due province più popolose dell’Isola e delle aree nelle quali la maggiore concentrazione urbana può rendere possibili alcune operazioni di razionalizzazione che non sarebbero automaticamente trasferibili ai territori caratterizzati da maggiore dispersione insediativa.

Differente è la situazione di Agrigento, che nel Piano 2025/2026 aveva registrato tre soppressioni e che nel 2024 ha perso 2.107 residenti, la diminuzione assoluta più elevata tra le province siciliane. L’assenza di nuovi interventi nel Piano 2026/2027 non elimina quindi la questione della sostenibilità futura della rete provinciale. Al contrario, suggerisce la necessità di osservare con particolare attenzione l’evoluzione delle iscrizioni nei prossimi anni, soprattutto nei comuni più piccoli e nelle aree interne.

Una considerazione analoga riguarda Caltanissetta, Enna e Trapani. Caltanissetta, dopo due soppressioni nel 2025/2026, ha registrato nel 2024 una diminuzione della popolazione dello 0,7%; Trapani, interessata da due soppressioni, ha perso 1.553 residenti. Enna presenta una situazione ancora più delicata: alla riduzione demografica dello 0,7% si aggiunge il nuovo intervento previsto dal Piano 2026/2027. In queste province il problema non è soltanto il numero complessivo degli studenti, ma la loro distribuzione territoriale. Una popolazione scolastica più piccola e dispersa può rendere progressivamente più difficile costruire istituzioni numericamente adeguate senza aumentarne eccessivamente l’estensione geografica.

Messina costituisce un altro caso significativo. Dopo le tre soppressioni del Piano 2025/2026, la provincia è nuovamente interessata dalla riorganizzazione 2026/2027 attraverso l’intervento di Mistretta. Nel 2024 ha inoltre perso 1.924 residenti e presenta una struttura demografica tra le più anziane della regione. Qui la questione del dimensionamento si intreccia direttamente con quella delle aree interne e della distanza tra i centri: la costituzione di istituzioni più articolate può rappresentare una soluzione organizzativa, ma richiede che ne venga verificata nel tempo la concreta governabilità.

Siracusa, dopo due soppressioni nel precedente Piano, non presenta nuovi interventi nel 2026/2027 e registra una contrazione demografica più contenuta rispetto ad altre province. Anche in questo caso sarebbe poco corretto ricavare dal solo dato provinciale una necessità automatica di ulteriori accorpamenti: la dinamica delle iscrizioni deve essere osservata a livello comunale e sub-provinciale, perché il dato medio può nascondere situazioni territoriali molto differenti.

Ragusa presenta invece il caso più interessante rispetto a una lettura puramente demografica. È l’unica provincia siciliana che nel 2024 ha registrato un incremento della popolazione, pari a 2.064 residenti, e presenta una struttura demografica relativamente più giovane. Eppure il Piano 2026/2027 interviene anche in questo territorio, a Vittoria, attraverso la diversa aggregazione di un plesso di scuola primaria. La circostanza dimostra che dimensionamento e declino demografico non coincidono necessariamente: la razionalizzazione della rete può rispondere anche a esigenze di organizzazione territoriale e funzionale e deve pertanto essere analizzata nella natura specifica di ciascun intervento.

Il confronto tra le nove province conduce a una considerazione più generale. Non esiste una corrispondenza lineare tra perdita di popolazione e numero degli interventi di dimensionamento. Palermo e Catania hanno concentrato una parte importante delle soppressioni precedenti pur essendo le province demograficamente più consistenti; Enna e Messina associano declino demografico e nuove riorganizzazioni; Ragusa cresce ma presenta comunque una modifica della rete; Agrigento registra una forte perdita di residenti senza nuovi interventi nel Piano 2026/2027. Questo significa che il solo andamento demografico provinciale non è sufficiente né per giustificare né per contestare un accorpamento.

È proprio questa evidenza a suggerire un cambiamento di metodo. Il numero degli alunni rimane un parametro necessario, ma dovrebbe essere interpretato insieme alla geografia concreta della scuola. Due province che perdono lo stesso numero di studenti possono presentare problemi completamente differenti se in una gli alunni sono concentrati in pochi centri urbani e nell’altra sono distribuiti tra piccoli comuni, aree montane e sedi difficilmente collegabili.

