Sciopero generale di venerdì 30 ottobre: a Catania un corteo di oltre 5mila persone per le strade della città

La mobilitazione nazionale indetta dall’Unione Sindacale di Base (USB) ha portato in piazza migliaia di cittadini, soprattutto giovani e giovanissimi. Un corteo ordinato e pacifico, animato da cori, tamburi e richieste di maggiori diritti, salari dignitosi e servizi pubblici efficienti

Foto credit: Roberto Grasso - IG: roberto.grasso.ph
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Dire basta al carovita e chiedere condizioni di vita più dignitose. È questo il messaggio lanciato dalle migliaia di persone che questa mattina sono scese in piazza nelle principali città italiane, in occasione dello sciopero generale indetto dall’Unione Sindacale di Base (USB). Anche a Catania la mobilitazione ha registrato una grande partecipazione, con cittadini di ogni età che hanno manifestato contro le politiche economiche del Governo e l’aumento delle spese militari, chiedendo maggiori investimenti nella sanità, nell’istruzione e nel welfare pubblico.

Oltre cinquemila i partecipanti al corteo etneo, partito intorno alle 9.30 dal porto di Catania, che ha attraversato piazza dei Martiri e piazza della Repubblica, per poi concludersi intorno alle ore 13.00 in piazza Stesicoro.

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Un lungo serpentone umano, composto in larga parte da giovani e giovanissimi, ma anche da lavoratori, studenti, genitori e cittadini di ogni generazione, ha percorso le vie del centro cittadino in maniera assolutamente pacifica e ordinata. Una folla che avanzava lentamente ma costantemente, accompagnata dal ritmo dei tamburi, da canti e balli collettivi, in un clima di partecipazione capace di coinvolgere persone di tutte le età.

«Schiavi mai», «Fino alla vittoria», «Palestina libera»: questi alcuni degli slogan scanditi dai manifestanti, insieme a numerosi cori di protesta contro il Governo Meloni, accusato dalla piazza di non intervenire adeguatamente per contrastare il crescente impoverimento delle famiglie italiane.

Tra le tantissime bandiere palestinesi sventolate durante la manifestazione, non mancavano cartelli e striscioni con scritte emblematiche: «Meloni dimettiti», «Siamo in piazza per supportare i nostri figli», «No guerre, no armi» e «Palestina libera». Più volte, inoltre, la parola libertà è stata gridata in lingue differenti, dall’italiano all’inglese e all’arabo, a sottolineare la dimensione internazionale delle rivendicazioni.

Al centro della protesta, tuttavia, non soltanto la pace, ma soprattutto le condizioni di vita quotidiana. Le parole d’ordine riportate anche nella locandina della manifestazione erano chiare: no al carovita, salari dignitosi, diritto alla salute e all’istruzione, welfare pubblico e rifiuto dell’economia di guerra.

Particolarmente criticate le prospettive della manovra economica per il 2027. I partecipanti chiedono che le risorse pubbliche vengano destinate prioritariamente a una sanità realmente funzionante, ad una scuola efficiente e adeguata alle necessità delle nuove generazioni e a politiche capaci di ridurre il peso degli affitti, anche attraverso un piano casa rivolto ai giovani e alla generazione dei millennial, sempre più in difficoltà nel costruire una propria indipendenza economica.

Uno dei momenti più toccanti della mattinata è arrivato quando, attraverso il megafono, è stata raccontata una vicenda di ordinaria difficoltà economica: quella di una persona che, arrivata alla cassa di un supermercato, non disponeva neppure dei quattro euro necessari per acquistare delle uova. A venirle incontro sono state altre persone in fila, che si sono offerte di pagare al suo posto.

Un episodio apparentemente semplice, ma capace di raccontare con particolare efficacia il senso della protesta: la difficoltà, per una parte crescente della popolazione, di sostenere persino le spese più elementari.

Poco prima, dal corteo era stata denunciata anche la condizione di chi, superati i trent’anni, si trova ad affrontare un mercato del lavoro dipendente percepito come sostanzialmente chiuso e proibitivo, tra precarietà, salari insufficienti e opportunità sempre più limitate.

A dare voce a queste preoccupazioni sono stati anche i manifestanti intervistati da Hashtag Sicilia. «Sono una studentessa e lavoratrice senza contratto qua a Catania e sono qui perché credo che sia importante esserci», ci ha raccontato una giovane partecipante, sottolineando come il peso degli affitti e della spesa alimentare rappresenti una difficoltà concreta nella sua vita quotidiana.

Dello stesso tenore la testimonianza di un’altra giovane, prossima all’ingresso nel mondo universitario, che ha evidenziato le difficoltà economiche legate alla possibilità di studiare lontano dalla Sicilia e di conciliare formazione e lavoro. «Crediamo che noi, essendo la generazione del futuro, abbiamo anche un certo senso di responsabilità», ha spiegato, auspicando che la partecipazione collettiva possa contribuire a determinare un cambiamento reale.

Particolarmente critico anche Francesco Tomasello, rappresentante del CUB/CUB SUR, secondo il quale il Paese attraversa una fase di profondo declino economico e sociale, le cui conseguenze ricadono soprattutto su lavoratori, giovani e pensionati. Tomasello ha chiesto il ripristino degli automatismi salariali e il rifiuto della guerra e di ogni forma di violenza, rivolgendo dure critiche non soltanto all’attuale Governo, ma anche alle politiche dei precedenti esecutivi e alle scelte delle maggiori organizzazioni sindacali.

Alla manifestazione ha aderito anche la Federazione Armatori Siciliani, che ha denunciato la grave crisi attraversata dal comparto della pesca. Il suo presidente Fabio Micalizzi ha giudicato del tutto insufficienti i 10 milioni di euro stanziati dal Governo, ritenendo necessari interventi strutturali per scongiurare il collasso del settore.

Tra i partecipanti anche Roberto Grasso, giovanissimo fotografo documentarista del collettivo Flash, presente sia per condividere le ragioni della protesta sia per documentarne lo svolgimento. «Credo che l’informazione non debba essere mai censurata e debba essere aperta a tutti sempre», ha dichiarato ai nostri microfoni.

Intorno alle 13, con l’arrivo in piazza Stesicoro, si è conclusa una mattinata di intensa mobilitazione, durante la quale migliaia di persone hanno manifestato senza tensioni, tra musica, slogan, testimonianze e richieste di cambiamento.

A emergere, soprattutto, è stato il protagonismo delle nuove generazioni, affiancate da genitori e lavoratori accomunati dalla preoccupazione per il presente e per il futuro.

Una piazza che ha chiesto di rimettere al centro le persone, il lavoro e i diritti fondamentali, rivendicando un Paese nel quale potersi curare, studiare, lavorare e vivere dignitosamente senza dover considerare tutto questo un privilegio.

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