A 24 mesi dal conseguimento del titolo, il 75,8% dei diplomati e qualificati nell’ambito dei percorsi di Istruzione e Formazione Professionale (IeFP) e di Istruzione e Formazione Tecnica Superiore (IFTS) in modalità duale risulta occupato. Un dato che registra picchi storici dell’82,2% per la coorte 2020-2021 e che conferma il ruolo strategico dell’integrazione tra aula e azienda. Il bilancio emerge dal Report conclusivo sull’Investimento 3 della Missione 5 del PNRR, redatto dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali insieme ad INAPP e Sviluppo Lavoro Italia.
I risultati quantitativi testimoniano il successo della misura. Con uno stanziamento di 600 milioni di euro destinato a finanziare 90.000 percorsi individuali aggiuntivi, il Piano ha registrato ben 189.375 certificazioni (il 210% del target programmato), raggiungendo gli obiettivi europei con un anno di anticipo rispetto alla scadenza. Il 92% degli iscritti ha ottenuto un esito formativo certificato e il tasso di inattività a distanza di anni si attesta ad appena l’1%. Sul fronte qualitativo, oltre un terzo dei contratti attivati (37,8%) supera i dodici mesi di durata, una quota doppia rispetto alla media nazionale del 18,1%. Significative anche le performance nel Mezzogiorno: la Sicilia si posiziona al terzo posto nazionale per percorsi conclusi con successo dopo Lombardia e Veneto, la Puglia ha raggiunto il 242% dell’obiettivo e la Campania ha registrato un incremento degli iscritti del 588% rispetto al 2020-2021. Tra gli effetti collaterali più rilevanti figura inoltre l’impatto sul contrasto alla dispersione scolastica e la riduzione dei NEET, con il tasso di abbandono giovanile sceso all’8,2% a livello nazionale. Per garantire continuità a questa esperienza oltre la scadenza del Piano, il Ministero ha previsto un rifinanziamento strutturato con risorse nazionali pari a circa 500 milioni di euro annui a partire dal 2027.
Nonostante i numeri record, un’analisi approfondita del Report mette in luce diverse criticità strutturali che rischiano di compromettere la tenuta del sistema nel lungo periodo. La prima riguarda la precarietà del primo inserimento lavorativo: sebbene la durata dei contratti sia superiore alla media, il contratto a tempo determinato rimane la forma di accesso prevalente (interessando il 54,1% degli occupati a 24 mesi), mentre oltre la metà dei rapporti di lavoro complessivi ha una durata inferiore ai tre mesi. In secondo luogo, emerge una concentrazione settoriale limitata e a basso valore aggiunto, che è forse l’elemento più critico: le assunzioni, infatti, si focalizzano per oltre il 57% nei servizi di benessere, ristorazione e installazione impiantistica, rivelando la difficoltà del sistema nell’intercettare la domanda delle imprese nei settori innovativi, digitali o legati alla transizione ecologica. Parallelamente sussiste un marcato mismatch di competenze ed effettivo fabbisogno produttivo: l’istruzione e formazione professionale copre attualmente solo il 37% della domanda aziendale di tecnici specializzati, a fronte di previsioni che indicano una richiesta di oltre 1,5 milioni di profili tecnico-professionali nei prossimi anni. Infine, pesa l’incertezza sulla sostenibilità finanziaria post-PNRR: la transizione dai 600 milioni straordinari europei alla dote ordinaria di 500 milioni dal 2027 rischia di rivelarsi insufficiente a coprire la crescita della rete formativa e a colmare i divari infrastrutturali e di laboratori, soprattutto nelle Regioni del Mezzogiorno.
Per ovviare alle criticità emerse e consolidare i risultati ottenuti, il futuro del Sistema duale passa attraverso una revisione strategica che punti sulla stabilità e sull’innovazione. Sotto il profilo occupazionale, la risposta alla precarietà non può che risiedere nell’introduzione di incentivi fiscali dedicati alle imprese che convertono i rapporti temporanei in contratti a tempo indeterminato, valorizzando e potenziando al contempo l’apprendistato come canale d’ingresso prioritario. Sul piano formativo, appare urgente superare la concentrazione settoriale nei servizi tradizionali: l’aggiornamento dei repertori regionali deve orientarsi verso le competenze richieste dalle transizioni ecologica e digitale, rafforzando la co-progettazione didattica con le imprese industriali, i distretti ad alto valore aggiunto e la rete degli ITS Academy per colmare il mismatch formativo.
Giuseppe Emiliano Bonura