La questione assume ulteriore rilievo considerando che nel 2024 l’abbandono precoce dei percorsi di istruzione e formazione in Sicilia era pari al 15,2% e che nell’anno scolastico 2024/2025 il rischio di dispersione implicita tra gli studenti siciliani del terzo anno della secondaria di primo grado raggiungeva il 23,6%, rispetto al 12,3% nazionale. Tali indicatori non stabiliscono un rapporto causale con il dimensionamento, ma impediscono di considerare la rete scolastica esclusivamente come una struttura amministrativa da adeguare alla diminuzione dell’utenza.

Il CNDDU ritiene pertanto necessario passare da una logica di dimensionamento annuale a una programmazione della geografia educativa regionale. La proposta è costruire, per ciascuna provincia e successivamente a livello comunale e sub-provinciale, una lettura integrata della popolazione scolastica, delle proiezioni demografiche, della distribuzione dei plessi, dei tempi reali di percorrenza, della disponibilità dei trasporti e della complessità organizzativa delle istituzioni.

Non si tratterebbe di introdurre un nuovo parametro burocratico, ma di individuare la soglia oltre la quale un accorpamento, pur risultando numericamente coerente, rischia di produrre un’istituzione territorialmente difficile da governare. La sostenibilità di una scuola non dipende soltanto dal numero degli iscritti, ma anche dalla quantità di territorio, relazioni e strutture che la stessa organizzazione è chiamata a coordinare.

Per questa ragione gli accorpamenti più significativi dovrebbero essere sottoposti a una verifica a distanza di due anni. La valutazione dovrebbe accertare se la nuova configurazione abbia effettivamente migliorato il funzionamento oppure abbia determinato criticità nella gestione dei plessi, sovraccarico amministrativo, difficoltà di coordinamento o un’eccessiva estensione territoriale. In presenza di criticità strutturali documentate, l’assetto dovrebbe poter essere riesaminato.

Alla verifica dovrebbe accompagnarsi un principio di compensazione organizzativa. Un’istituzione con mille studenti concentrati in poche sedi non presenta la stessa complessità di una scuola con un numero analogo di alunni distribuiti tra numerosi plessi e più comuni. Le risorse amministrative e organizzative dovrebbero pertanto considerare non soltanto quanti studenti una scuola accoglie, ma quanto territorio deve effettivamente governare.

La vera innovazione, per la Sicilia, sarebbe quindi passare dal conteggio delle autonomie alla costruzione di una mappa pluriennale della sostenibilità scolastica. Palermo e Catania richiedono una lettura legata prevalentemente alla complessità delle grandi concentrazioni urbane; Agrigento, Caltanissetta, Enna, Messina e Trapani pongono con maggiore evidenza il problema della contrazione e della dispersione territoriale; Siracusa presenta dinamiche relativamente meno accentuate; Ragusa dimostra che anche un territorio demograficamente più dinamico può richiedere interventi di riequilibrio della rete.

Una simile impostazione permetterebbe di anticipare gli effetti della denatalità anziché intervenire quando la diminuzione degli iscritti è già avvenuta. Consentirebbe inoltre di distinguere le riorganizzazioni necessarie dagli accorpamenti che rischiano di creare istituzioni formalmente più efficienti ma concretamente più difficili da amministrare.

Il dimensionamento dovrebbe assumere così un carattere pluriennale, territoriale, valutabile e correggibile. Non si tratta di conservare ogni autonomia indipendentemente dai cambiamenti demografici, ma di evitare che territori profondamente differenti siano governati attraverso la stessa risposta organizzativa.

La sfida per la Sicilia non consiste soltanto nel decidere quante scuole autonome mantenere. Consiste nel comprendere dove e in quali forme debba rimanere una capacità organizzativa scolastica adeguata nei prossimi cinque o dieci anni. È questo passaggio, dal dimensionamento numerico alla programmazione della geografia educativa regionale, che può trasformare la contrazione demografica da emergenza da amministrare a cambiamento da governare.

- Pubblicità -