Pensione integrativa: le insidie della manovra tra favori alle banche e il ridimensionamento dei fondi di categoria

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La recente manovra di bilancio introduce un intervento sostanziale in materia di previdenza complementare, estendendo la portabilità del contributo datoriale anche ai fondi pensione aperti e ai Piani Individuali Pensionistici (PIP) gestiti da banche, compagnie assicurative e società di gestione del risparmio. Finora, la quota aggiuntiva a carico del datore di lavoro era riservata esclusivamente a chi aderiva ai fondi pensione di categoria, chiamati anche fondi negoziali. Per comprendere l’impatto di questa svolta, occorre ricordare che i fondi di categoria sono enti senza scopo di lucro nati dalla contrattazione collettiva tra i sindacati dei lavoratori e della lavoratrici e le associazioni datoriali, il cui scopo è investire il TFR del dipendente che ha scelto di aderirvi e restituendo l’investimento al momento della pensione. Oltre al contributo del lavoratore può affiancarsi quello dell’azienda, che è dovuto nel caso in cui il dipendente decide di devolvere al Fondo non solo il TFR ma anche un piccola cifra mensile da trattenere dalla busta paga. A differenza delle forme pensionistiche di mercato, i negoziali sono gestiti pariteticamente e applicano costi amministrativi estremamente contenuti, restituendo un rendimento netto superiore nel lungo periodo.

La storia di questo pilastro sociale in Italia è stata segnata da dibattiti complessi: negli anni Novanta, all’epoca della riforma Dini, una parte del movimento sindacale e della stessa CGIL sostenne senza successo l’ipotesi di istituire un grande fondo pensionistico complementare pubblico gestito direttamente dall’INPS, o quantomeno sotto il suo ombrello istituzionale. Quella battaglia storica per un pilastro integrativo pubblico e garantito dallo Stato sfumò, cedendo il passo alla nascita dei fondi negoziali autonomi d’ambito contrattuale e lasciando aperto il varco alla progressiva espansione del mercato finanziario privato.

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Con la misura introdotta nell’ultima manovra, questo precario equilibrio rischia di spezzarsi definitivamente a tutto vantaggio del sistema creditizio e assicurativo. Permettere la portabilità del contributo del datore di lavoro verso fondi aperti e PIP equivale nei fatti a un imponente favore alle banche e ai colossi finanziari, detentori di prodotti previdenziali individuali caratterizzati da commissioni di gestione notevolmente più elevate rispetto ai fondi di categoria. La misura è stata duramente contestata dalla CGIL, che evidenzia come il drenaggio di adesioni e flussi contributivi finisca per svuotare e depotenziare i fondi negoziali. La frammentazione delle risorse compromette la capacità dei fondi d’ambito di pianificare investimenti su orizzonti temporali di lungo periodo, coerenti con la vera natura della tutela pensionistica, e riduce le economie di scala a danno della collettività dei lavoratori. Anziché rafforzare la previdenza pubblica o proteggere il risparmio contrattuale, il nuovo quadro normativo impoverisce la contrattazione collettiva e consegna quote crescenti di salario differito alla speculazione dei mercati finanziari privati.

Giuseppe Emiliano Bonura

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