Coronavirus, la variante Sudafricana preoccupa i ricercatori

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Gli scienziati stanno cercando di capire se una variante a rapida diffusione in Sudafrica rappresenti una minaccia per l’efficacia dei vaccini che proteggono dal COVID

n Sudafrica i ricercatori si stanno affannando a tracciare l’aumento preoccupante di una nuova variante del coronavirus che causa COVID-19. La variante contiene un gran numero di mutazioni trovate in altre varianti, compresa la Delta, e sembra diffondersi rapidamente in Sudafrica.

Una priorità assoluta è seguire più da vicino la variante mentre si diffonde: è stata identificata per la prima volta in Botswana questo mese ed è emersa in alcuni viaggiatori giunti a Hong Kong provenienti dal Sudafrica. Gli scienziati stanno anche cercando di capire le caratteristiche della variante, per esempio se è in grado eludere le risposte immunitarie innescate dai vaccini e se può causare una malattia più o meno grave di altre varianti.

“Stiamo correndo alla velocità della luce”, dichiara Penny Moore, virologa della Witwatersrand University di Johannesburg, il cui laboratorio sta valutando la capacità della variante di evitare l’immunità fornita dai vaccini e dalle infezioni precedenti. Ci sono segnalazioni aneddotiche di reinfezioni e casi in individui vaccinati, ma “in questa fase è troppo presto per dire qualcosa”, aggiunge Moore.

“C’è molto che non capiamo di questa variante”, ha affermato Richard Lessells, infettivologo dell’Università di KwaZulu-Natal a Durban, in Sudafrica, in un incontro con la stampa organizzato dal Dipartimento della salute sudafricano il 25 novembre. “Il profilo della mutazione ci preoccupa, ma ora dobbiamo lavorare per capire il significato di questa variante e che cosa comporta per la risposta alla pandemia”.

Un gruppo di esperti dell’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS) deve riunirsi il 26 novembre e probabilmente classificare il ceppo, attualmente noto come B.1.1.529, come variante di preoccupazione o variante di interesse, ha spiegato Tulio de Oliveira, bioinformatico dell’Università di KwaZulu-Natal, al briefing. Se fosse segnalata dal gruppo dell’OMS, la variante sarebbe probabilmente chiamata Nu, la successiva lettera disponibile nel sistema di denominazione greco per le varianti di coronavirus.

I ricercatori vogliono anche misurare la capacità della variante di diffondersi a livello globale, magari scatenando nuove ondate di infezione o esacerbando gli aumenti di casi in corso dovuti alla Delta.

Mutazioni sulla proteina spike

I ricercatori hanno individuato B.1.1.529 nei dati di sequenziamento genomico dal Botswana. La variante si è distinta perché contiene più di 30 cambiamenti nella spike, la proteina di SARS-CoV-2 che riconosce le cellule ospiti ed è il bersaglio principale delle risposte immunitarie dell’organismo. Molti dei cambiamenti sono stati trovati in varianti come Delta e Alpha e sono legati a una maggiore infettività e alla capacità di eludere gli anticorpi che bloccano l’infezione.

Ma anche l’apparente netto aumento della variante nella provincia sudafricana di Gauteng, in cui si trova Johannesburg, sta facendo scattare dei campanelli d’allarme. I casi sono aumentati rapidamente nella provincia nel mese di novembre, in particolare nelle scuole e tra i giovani, secondo Lessells. Il sequenziamento del genoma e altre analisi genetiche del gruppo di de Oliveria hanno scoperto che la variante B.1.1.529 era responsabile di tutti i 77 campioni del virus analizzati provenienti da Gauteng, raccolti tra il 12 e il 20 novembre. L’analisi di centinaia di altri campioni è in corso.

La variante contiene una mutazione della proteina spike che permette di essere rilevata mediante test di genotipizzazione che forniscono risultati molto più rapidi rispetto al sequenziamento del genoma, ha spiegato Lessells. Le prove preliminari di questi test suggeriscono che B.1.1.529 si sta diffondendo ben oltre Gauteng. “Ci fa temere che questa variante possa già circolare abbastanza ampiamente nel paese”, ha detto Lessells.

Efficacia del vaccino

Per capire la minaccia rappresentata da B.1.1.529, i ricercatori seguiranno da vicino la sua diffusione in Sudafrica e oltre. I ricercatori in Sudafrica hanno aumentato gli sforzi per studiare rapidamente la variante Beta, identificata lì alla fine del 2020, e uno studio simile sta iniziando a studiare B.1.1.529.

Il gruppo di Moore – che ha fornito alcuni dei primi dati sulla capacità della Beta di eludere l’immunità – ha iniziato a lavorare su B.1.1.529. I ricercatori hanno intenzione di testare la capacità del virus di eludere gli anticorpi che bloccano l’infezione, così come altre risposte immunitarie. La variante ha un alto numero di mutazioni nelle regioni della proteina spike riconosciuta dagli anticorpi, potenzialmente attenuando la loro efficacia. “Sono note molte mutazioni problematiche, ma molte altre sembrano contribuire a un’ulteriore elusione”, sottolinea Moore. Ci sono anche indizi emersi da modelli al computer che B.1.1.529 possa eludere l’immunità conferita da un altra componente del sistema immunitario, quella dei linfociti T, afferma Moore. Il suo gruppo spera di avere i primi risultati entro due settimane.

“Una domanda scottante è se riduca l’efficacia del vaccino, grazie a così tante mutazioni”, dichiara Aris Katzourakis, che studia l’evoluzione del virus all’Università di Oxford, nel Regno Unito. Moore afferma che le infezioni sono state segnalate in Sudafrica tra persone che hanno ricevuto uno dei tre tipi di vaccini usati lì: Johnson&Johnson, Pfizer-BioNtech e Oxford-AstraZeneca. Due viaggiatori in quarantena a Hong Kong che sono risultati positivi alla variante sono stati vaccinati con Pfizer, secondo le notizie riportate. Uno dei due aveva viaggiato dal Sudafrica, mentre l’altro è stato infettato durante la quarantena in albergo.

I ricercatori in Sudafrica valuteranno anche se B.1.1.529 causa malattie più gravi o più lievi di quelle prodotte da altre varianti, ha detto Lessells. “La domanda davvero fondamentale è quella sulla gravità della malattia.”

Finora, la minaccia che B.1.1.529 pone oltre i confini del Sudafrica è tutt’altro che chiara, dicono i ricercatori. Non è noto se la variante sia più trasmissibile della Delta, spiega Moore, perché attualmente c’è un basso numero di casi di COVID-19 in Sudafrica. “Siamo in una fase di stasi”, aggiunge. Katzourakis ritiene che i paesi in cui il Delta è altamente prevalente dovrebbero cercare segni di B.1.1.529. “Dobbiamo vedere come si comporta questo virus in termini di successo competitivo e se aumenterà in termini di prevalenza.”

(L’originale di questo articolo è stato pubblicato su “Nature” il 25 novembre 2021. Traduzione ed editing a cura di Le Scienze. Riproduzione autorizzata, tutti i diritti riservati.)